Il paese “modello”

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Fa francamente impressione l’espressione di elogio del capogruppo Spd Oppermann nei confronti del ministro delle finanze Schäuble: “Se ci fosse una medaglia intitolata a Keynes, se la sarebbe senza dubbio meritata”. E ancora il vicecancelliere Gabriel, ministro per l’Economia e Energia, nonché presidente della Spd, inizia il suo intervento definendo Schäuble un vero keynesiano, e sprecando lodi nei confronti della politica di disciplina del bilancio, che, anche nella forma stilistica, rimane l’assoluta priorità per il governo tedesco e – quindi – per quello europeo. Il quadro è quello di un’armonia inaudita, inimmaginabile al tempo del governo Cdu-Liberali, che fa della Große Koalition il governo a cui ispirarsi. Del resto, anche la cancelliera Angela Merkel aveva usato parole di estremo apprezzamento nei confronti del suo vice Gabriel, per come si è speso nella trattativa con la Commissione europea sugli “sconti” alle imprese grandi consumatrici di energia, “operando a favore della competitività dell’industria tedesca e quindi per la salvaguardia dei posti di lavoro”.

Già, il socialdemocratico Gabriel, vincendo le resistenze della Commissione, ancora una volta subalterna ai diktat della Germania, ha fatto lobby per la grande industria che, continuerà a godere di forti riduzioni delle tariffe energetiche. La tanto sbandierata “svolta energetica”, che doveva lasciarsi alle spalle il carbone, se mai avrà in questo senso compiutamente luogo, sarà a carico dei cittadini e delle cittadine. Per fare un esempio, il colosso siderurgico Arcelor-Mittal pagherà 5,2 cent per chilowattora contro i 29 che dovranno sborsare i consumatori e le consumatrici, che, quindi, se si segue la logica Merkel-Gabriel avranno dato il contributo essenziale alla salvaguardia dei posti di lavoro in Germania. In secondo luogo, si potrebbe obiettare che dalla scelta delle energie rinnovabili dovevano crearsi i presupposti per nuovi posti di lavoro. In questo modo invece si ritorna all’antico conflitto, che si pensava teoricamente almeno in via di superamento, tra mantenimento dei posti di lavoro da una parte e tutela dell’ambiente e del clima dall’altro.

Le acrobazie politiche non sono nuove neanche nella socialdemocrazia tedesca – come insegna Schröder, seguace insieme a Blair e a D’Alema della cosiddetta Terza Via – e del resto si conferma la linea di fondo nel perseguimento della competitività (tedesca), un mantra caro a Merkel, ma anche ai socialdemocratici, che non dimostrano, nei fatti e nelle parole, alcun interesse alla ripresa dei paesi in crisi cronica costretti a importare sempre di più. Si ignora così l’evidente contraddizione che privilegia a tutto campo l’export tedesco, concausa dello squilibrio delle bilance commerciali nella Ue.

L’altro forte pilastro di questa politica rimane la disciplina finanziaria, come fonte di “stabilità”, che fa il paio costantemente con “la competitività”. In vista delle elezioni europee non giungono quindi buone notizie dalla Germania, che anzi, pare rincarare la dose individuando nel modello tedesco “un esempio da seguire” (Gabriel): si evidenzia così, in modo inequivocabile, nell’offerta politica della Spd, l’assenza di alternativa che si esprime anche nella candidatura alla presidenza della Commissione di Martin Schulz, che aveva del resto attivamente partecipato alla stesura del “terribile” capitolo europeo del programma della Große Koalition.

L’ostinazione nel perseguimento di politiche che portano inevitabilmente alla disgregazione dell’Ue, si esprime anche nel piccato rifiuto di Merkel di incontrare nella sua trasferta a Atene, il dissidente dell’ortodossia di bilancio, il candidato comune della sinistra europea, Alexis Tsipras, ovvero la speranza di uscire dal tunnel.

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