Finiguerra: “Dunque, l’Europa!”

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Una piccola comunità di poco meno di duemila abitanti ha dato un segnale all’Italia intera: fermare il consumo di suolo, lavorando giorno per giorno per ridurre i consumi energetici, migliorare la raccolta differenziata dei rifiuti, attivando progetti per una mobilità sostenibile era non solo necessario, ma possibile.

Dunque l’Europa. Hai scelto di candidarti, mettendoci la faccia, per un’altra Europa possibile. Quali sono i progetti concreti che hai in mente?

Il primo, e più importante. Far tornare le persone ad appassionarsi alla politica. L’unico strumento in grado di cambiare le cose, da sempre. Perché questo accada, però, occorre una forte partecipazione. Una condivisione che non lasci nelle mani di pochi il controllo del potere, la possibilità di decidere per tutti. La politica fatta assieme a partire dalle comunità e dai territori, rovesciando il rapporto rispetto a come è stato finora.

Progetto senz’altro ambizioso, visto il clima che si respira soprattutto in Italia. L’Europa, poi, è vista come un’entità astratta, un soggetto lontano dalla quotidianità delle persone.

E’ essenziale capire e far capire che invece l’Europa condiziona già oggi pesantemente le nostre vite, attraverso scelte (regolamenti, normative, trattati) che determinano la linea dei governi nazionali in tema di politiche economiche, di welfare, di ambiente, agricoltura, ricerca… La nostra campagna elettorale sarà incentrata su questo messaggio. Non andiamo in Europa ad occupare poltrone ma a portare un messaggio chiaro e netto. Questo modello di sviluppo ha fallito la sua missione ed è arrivato il momento di cambiare paradigma. Servono leggi, risorse, incentivi che accompagnino un cambiamento radicale non più rinviabile. In Europa vogliamo portare la moltitudine silenziosa di cittadini, comitati, movimenti, che in questi anni hanno costruito, concretamente, la possibilità di un’Europa diversa. Inclusiva e sostenibile, sobria e solidale.

L’Altra Europa con Tsipras ha tre presupposti fondamentali: uscita dall’austerità, creazione di lavoro attraverso la conversione industriale e promozione dei diritti e della convivenza sociale, e sono tre pesupposti determinanti per cambiare direzione in Europa a avvicinarla alle popolazioni e ai problemi della gente.

Un nervo scoperto della società italiana, soprattutto se paragonato ad alcuni paesi europei, è l’assenza di parità di genere. Proprio in questi giorni il dibattito politico nostrano sembra incartarsi sul tema della legge elettorale. Qual è la tua posizione?

Infatti, questo tema, come abbiamo sottolineato nell’appello fatto come Ecologiste/i, si sta rivelando in questi giorni cruciale. Penso, e con me le donne e gli uomini che hanno promosso la partecipazione a questa lista, che si debba andare al cuore delle logiche di dominio che hanno caratterizzato tanto questo modello di sviluppo al tramonto, quanto le dinamiche dei partiti politici così come conosciuti fino ad oggi. Queste logiche permeano i rapporti economici, politici, relazionali, nonché la relazione dell’essere umano con l’ambiente e l’eco-sistema ma, in primis, la relazione tra uomo e donna. Da questo rapporto di dominio primario si deve partire.

Non è ammissibile, tra le molte cose inaccettabili di questa legge elettorale, quanto sta avvenendo con l’Italicum. Il 50/50, deve servire per instaurare un rapporto circolare tra legislazione e mondo sociale e culturale: è sano quando un paese promuove scatti di civiltà attraverso la sua legislazione e quando la società civile e il cambiamento culturale diventano motore per nuove e più avanzate leggi. Oggi invece è tagliata alla radice questa comunicazione, soprattutto in tema di genere.

In tutta Europa le donne sono considerate una risorsa, in Italia non solo non lo sono, ma sono ricacciate indietro a tutti i livelli: nella politica, lo stiamo vedendo, nel lavoro dove le percentuali del lavoro femminile sono bassissime, nella mancanza di servizi che ne sostengano lavoro, diritto alla salute, alla scelta rispetto alla propria maternità. Questo è un punto veramente anti-storico: la legge 194 è stata praticamente annullata nei fatti e la procreazione assistita resa impossibile in Italia. L’inerzia legislativa e di governo si traduce in un forte malessere nel rapporto tra i due sessi: la violenza domestica e i femminicidi ne sono l’indice più chiaro. Si pensi che a fronte di una diminuzione generale degli omicidi, questi sono invece aumentati moltissimo.

Insomma questo squilibrio rispetto all’Europa e nell’Europa va affrontato seriamente.

Vieni da un’esperienza di politica attiva a livello locale. Non trovi che le istituzioni nostrane siano ormai costantemente sotto attacco da più parti? E come fare per invertire la rotta?

In Italia veniamo da un ventennio in cui, alla narrazione del mito del federalismo e della maggiore autonomia (economica, decisionale) dei territori, corrispondeva uno svuotamento nei fatti degli enti locali: meno trasferimenti dallo Stato, sottrazione di servizi svenduti al mercato (acqua, gas, rifiuti…), vincoli che hanno reso quasi impossibile la vita per un sindaco. Ti faccio l’esempio del Patto di stabilità. L’Europa fissa i confini in termini di programmazione, risultati e azioni di risanamento all’interno dei quali i Paesi membri possono muoversi autonomamente. Noi abbiamo scelto di uccidere i comuni perché qualcuno ha capito che le esperienze virtuose sperimentate in giro per l’Italia diventavano potenzialmente pericolose. Da qui dobbiamo invece ripartire. Mostrare il bello, ciò che funziona, nelle istituzioni e nel mondo delle imprese sostenibili, nella ricerca e nelle comunità locali. E’ a quel modello (che crea posti di lavoro, riduce i consumi e combatte l’inquinamento) che l’Europa deve saper guardare, con uno sguardo totalmente nuovo ai territori dove stanno avvenendo sperimentazioni di nuove forme economiche e di promozione delle comunità che devono poter trovare nelle istituzioni un alleato e non un nemico. C’è molto lavoro da fare, ci daremo delle priorità e cominceremo a lavorare seriamente.

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