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La riduzione dell’Irpef di Renzi esclude gli incapienti, cioè quelli inferiori a 8mila euro, e le partite Iva, rimandando sine die un intervento a loro favore. Gli 80 euro, definiti come strutturali, in più in busta paga hanno coperture incerte e dubbie, soprattutto per quanto riguarda il 2015, come aveva detto Bankitalia nell’audizione parlamentare.

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La povertà è il vero parametro da abbattere.

In queste ore si sta lavorando al documento di economia e finanza e pare, a detta del ministro e del pirotecnico premier, che i conti tornino. Non tornano però sui dati dell’economia reale sui quali l’Italia rimane ancora un paese fuori dall’Europa, i cui cittadini e cittadine non dispongono di tutele e diritti sufficienti, a fronte di una notevole precarietà, e il Jobs act promette riduzioni ulteriori delle garanzie lavorative.

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I dati pubblicati dall’Istat sull’impatto degli swap, i famigerati derivati, sul debito pubblico italiano, testimoniano l’uso speculativo di queste diavolerie finanziarie, con le quali vengono regalati alle banche risorse sottratte alla popolazione con anni di tagli e austerità.

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L’Istat ci segnala oggi che il potere d’acquisto delle famiglie italiane sia calato dell’1,1% rispetto allo stesso periodo del 2012. Infatti, nonostante il reddito disponibile delle famiglie delle famiglie consumatrici, sia salito dello 0,3% rispetto al 2013 , ciò non è bastato a tenere il ritmo della crescita dell’inflazione.

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Matteo Renzi ha più volte dichiarato che la sua politica economica è in piena continuità con le esperienze di governo che l’hanno preceduto. Ma  le linee economiche di chi lo ha preceduto (e ricordo che il Pd è al governo da due anni e mezzo, tre governi, nessuno dei quali scelto dai cittadini)  hanno portato i risultati devastanti sul fronte dell’occupazione stando alle tabelle dell’Istat di qualche giorno fa. Ogni mese ci aspettiamo che la disoccupazione cali di qualche decimale e ogni mese, puntualmente, restiamo delusi.

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di Felice Roberto Pizzuti, candidato nel collegio centro

I dati appena resi noti dall’Istat sul nostro sistema previdenziale pubblico, riferiti al 2012, segnalano il basso valore medio delle pensioni italiane (11482 euro lordi l’anno) e che una loro quota consistente (42,6%) è di ammontare inferiore ai mille euro al mese. Queste informazioni statistiche non costituiscono una novità: confermano, invece, un’impostazione di politica economica e sociale in atto da circa due decenni.

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di Marco Furfaro, candidato nel collegio Centro

L’Italia è il Paese dove l’unica “crescita” che riescono a garantire le politiche di questi anni è la disoccupazione. Pensare, come vuole fare il governo, di continuare a liberalizzare lo sfruttamento dei lavoratori è una follia economica. In Italia ci sono circa 40 forme di contratti precari e le imprese non assumono lo stesso. Il motivo non sono le regole burocratiche: il problema è che le imprese non hanno possibilità di assumere perché in Italia e in Europa non si può investire per stimolare nuovi posti di lavoro a causa dei parametri di stabilità e del fiscal compact.

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di Gaetano Cataldo, candidato nel collegio del Sud

Abbiamo doppiato la Germania per la disoccupazione. Bisogna agire subito, altro che politica dei due tempi: i dati dell’Istat sulla disoccupazione sono impressionanti. E scaraventano sulla terra tutti i discorsi vacui della politica nostrana, impegnata su riforme che nulla hanno a che fare con la vera emergenza del nostro paese.

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