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Strana campagna elettorale. L’Altra Europa con Tsipras dovrebbe prendere la maggioranza assoluta dei voti visti quanti sono quelli di altre liste che dicono che sono per un’altra Europa e che dunque potrebbero dare indicazione di voto per chi la propone sul serio al punto di averla nel logo! Scherzi, ma non tanto, a parte, se fa piacere che tutti dicano che ci vuole altro sarà bene andare a vedere nel merito.

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Il Documento di Economia e Finanza (DEF) presentato dal governo si caratterizza per una malcelata acquiescenza alla politica comunitaria di asimmetrico rigore (applicato solo ai bilanci pubblici oberati dagli effetti della tolleranza concessa al settore finanziario privato) che sta soffocando l’intera Unione europea senza che emerga una concreta opposizione.

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Il governo Renzi si è insediato con manovre di palazzo e grandi proclami. Tra questi spiccava senza dubbio il forte richiamo all’Istruzione come priorità di intervento. Abbiamo sentito più volte il premier ripetere “istruzione, istruzione, istruzione” richiamando il motto di Tony Blair “education, education, education”. Messo alla prova dei fatti Renzi ha però già smentito se stesso.

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Il Def presentato dal governo Renzi aveva cercato di presentare la situazione economica del nostro paese a tinte rosee. Di un rosa acceso. Ritmi di crescita del Pil dal 2018 sostenuti ( 1,5% medio annuo). Aumento delle esportazioni (oltre il 4%), delle importazioni (4%) e degli investimenti (3,2%) che non vedevamo dai tempi perfino di gran lunga antecedenti alla crisi. Consumi privati in crescita (+1,1%) e soprattutto conti in ordine con un valore dell’indebitamento netto strutturale pari a zero nel 2016. Ma il modello Matrix, ovvero una realtà virtuale che nasconde le miserie di quella reale, è durato pochi giorni, anzi una manciata di ore.

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Non c’è da stupirsi se l’attenzione delle istituzioni finanziarie, dal Fondo monetario internazionale, alla Banca centrale europea è tutta concentrata sui tassi di crescita dell’economia col chiaro intento di mettere i paesi in gara fra loro affinché si impegnino a correre l’uno più veloce dell’altro.

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di Alfonso Gianni

Mentre persino il Fondo monetario internazionale avverte che la bassa crescita italiana, stimata in +0,6% per l’anno in corso e un incerto +1,1% per quello a venire (inferiore quindi a quasi tutti i paesi della Ue, compresa la martoriata Grecia), il nostro nuovo governo procede come su nulla fosse.

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La povertà è il vero parametro da abbattere.

In queste ore si sta lavorando al documento di economia e finanza e pare, a detta del ministro e del pirotecnico premier, che i conti tornino. Non tornano però sui dati dell’economia reale sui quali l’Italia rimane ancora un paese fuori dall’Europa, i cui cittadini e cittadine non dispongono di tutele e diritti sufficienti, a fronte di una notevole precarietà, e il Jobs act promette riduzioni ulteriori delle garanzie lavorative.

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Il fronte del lavoro in Italia sembra un bollettino di guerra. A febbraio la disoccupazione è salita al 13%, il valore del 1977, quella tra i giovani è giunta al 42,3%, gli inattivi sono il 36%, solo Cipro (16,7%), Grecia (27,5%) e Spagna (25,6%) ci superano. In numeri assoluti, sono oltre 3,3 milioni gli italiani senza lavoro.