Jobs ACT, alla consulta non si poteva chiedere di più

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E’ buona regola per un giurista non commentare mai una sentenza prima di averla letta. E la sentenza con la quale la Consulta ha dichiarato l’incostituzionalità della disciplina dei licenziamenti introdotta dal Jobs Act nessuno l’ha letta, non essendo ancora stata pubblicata. Tuttavia i primi commenti che hanno fatto seguito al breve comunicato con il quale la Corte ne ha reso noto il cuore del dispositivo, suggeriscono di fare qualche precisazione quanto meno in merito a ciò che dalla sentenza certamente non si può ricavare.

Certamente la sentenza non si può trasformare in un plauso alla linea riformatrice seguita con il “Decreto dignità” dall’attuale governo giallo-verde; e ciò per l’evidente motivo che anche la nuova riforma del mercato del lavoro, al pari di quella renziana, è stata investita dalla censura di incostituzionalità. L’innalzamento del tetto all’indennità erogabile in caso di licenziamento illegittimo da 24 a 36 mensilità, ci dice la Corte, è in realtà assai poco dignitoso, perché la dignità del lavoratore richiede (quanto meno) che il giudice possa quantificare il danno provocatogli dall’ingiusta perdita del posto di lavoro. Ed invece, sia nel vecchio che nel nuovo regime, il meccanismo di calcolo dell’indennità è rimasto rigidamente predeterminato dalla legge in base alla sola anzianità di servizio del lavoratore, per questo esposto, specie nei primi anni di impiego, al costante rischio di un licenziamento arbitrario. Nel censurare un simile meccanismo la Corte per altro si è conformata anche a quanto previsto dalle convenzioni internazionali in materia (in primis, la Carta sociale europea) che ne esclude la legittimità perché consentire al datore di sapere in anticipo quanto spetta al lavoratore licenziato elimina ogni effetto di deterrenza al divieto di licenziare senza un valido motivo.

Adesso, per effetto della decisione della Consulta, il giudice potrà determinare quanto va corrisposto al lavoratore tenendo conto anche di altri fattori, come ad esempio la gravità del comportamento datoriale, le condizioni di mercato, i carichi familiari, le possibilità di reimpiego o la situazione e le caratteristiche dell’azienda. Nulla di più e nulla di diverso dai generali principi di diritto civile, che con il Jobs Act si è inteso clamorosamente derogare a svantaggio dei lavoratori. Ne esce in tal modo definitivamente sconfessato l’argomento che da anni ammorba il dibattito sulle riforme del diritto del lavoro, per il quale alle imprese deve essere garantita la certezza del costo del licenziamento. Questa certezza, ci ricordano sommessamente i giudici delle leggi, non è possibile garantirla alle imprese per il semplice motivo che non è costituzionalmente lecito garantirla a nessun individuo che leda ingiustamente i diritti altrui.

Certo, la sentenza rimane sul piano della tutela indennitaria e nulla dice in merito alla centrale questione del ripristino dell’art.18. E qui si giunge all’altro profilo della sentenza che merita essere chiarito. Con delusi accenti critici da sinistra, con sollievo da destra, si è sottolineato il fatto che la Corte avrebbe in tal modo sconfessato i sostenitori del ritorno al regime di tutela forte del posto di lavoro previsto dallo Statuto dei lavoratori. In realtà, anche questa lettura della sentenza finisce per far dire ai giudici delle leggi ciò che non hanno detto, né avrebbero potuto dire. La questione del ripristino della c.d. tutela reale del posto di lavoro non era infatti in discussione davanti alla Corte. La ragione di ciò risiede nel fatto che il diritto al lavoro, sancito dall’art. 4 della nostra Carta costituzionale, comporta il divieto del licenziamento arbitrario, cioè privo di ragioni che lo giustificano; ma non impedisce che il lavoratore licenziato ingiustamente riceva una tutela solo monetaria. Il che è da sempre affermato dalla Consulta ed è per altro noto a tutti i lavoratori (circa la metà degli occupati in Italia) delle piccole imprese, che l’art. 18 non hanno mai conosciuto senza che una simile situazione venisse superata per vizio di incostituzionalità.

La Corte costituzionale si è limitata a sgombrare il campo dal vulnus ai principi fondamentali dell’ordinamento causato dal Jobs Act, smentendo l’impianto teorico sul quale questo si fondava: non è poco, anzi è forse il massimo che le si poteva chiedere. Chiederle di più è il riflesso dell’illusoria idea che i diritti del lavoro si conquistano nelle aule di giustizia. Ma l’art.18 non è stato ottenuto per via giudiziaria; è stato il frutto di una felice stagione politica preceduta da una straordinaria mobilitazione sociale e sindacale. Neppure oggi esistono altre vie per riconquistare ciò che anni di politiche neoliberiste hanno tolto ai lavoratori.

( Il Manifesto 30 settembre)

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