SIRIA-Qualcuno li fermi

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“Our world’s on fire, but we don’t care, yeah“. Il nostro mondo va a fuoco, ma a noi non importa, si” canta Eminem in Nowhere fast. E parla di noi, oggi. Da nessuna parte, ma in fretta, ci stanno effettivamente portando i signori della guerra, nel loro perverso gioco del Risiko sulla pelle degli altri.
L’oscena avventura di Donald Trump, di Theresa May e di Emmanuel Macron – guerra di un’ora, si spera, o forse di un mese, o chissà… – non ha altra giustificazione che la loro debolezza, ma avvicina, drammaticamente, il momento di un’esplosione devastante in tutta l’area mediorientale e su scala globale. Difficile credere al casus belli tirato fuori dal cilindro con neppur celata trasandatezza: difficile credere che un feroce dittatore, ma non uno stupido, come Bachar Assad, nel momento in cui stava vincendo una lunga battaglia, mentre già le milizie nemiche avevano trattato la resa e lo sgombero, faccia un clamoroso suicidio lanciando gas nervino. Molto credibile invece che a un Trump sempre più invischiato nel Russian gate, a una May alle corde per le difficoltà della Brexit, a un Macron assediato da ferrovieri e studenti e con la fiducia ai minimi storici, serva un diversivo. Una notte di fuochi d’artificio. Un’esibizione di muscoli. E insieme incredibile che in corteo, cortigiani sciocchi dietro ai pifferai sfiatati, i governanti occidentali, la Nato, le cancellerie, si accodino, più o meno recalcitranti. Incredibile perché questo gioco oltre frontiere ha un rischio estremo. E’ un forsennato giocare col fuoco, da parte di apprendisti stregoni sfiatati ma armati fino ai denti. I quali ci stanno portando davvero, alla velocità della luce, verso il nulla.
E’ stata paragonata, la situazione che si va creando in Siria, alla “crisi dei missili” a Cuba del 1962, quando Stati Uniti e Unione Sovietica giunsero sull’orlo dell’abisso nucleare. Ma è una lettura – per assurdo che possa sembrare – ottimistica. Questa, per certi versi è una crisi peggiore. Più torbida e minacciosa. Perché allora in campo c’erano due “giocatori razionali” direbbero i fautori della “teoria dei giochi”, John F. Kennedy e Nikita Chruscev, alla guida di due stati sovrani solidi e dotati di strategie chiare. Due soli, che controllavano tutto. Oggi il gioco è condotto da molti e controllato da nessuno. Nell’area si scontrano potenze globali (e nucleari) e potenze locali, ognuna con il medesimo potenziale distruttivo o comunque con la facoltà di far precipitare gli eventi (Usa e Russia, ma anche Turchia, Arabia Saudita, Iran, Emirati, Israele, la più aggressiva, oltre alle corporations private che agiscono come stati). Ognuna con almeno due, in qualche caso tre, fronti aperti, tra sciti e sunniti, curdi e turchi, amici dei Califfato e suoi forse provvisori nemici) in un sistema privo di centro e di punti di orientamento, cui si addice più la “teoria del caos” e l’immagine del bellum omnium contra omnes hobbesiano. E in uno scenario in cui una nuova Sarajevo (quella del 1914, non del 1992) può sempre far precipitare tutto… Nel nulla, appunto.
Non importa che la tragedia abbia qui l’aspetto della farsa. Non importa che questa drôle de guerre sia stata un’”inutile messinscena”, un “match finto”, una “guerra-spettacolo” in cui “i missili cadono come in un set cinematografico” [Domenico Quirico], tant’è vero che non fanno morti né feriti (e forse colpiscono gli obiettivi che Putin stesso aveva segnalato all’amico Donald). Poco importa questo gioco virtuale e virtualmente crudele, intanto perché dietro ai monitor che diffondono in mondovisione la guerra finta delle cancellerie c’è, durissimo, feroce, osceno, il massacro reale delle popolazione della Siria, carne, sangue, ossa vere, che da anni si consuma nel silenzio di tutti. E poi perché anche la virtualità dell’orrore finisce per favorire le condizioni della tempesta perfetta reale che ormai tutti avvertiamo dall’odore nell’aria.
Eppure la risposta manca. Continua drammaticamente a mancare. Allo spettacolo della morte giocato nel cielo dei media non corrisponde la mobilitazione della vita in terra, il fiume di folla che in altre occasioni si mise en marche (quello sì!) contro le guerre del passato. Quella “terza potenza mondiale” che ancora in occasione della seconda guerra del golfo aveva preso parola e occupato le strade. Un silenzio funebre fa da sfondo allo strepito delle armi. Forse perché troppe volte si è marciato invano. E sulla protesta dei molti hanno sempre prevalso le decisioni dei pochi al potere. O forse perché in troppi hanno capito che l’irreparabile è già avvenuto. Il kaboom temuto ci è già alle spalle.
La generazione ribelle degli anni ’60 era scesa in strada perché avvertiva che l’orologio dell’apocalisse stava per battere le ultime ore. Che la “Bomba” era lì, di traverso al loro futuro, e che nessuno come loro avvertiva l’urgenza di “prendersi cura” del proprio mondo. “Il nostro lavoro è guidato dalla sensazione di essere forse l’ultima generazione che vivrà prima della distruzione totale» («…the last generation in the experiment with living»), si legge nel celebre Manifesto di Port Huron, documento seminale della rivolta studentesca globale di allora. E una grande filosofa e straordinaria donna, Hannah Arendt, così aveva commentato: “Ci troviamo di fronte a una generazione che non è affatto sicura di avere un futuro”, perché il futuro “è come una bomba a orologeria sepolta, ma che fa sentire il suo ticchettio nel presente”. E aveva aggiunto: “Alla domanda che abbiamo sentito tanto spesso: “Chi sono coloro che fanno parte di questa generazione?” si è tentati di rispondere: ‘Quelli che sentono il ticchettio’. E all’altra: ‘Chi sono quelli che lo ignorano in modo assoluto?’, la risposta potrebbe benissimo essere: ‘Quelli che non sanno, o rifiutano di affrontare le cose come realmente sono’”.
Oggi forse ci troviamo, dal punto di vista esistenziale, all’opposto: “quelli che affrontano le cose come realmente sono” sanno, o intuiscono sordamente, che i giochi sono già stati fatti. Che siamo già “fottuti”: appunto “ashes blowin’in the air“, cenere soffiata nell’aria. E’ una generazione che non può più cantare con Bob Dylan, perché nel vento non volano più risposte. Né promesse. E nella vita non è più tempo di prendersi cura di sé, e di preoccuparsi del mondo. Le resta solo il ritmo duro, battente, del rap di Eminem, e le strofe aspre di una resa: “‘Til the bomb drops (hope it never does)/But, I’m not gonna sweat it ’cause/This world’s screwed, it’s already fucked” (“Fino a quando la bomba non cade – spero che non lo faccia mai – non ho intenzione di sudare/ perché il mondo è fregato, è già fottuto”). Può darsi che non sia così. Che dietro l’angolo della storia una rivolta più ampia e radicale di quella di allora, più consapevole e avvertita da una capacità di auto-riflessione più impietosa, si stia preparando, da parte di una generazione meno sicura (e innamorata) di sé, più consapevole dei punti di debolezza ma anche di quelli di forza del “sistema” come lo si chiamava allora, pronta non solo a occupare il mondo ma anche a occuparsene. Sarebbe il segno, insperato, di un residuo istinto di conservazione di un’umanità apparentemente diretta, sempre più velocemente, verso nowhere.

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