MACERATA- Je suis Kofi.. Non abbiamo paura!- di Marco Revelli

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“Je suis Jennifer”. E poi “Je suis Kofi… E Festus, Gideon, Mahmadou, Omar”… Avrei voluto che questa scritta fosse comparsa, virale, sui cartelli, le magliette, le prime pagine dei giornali, i portali sul web, i post su twitter e facebook, insieme al messaggio “Non abbiamo paura!”, come a Parigi, o a Barcellona, o Londra e Bruxelles dopo ogni atto di terrorismo. Che quel messaggio fosse apparso istantaneo, immediato, come per un riflesso istintivo. Invece…
Invece niente. Nessuna “autorità”, si fa per dire – non il Sindaco, il Presidente della Regione, il Capo del governo – ha testimoniato vicinanza alle vittime, nessuno al capezzale a stringere una mano nera, a porgere un abbraccio. In compenso l’odio ha circolato abbondantemente sui social (e non solo). Un odio esibito, ostentato esattamente come la teatrale esibizione di Luca Traini sul palcoscenico del monumento ai caduti di Macerata, avvolto nella bandiera nazionale, il braccio teso nel saluto romano, a rivendicare orgogliosamente il fatto, a invitare a emularlo.
Un odio senza pudore, che invoca “Luca Traini santo subito”, “Luca Presidente”. E che fa delle vittime dei colpevoli: colpevoli di “esistere”. Colpevoli di “essere qui”, come colpevoli sono tutti coloro che hanno loro “aperto le porte”. E intorno la “zona grigia”, che sempre accompagna, circonda e conferma i fautori dell’orrore: quelli del “Ha sbagliato ma…”. Del “Non se ne può più”… Del “Forse sparargli è troppo, ma rimandarli a casa loro sì”… Mentre sulle TV di Stato e non imperversa Matteo Salvini, il portavoce ufficiale dell’odio, e i sondaggisti sussurrano che dopo gli spari la sua Lega sarebbe salita.
Macerata ha scoperchiato un abisso. Ci ha rivelato, di colpo, un Paese irriconoscibile. Logorato nel proprio senso civile, sfregiato nel proprio immaginario avvelenato. Imbarbarito nelle proprie passioni tristi. Svuotato di quei valori che si ritenevano fino a ieri acquisiti. Un Paese – un popolo – intossicato dalla propaganda degli “imprenditori della paura”, ma anche dal degrado sociale, dalla deprivazione di reddito e diritti, dal lavoro ai fianchi che la crisi ha operato su una base sociale già fragile. Un “mondo di sotto” nel quale nuota, come squalo nell’acqua, un neofascismo esibito senza più maschere o infingimenti, dichiarato e impunito.
Certo se Sergio Mattarella avesse avuto il coraggio di prendere e andare all’ospedale di Macerata a stringere le mani di Jennifer Mahmadou e Kofi, i tre più gravi ancora ricoverati, sarebbe stato tutto più facile. Avrebbe aperto un ombrello su quanti tentano, faticosamente, di “restare umani” in un paese che si disumanizza. Lui – forte dal suo ruolo super partes, unico “rappresentante del popolo” non coinvolto nel tritacarne della campagna elettorale – avrebbe potuto. Invece si è fatto avanti un altro “uomo dello Stato”, il Ministro di polizia, che dopo aver svuotato il mare delle navi della solidarietà quest’estate, minaccia ora di sgomberare della gente della solidarietà le strade di Macerata, con la celere. E nello stesso tempo le grandi organizzazioni di massa che dovrebbero essere i più sicuri presìdi della democrazia hanno alzato bandiera bianca, cedendo alle minacce del Ministro e alle preghiere di un PD disperato, senza rendersi conto che è così che le democrazie muoiono, per la diserzione dei loro naturali difensori.
Avrebbero dovuto – la CGIL, l’Arci, l’Anpi… – riempire Macerata di una grande folla sorridente e solidale. Non l’hanno fatto (per questo finirebbero, se ci fosse, nell’anti-inferno dantesco). E ci toccherà di fare da noi, oggi, come ormai troppo spesso accade, mobilitandoci perché del nostro Paese non resti solo quell’immagine, terribile e grottesca, di un fascista con la pistola in mano avvolto nel tricolore.

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