Tsipras: CONTRO L’EUROPA delle DISEGUAGLIANZE

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ALEXIS TSIPRAS – convegno internazionale di N.Poulantas e Transform Europe
CONTRO L’EUROPA delle DISEGUAGLIANZE Un’Alleanza di SINISTRA, PROGRESSISTA, ANTILIBERISTA
Sono contento di essere qui, dove ho incontrato riconosciuti compagni europei con i quali abbiamo fatto insieme un cammino da molti anni. Ho la certezza che oggi abbiamo avuto un dibattito molto serio, in un convegno su un tema estremamente attuale. Voglio però iniziare con un riferimento all’orribile crimine di massa di ieri in Egitto. Un terribile atto terrorista che ha scioccato il mondo intero. Non ci sono parole per condannare azioni del genere. La Grecia, ovviamente, insieme al mondo intero, ha immediatamente espresso la sua solidarietà alle vittime, alle famiglie delle vittime e, naturalmente, all’intero popolo egiziano. Tuttavia, su questo vorrei fare una riflessione: il terrorismo cieco non è un fatto caduto dal cielo. È legato alle condizioni attuali nel mondo e in questo senso forse anche un passaggio diretto alla questione di cui stiamo discutendo oggi. L’incertezza, la povertà, l’ineguaglianza in senso lato, l’assenza di aspettative per centinaia di milioni di persone, creano un enorme divario. Questo divario sta creando oggi le condizioni per la crescita del fanatismo religioso e dell’intolleranza. Ed anche il rafforzamento dei nazionalismi, del fascismo aperto o mascherato, dell’estrema destra populista e xenofoba, che si rafforza nel nucleo dell’Europa, nel cuore dell’Europa. Ecco perché direi che è estremamente importante rendersi conto proprio di questo, perché siamo di fronte a tali fenomeni. Il fenomeno dell’assoluta degradazione del valore della vita umana, la cui causa viene generata dalle disuguaglianze e dal loro aumento, ed è proprio per questo motivo che le nostre rivendicazioni sono oggi ancora più importanti. Le rivendicazioni della Sinistra per un mondo diverso. Con meno diseguaglianze, più giustizia, più solidarietà. Un mondo sostenibile, sicuro e tollerante per tutti gli uomini. La domanda cruciale, tuttavia, è la seguente: possiamo ribaltare gli attuali equilibri e i rapporti di forza per arrivare a questo mondo migliore? Perché il quadro che abbiamo di fronte a noi negli ultimi anni è che le cose peggiorano. Non so se possiamo o non possiamo farcela, ma so però che la nostra risposta, alla cruciale domanda che ho fatto, è necessaria. Dobbiamo provare in questa direzione. E in questo senso, una discussione sulle disuguaglianze nel mondo di oggi, direi, copra un campo enorme. Una griglia di ingiustizie sembra coprire quasi tutto il mondo. Di cosa discutiamo quando parliamo di disuguaglianze? Stiamo parlando delle disuguaglianze in Europa? Stiamo parlando delle disuguaglianze tra Nord e Sud, tra Centro e Periferia? Stiamo parlando delle disuguaglianze tra paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo? Delle disuguaglianze all’interno dei paesi – sia quelli sviluppati che quello in via di sviluppo? Disuguaglianze di classe, regionali e sociali. Di qualsiasi cosa stiamo parlando, penso, abbiamo lo stesso comune denominatore. Perché, contempiraneamente e ovunque, una concentrazione di ricchezze inimmaginabili si accumulano nelle mani di pochi, di pochissimi nel pianeta, mentre a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo viene negato l’accesso ai beni sociali di base. Tali beni possono essere, il cibo, l’acqua, l’educazione elementare, il diritto ad un lavoro fisso ed ad una vita dignitosa. Queste condizioni stanno creando oggi gli enormi flussi di rifugiati e di migranti economici. E non dobbiamo credere che la crisi dei rifugiati – che abbiamo vissuto due anni fa e stiamo vivendo ancora oggi – sia un fenomeno occasionale e transitorio. Flussi, ovviamente, che si intensificheranno nei prossimi anni. Proprio perché abbiamo ormai oceani di povertà in tutto il pianeta, abbiamo destabilizzato vaste aree e sempre di più grandi strati della società – e contemporaneamente – i paesi sviluppati sono spinti verso la marginalizzazione, la povertà e l’incertezza sociale. Mi piacerebbe soffermarmi di più su quest’ultimo punto. L’incertezza sociale. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, gli equilibri di forza all’interno delle formazioni sociali occidentali hanno imposto specifici limiti alla riproduzione estesa del capitale. Un forte movimento operaio, ma anche una Sinistra rafforzata dalla lotta antifascista, avevano costretto il potere politico, le élite, ma anche i governi, che con le loro dinamiche e con il cambiamento di equilibri riuscirono nell’uno o nell’altro modo di influenzare, ad adottare misure di protezione della maggioranza sociale, misure per rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori. Dalla salvaguardia della contrattazione collettiva, alla tutela costituzionale del diritto di sciopero, dalla fondazione dello stato sociale ad una politica ridistributiva basata sulla tassazione del patrimonio. Ovviamente, nemmeno quel periodo è stato roseo visto che le disuguaglianze sociali sono rimaste elevate, ma ora se si osserva questo periodo da una certa distanza con facilità si può riconoscere che è stato un periodo di restrizione, per dirla cosi, non di abolizione, ma di limitazione appunto del potere del capitale e delle élite economiche. Qualcuno potrebbe anche assumere come vero che tra il capitale e il lavoro si era trovata una condizione di relativo equilibrio in base al quale sono stati introdotti strumenti utili, importanti strumenti di politiche compensative. Ed è proprio questa situazione che ha permesso alla Sinistra di pensare e discutere modelli di organizzazione anche al di là del capitalismo. Allora, se anche li abbiamo denominati e ancora li chiamiamo – questi strumenti – di natura socialdemocratica, erano strumenti che favorivano le dinamiche della Sinistra. E di quella parte della Sinistra, che aveva e ha ancora come obiettivo il superamento del capitalismo. E lo dico questo, per misurarlo con i tempi di oggi, dove oggi siamo nella spiacevole posizione di dover discutere di nuovo di situazioni che non hanno bisogno di nessuna spiegazione. Perchè c’è la necessità, in altre parole, di creare la difesa necessaria della maggioranza sociale e dei lavoratori contro l’assalto di un capitalismo insaziabile. Perché passando per una serie di sconfitte politiche dalla fine degli anni ’70 e negli anni ’80, quegli strumenti sono arrivati, nei primi anni ’90, ad essere dichiarati ufficialmente come strumenti obsoleti. 
La nuova percezione dominante ed indiscutibile di quei anni era che dovevamo lasciare che il capitale facesse ciò che voleva per trovare il modo di creare ricchezza e opportunità per tutti. E, sulla base di questa percezione, che ha cominciato a diventare dominante negli anni ’90, le conquiste sociali erano quasi qualcosa di inutile. Tutto ciò che era necessario era liberare le incontrollate forze del mercato e “dispensarle” dalla tassazione, dal costo del lavoro, dalle regole ambientali, dalle responsabilità. Ci sono state anche da subito critiche al sistema della globalizzazione – e tra questi anche noi – c’è stata una parte importante dell’identità della Sinistra radicale in Grecia e in Europa dentro i movimenti che hanno criticato la globalizzazione neoliberista. Ben presto si è scoperto che coloro che criticavano la globalizzazione neoliberale non avevano torto.La liberalizzazione dei mercati ha certamente creato ricchezza, ma ha anche creato enormi disuguaglianze. E la realtà è che senza la ridistribuzione della ricchezza non è possibile creare prosperità sociale. Ad ogni modo, questa storia è arrivata ed è scoppiata come una bolla nel 2008 con la grande crisi. Perché i profitti della élite globale, infine, non solo non hanno portato ad un benessere sociale, ma in un batter d’occhio si sono trasformati in una miseria sociale. Perdita di posti di lavoro, riduzione del tenore di vita, maggiore deregolamentazione e indebolimento dello stato sociale. E tutto questo, come noto, noi qui in Grecia abbiamo avuto la sfortuna di conoscerlo molto bene. E in un certo senso, siamo anche diventati un esperimento internazionale. Di come è possibile, in un brevissimo tempo attraverso un modello di dura svalutazione interna applicare tutte le idee e i concetti neoliberisti che non erano mai stati applicati fino a quel momento in un modo così rapido e “massiccio” in un paese europeo? Dal momento che le ricette del FMI, le ricette della stagione devastante, come sostengo di continuo, tra il 2010 e il 2014, devastante per i risultati, visto che abbiamo perso il 25% del PIL in soli due anni, perché è stato molto breve questo risultato della perdita del 25% del PIL. La disoccupazione è passata dal 7,5% al 27% ad un certo punto, poco prima che prendessimo il governo. Oggi rimane alta, ma è diminuita di circa 6 punti. In poche parole, cioè, voglio dire che abbiamo avuto la sfortuna di incontrare una delle forme più aggressive della concezione neoliberista con l’applicazione di misure che hanno portato rapidamente una gran parte della popolazione all’insicurezza sociale e alla povertà. E quello, per fare che cosa? Ovviamente, alcuni diranno per salvare l’ideale europeo. Vorrei ricordare quello che ha dichiarato pubblicamente qualche giorno fa l’amico Euclide (Thakalotolos), a Jeroen Dijsselbloem, il capo dell’Eurogruppo, ha detto “non dobbiamo nascondersi, tutto questo è successo con l’obiettivo principale di salvare le banche europee”. Ma questo non è solo della Grecia. Le disuguaglianze sociali sono aumentate in tutti i paesi europei colpiti dalla crisi. Oggi un europeo su quattro si trova di fronte alla povertà o è direttamente minacciato dalla povertà. E, naturalmente, questa ovvia situazione è molto più onerosa per i paesi del Sud. Ancora più importante rimane però il fatto che, non c’è nulla che ci mostri oggi, che l’Europa si sta dirigendo verso una riduzione di queste disuguaglianze nonostante il fatto che abbiamo superato la crisi.
Invece, nuovi fenomeni – in questo ha davvero ragione Euclides (Tsakalotos), che dice che siamo in una situazione anormale – hanno fatto ora la loro apparizione. I partiti politici tradizionali stanno soffrendo e si scombussolano. Shock ancora più grandi attraversano i partiti della socialdemocrazia tradizionale, e tutti i partiti tradizionali. La loro eco nella società si evapora, mentre sfortunatamente sembra che aumenti l’eco delle forze di estema destra. L’euroscetticismo che è prevalso politicamente in Gran Bretagna si estende ad altri paesi europei. Ma è un euroscetticismo sterile e di destra. In breve si può dire che, se si esclude la Grecia, il Portogallo e il grande successo, il grande successo elettorale dei laburisti in Gran Bretagna, il resto del quadro è un quadro tendente al grigio, se si escludono i colori di successo in questi paesi che ho menzionato sopra. La Grecia ora ha un governo con l’asse potante di Sinistra. Questo governo, in condizioni estremamente difficili, ha cercato di tirare fuori il paese dal regime speciale che si è trovato il 2010. Il regime di commissariamento. Ma contemporaneamente lotta con ogni mezzo per quanto possibile, in queste circostanze, dopo aver esaurito la possibilità di trovare un percorso diverso nei suoi primi sei mesi senza permettere la distruzione le classi sociali che sostiene. Il governo, quindi, della Sinistra ha come obiettivo principale l’uscita del paese dal commissariamento e contemporaneamente sostenere i più deboli, modernizzare le strutture statali, ed eliminare il clientelismo e la corruzione. La cosa più importante, però, per noi, oggi, ora che l’economia viene fuori dalla crisi e torna alla crescita – e abbiamo indicatori economici molto ottimisti in questo senso – è portare il più velocemente possibile questi indicatori positivi, i risultati positivi di sviluppo, nella società, trasformarli in posti di lavoro dignitoso e fisso e con protezione sociale. Ma il contesto generale, resta un po’ pessimista, che ho descritto poco fa che riguarda l’Europa, e vorrei dire anche il mondo. E la domanda su cui dobbiamo concentrarci è: cosa dobbiamo fare per cambiare le cose? Direi che la prima cosa da fare, lo dico forse ispirato anche da una frase di Euclide che ha detto una volta, che sarebbe meglio essere uno psicologo che un economista per affrontare la situazione che ha trovato difronte. Ma credo che la nostra psicologia sia un elemento chiave per affrontare sia la crisi economica che la ripresa dell’economia. Quindi direi che la prima cosa che dobbiamo fare se vogliamo cambiare le cose è credere che le cose possano cambiare. Ogni situazione sovrana trae la sua legittimazione dal sentimento che crea nelle persone che è stata da sempre lì. Che i suoi diritti sono inviolabili. Che rappresenta una legge naturale e l’unica soluzione realistica ai problemi che si creano nel arco del tempo. Ma se così fosse, la storia non sarebbe mai andata avanti. Saremmo rimasti nel XVIII secolo con la schiavitù e le colonie. O nel XIX secolo con la classe operaia impoverita e il lavoro minorile. Quando le parole “otto ore di lavoro”, sindacato, sicurezza sociale, erano totalmente sconosciute. Un volta Lenin, parlando ai giivani socialisti in esilio, disse che la rivoluzione sarebbe avvenuta, ma la sua stessa generazione non l’avrebbe conosciuta. Permettetemi di ricordare, visto che vedo molti giovani tra il pubblico e immagino che avrebbero avuto da fare altre cose migliori di sabato sera e che solo il fatto che si trovano qui merita congratulazioni. Vi ricordo che Lenin nel mese del Gennaio del 1917, nove mesi prima della Rivoluzione d’Ottobre, parlando ai giovani socialisti in esilio, ha espresso la certezza che la rivoluzione è qualcosa che accadrà, che sicuramente accadrà, ma purtroppo la sua generazione non avrebbe meritato di vederla. E solo nove mesi dopo, si ritrovò a Pietroburgo, avendo potuto con i suoi compagni prendere il potere. Dico questo per dimostrare che l’evoluzione dinamica delle cose nella vita e nella storia è stato dimostrato non sia sempre lineare. Oggi, i rapporti di forza a livello mondiale sono negativi, ma non è una legge della natura che saranno sempre negativi. Alla fine dei conti, le banche, il sistema finanziario e i paradisi fiscali sono invenzioni umane. Non sono state consegnate da Dio scritte su lastre di pietra. Le hanno create uomini e gli uomini possono definire il loro quadro di operatività. Il problema cruciale è chi ha il sopravvento. E, naturalmente, la cosa cruciale per avere il sopravvento è avere un progetto. Essere in grado di progettare un piano politico alternativo. Perché sapete una cosa? La cosa più semplice è gridare abbasso la disuguaglianza. Non basta gridare “abbasso le diseguaglianze”.
Penso che oggi questa cosa la possono gridare tutti. Dal presidente della Banca centrale europea ai massimi dirigenti delle multinazionali. In generale, secondo me, più sei sicuro che le cose non stiano cambiando, più è facile in pubblico parlare di ridurre le disuguaglianze sociali. Il cuore della discussione, invece, non è solo ciò che deve essere cambiato, ma come si deve cambiare e come può essere fatto questo. Il desiderio degli uomini di giustizia sociale, del miglioramento delle loro vite, cioè la voglia di cambiamento della società esiste. È innata, è data. Ciò che manca è, a mio avviso, la fiducia in un piano politico alternativo e la convinzione che ciò possa essere fattibile. Che potrebbe essere realistico. Un piano che deve essere radicale, ma anche ispirato dalla fiducia in se stessi nella sua sostenibilità. Per aprire quindi un percorso per combattere le disuguaglianze, ma attraverso obiettivi semplici, comprensibili e maturi. Come per esempio, una equa tassazione della ricchezza e del profitto per garantire risorse per gli investimenti pubblici e lo stato sociale. Mettere limiti alla speculazione finanziaria. L’abolizione dei paradisi fiscali. Limitare le disparità salariali. Rivendicazioni chiare, concrete e fattibili, in grado di unire intorno a loro una forte maggioranza sociale. E che, lungo la strada, potranno espandersi sempre di più. E qui dobbiamo notare quanto sia fondamentale per una simile evoluzione combattere per rivendicare un nuovo contenuto del termine democrazia. Far sì che da una forma istituzionale che bilancia interessi e spesso addormenta le coscienze, si trasformi in uno strumento per far rispettare la volontà dei molti. Ecco perchè continuo a dire che uno dei problemi principali oggi in Europa, nel suo quadro istituzionale, così come è strutturato, è il deficit democratico. Il controllo dei cittadini sui centri decisionali. Quindi la rivendicazione per avere più democrazia può essere una leva per cambiare gli equilibri di forza. Perché, a mio avviso, dare un significato e un contenuto significativo alla democrazia non è una discussione accademica astratta. Si tratta di una lunga lotta, di conquistare le coscienze e di rimettere le masse nel campo della lotta politica. Infine, ciò che dobbiamo fare a mio avviso e non ritenere di avere solo noi la verità assoluta, ma di costruire forti alleanze prima di tutto sociali e anche politiche. Un’alleanza tra tutti coloro che sono sinceramente impegnati a promuovere un piano di riforme radicali per affrontare le disuguaglianze, indipendentemente dal fatto che siamo d’accordo con loro sul risultato finale. Su come vogliamo che la società sia strutturata. La Sinistra, quindi, è certamente una delle forze di una più ampia alleanza, ma deve anche affrontare le sue debolezze soggettive. Per essere più aperta alla società. Per elaborare con più maturità i suoi obbiettivi e la politica delle sue alleanze. Penso che in questa direzione – ed è positivo – si muove anche una parte della socialdemocrazia in Europa. La prolungata crisi e i riassestamenti che ha causato sulla scena politica hanno liberato importanti forze progressiste, sempre più alla ricerca di un riorientamento di classe e sociale. E ovviamente questo è positivo. Quindi penso che fissare alcuni obiettivi politici comuni con queste forze sia ora più che maturo. Ma, cosa più importante, direi che non è l’alleanza politica, ma l’alleanza sociale. L’alleanza con le forze sociali. Con i movimenti di massa che richiedono con insistenza di essere presenti, e, naturalmente, dovremmo tenere a mente che siamo in un periodo di disprezzo del quadro istituzionale da parte dei soggetti sociali. Quindi tutto ciò che è presente oggi e va oltre le strutture esistenti è prezioso. Questi movimenti riguardano la difesa della dignità umana, la difesa della giustizia sociale o la protezione dell’ambiente, l’educazione pubblica gratuita. E naturalmente non bisogna dimenticare i movimenti che difendono la solidarietà con i deboli, i rifugiati, coloro che lottano contro il razzismo e il nazionalismo.
Care amiche e cari amici,
avevo promesso poco fa, perché abbiamo avuto una riunione prima di venire qui, ai compagni con cui ci siamo parlato, e in particolare a Neoklis, che non avrei parlato moto, una promessa che non mantengo spesso, voglio chiudere sottolineando questo. Molte persone mi chiedono in Europa ma anche in Grecia, vedendo che rappresento un schieramento della sinistra radicale, e dialogo contemporaneamente in Europa con i socialdemocratici, con i verdi, mi chiedono “tu, che cosa sei di preciso?”. Per questo voglio fare un riferimento a quello che credo sia oggi il contesto europeo e globale. Qual è il campo delle idee presente oggi? Oggi ci sono tre tendenze principali. C’è una tendenza che ancora oggi crede che il futuro di questo mondo sia in una ancora maggiore liberalizzazione dei mercati. Nel convertire ogni diritto sociale in merce. Nella privatizzazione dei beni sociali più basilari. Ridurre la spesa sociale. Nell’elasticità del lavoro. E naturalmente il sacro diritto del capitale di non essere tassato e di immigrare verso i paradisi fiscali. Non ci vuole molto per immaginare quale partito e quali forze in Grecia stiano rappresentando questa tendenza. Questa è la tendenza del neoliberismo. O di destra, principalmente di destra, o a volte di centro-sinistra. Queste sono idee che vengono costantemente proposte come nuove e innovative, mentre in realtà sono più vecchie anche della schiavitù del XVIII secolo. Idee molto vecchie. Che di certo aumentano piuttosto di affrontare le enormi disparità e gli enormi problemi di coesione sociale, acuiti particolarmente dopo la crisi del 2008.
La seconda tendenza – che si sta espandendo di più nell’ultimo periodo – è la tendenza dell’ estrema destra populista e dello sciovinismo e nazionalismo, e a volte questo sciovinismo e nazionalismo si appoggia anche in frange della sinistra. La percezione populista di estrema destra, a causa della mancanza di giustizia sociale e della prosperità, ritiene che i più deboli siano i responsabili di tutto che accade. Che si tratti di rifugiati e migranti, o di varie minoranze, o del popolo pigro del Sud, accusato di vivere al di sopra delle loro capacità. E cosa promette? Promette prosperità e sicurezza, attraverso il ritorno al confino nazionale, all’intolleranza e all’autoritarismo. E queste convinzioni sono vecchie. E sono state condannate storicamente più di una volta, ed una volta hanno creato i più grandi crimini storici dell’umanità.
Contro queste due tendenze, si trova il nostro sistema di convinzioni e di idee. C’è l’ideologia di Sinistra e quella progressista. Che sottolinea la necessità di rendere il nostro mondo più umano. Sostenendo i deboli. Garantendo a tutti il diritto alla giustizia, alla solidarietà e alla dignità. Non con la competizione tra i popoli ma con la cooperazione e la solidarietà dei popoli. Credo profondamente che, nonostante molti dicono che questa tendenza, questa ideologia, la nostra ideologia è invecchiata, è la più nuova e la più fresca di tutte. E la cosa più importante è, che è l’unica prospettiva alternativa sostenibile difronte alla profonda crisi sociale che riproduce e costantemente allarga il divario e le disuguaglianze tra ricchi e poveri. Per questa prospettiva alternativa dobbiamo lottare per farla diventare la “causa” scelta di tutta la società, abbiamo l’obbligo di lottare per trasformarla in una prospettiva realistica. Un mondo pieno di disuguaglianze non può essere il mondo del futuro. La riduzione delle disuguaglianze, il superamento del capitalismo attuale che riproduce e genera queste disuguaglianze e conduce il pianeta stesso ad una crisi esistenziale, è l’unico fenomeno sociale e storico per il quale vale la pena di lottare.
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