Marco Revelli- Quel giorno a Palazzo Campana in cui entrai nel ’68

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Alle sei del pomeriggio del 27 novembre 1967 uscii dall’aula al primo piano dove avevo appena sostenuto l’esame di Istituzioni di diritto romano. I corridoi di Palazzo Campana erano avvolti nella penombra, scesi la scala interna che portava al pianterreno e mi diressi verso l’unico punto illuminato.
Alle sette e mezzo della sera l’assemblea degli studenti approvò all’unanimità l’occupazione dell’ateneo L’inizio di un cambio d’epoca
E’ la porta dell’Aula Magna dove di solito tenevano lezione il Rettore Mario Allara, il Preside Giuseppe Grosso, il mito degli studenti Norberto Bobbio, e che ora era piena di 500 studenti ammucchiati gli uni sugli altri fin sopra la “ sacra” cattedra. Non avevo ancora vent’anni (li avrei compiuti sei giorni dopo), e credevo di entrare in una normale assemblea. Invece entrai nel Sessantotto, con un mese di anticipo sul calendario ufficiale. Perché a Torino il Sessantotto incominciò appunto lì, con la votazione per alzata di mano che alle sette e mezzo della sera approvò all’unanimità l’occupazione del Palazzo. La Stampa intitolerà il giorno dopo Trenta studenti occupano l’Università. In piccolo, di spalla, nelle pagine locali. Ma sarebbe bastato poco per capire che stava succedendo qualcosa di grosso. Un cambiamento d’epoca.
Non era certo la prima occupazione del Palazzo. Solo pochi mesi prima, a febbraio, c’era stata l’occupazione promossa dall’Ugi ( l’associazione degli studenti di sinistra), con tanto di sgombero da parte della polizia e tutto quanto. Ma ora era tutto diverso. Intanto la “ direzione” del movimento. In primo piano non c’erano più le associazioni studentesche ( i “ partitini, come li si chiamava), ma studenti come noi, mescolati senza più distinzioni di appartenenza, Luigi Bobbio dell’Ugi insieme a Carlo Donat Cattin e Luciano Bosio dell’Intesa ( cattolici radicalizzatisi sull’onda del Concilio) e persino Diego Marconi dei GI ( di cultura liberale), con Guido Viale arrivato dritto dritto dall’Inghilterra senza nessuna appartenenza partitica. E con loro figure come Vittorio Rieser, che ci sembrava persin vecchio e col suo ruolo di Assistente offriva un’immagine rassicurante. Costituiranno il nucleo forte del Comitato d’Agitazione. E poi c’era l’atmosfera. Il clima caldo che teneva insieme ragione e trasgressione, il senso della violazione di quello spazio considerato “ sacro” della cultura accademica e la consapevolezza di farlo in nome di una più giusta concezione del sapere e dell’impegno. E infine il linguaggio: non più gergale, impersonale, immagine riflessa del “politichese” dei Partiti trasferito nei documenti studenteschi ma, ora, diretto, immaginifico, quotidiano, elaborato in stretta contiguità con l’esperienza vissuta nelle aule, a lezione, negli esami. Non più la terza persona ma, direttamente, la prima persona singolare e più spesso plurale. Il “ noi”, per parlare non di programmi politici astratti ma di cose concrete. Di vissuto: il metodo d’insegnamento, i contenuti di quell’insegnamento, i rapporti tra professori e studenti tra “ baroni” e “ sudditi” -, la contestazione dei rapporti d’autorità non più giustificati da reali valori, la voglia di cessare di essere oggetti, dentro una macchina pensata e organizzata per renderci funzionali a un ordine in cui non aveva più senso credere. Quando saltarono fuori i sacchi a pelo, e le chitarre, le radioline a transistor e gli scaldini per cibi, e incominciarono i canti, le rappresentazioni improvvisate, le performances teatralizzate, le visite di chi, da fuori, aveva saputo, si capì che lì da individui che eravamo ci stavamo trasformando in qualcos’altro, una collettività. Forse, davvero, una comunità.
Credevano che ci si sarebbe stancati presto, e per questo non mandarono subito la polizia. Invece l’occupazione durò. Incominciammo a dividerci per gruppi e a studiare. Studiare a modo nostro, naturalmente. Scegliendo noi le letture da fare, e discutendole collettivamente in quelli che si chiameranno “ contro- corsi”: una forma appunto di contro-cultura, critica, partecipata, innervata nella vita. Un modo di appropriazione collettiva di un sapere scelto, li si potrebbe definire. C’era il contro-corso sulla psicanalisi (nell’Università di allora parlare di Freud era ancora quasi un’eresia) e sulle teoria antiautoritarie dei Francofortesi, sulla politica internazionale (a cominciare dalla storia della guerra del viet- nam), sulle battaglie anti- segregazioniste dei neri d’America e sul cinema d’avanguardia… Saranno i contro-corsi la vera innovazione creativa: in fondo imparare insieme non ci era mai capitato. Era un’esperienza inebriante. Una forma rivoluzionaria di conoscenza, che rivoluzionava in primo luogo le nostre vite. Ed è grazie a quel “pieno” creato nel vuoto di una cultura accademica estenuata che l’occupazione riuscì a superare tutti gli ostacoli. Solo con un blitz della polizia nelle vacanze, il 27 dicembre, il Palazzo verrà sgomberato.
Può apparire strano, oggi, che la vicenda apparentemente marginale, di quella piccola comunità studentesca, in un vecchio palazzo torinese, abbia potuto cambiare così a fondo la città e le vite dei protagonisti. Ma bisogna immaginare cos’era la Torino di allora: una città tetragona, monocratica, perfettamente allineata secondo un principio verticale sabaudo che teneva dentro istituzioni, giornali, categorie professionali, soggetti economici all’ombra dell’ordine produttivo Fiat. In quella Torino la breccia aperta a fianco di Palazzo Carignano era destinata ad allargarsi a macchia d’olio, fino alla grande periferia di Mirafiori e di Lingotto. E allora, davvero, tutto si mise in movimento.

da Repubblica Torino

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