Per un’Europa democratica, sociale, contro le destre

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È vero! Come dice la nostra call “Europe must change”. Pena la sua (e la nostra) rovina.

Un cattivo vento soffia sull’Europa. Un vento di destra. Lo dicono un’infinità di episodi di xenofobia, razzismo, intolleranza: lo spostamento dell’opinione pubblica in molti paesi su posizioni di esplicito rifiuto dei più elementari diritti umani e di disprezzo verso l’Altro. Il confine tra “umano” e “inumano” si sta spostando violentemente nel campo oscuro della disumanizzazione. Lo dicono anche molti (troppi) risultati elettorali. Ultimo quello che riguarda il mio Paese, l’Italia. Nelle elezioni regionali della Sicilia (4 milioni di abitanti), a fronte di una partecipazione caduta sotto il 50%, la destra ha vinto: una brutta destra, rappresentata da un candidato post-fascista, e da una lista zeppa di “impresentabili” (inquisiti, pregiudicati, sospetti di collusione mafiose) in cui confluiva ciò che resta del “berlusconismo”, il populismo regionalista di Salvini e il neofascismo di Fratelli d’Italia. Unico competitor credibile il Movimento 5 Stelle, mentre ciò che resta della sinistra seguiva con quasi la metà dei voti. A Ostia – un municipio romano ci circa 250.000 abitanti – è andata ancora peggio: poco più del 35% dei votanti (uno su tre), ballottaggio tra candidata 5Stelle e candidata Fratelli d’Italia, i neonazisti di Casa Pound quasi al 10%! Se questo scenario si riproponesse alle elezioni politiche nazionali, nel prossimo parlamento italiano la ex-sinistra avrebbe una ruolo minoritario e marginale.

Temo che uno scenario simile riguardi anche l’Europa intera. C’è il rischio reale, a mio avviso, che nel prossimo parlamento europeo le sinistre siano una minoranza tendenzialmente irrilevante. E che davvero il confronto sia tra “due destre”: una cosiddetta destra populista e sovranista e una destra neoliberista ed elitista. Una “destra sociale”, da una parte, e una “destra tecnocratica” dall’altra. Di fianco. un grande cratere: il vuoto lasciato dal fallimento dei socialismi europei. Dalla crisi del modello socialdemocratico rivelatosi incapace di comprendere e gestire la transizione alla cosiddetta “seconda modernità” e di sottrarsi al fascino della tentazione neo-liberista. Incapace, soprattutto, di difendere i “diritti sociali” di quella che storicamente è stata la sua base sociale: il lavoro e i ceti popolari più esposti alle tempeste del mercato. Ciò ha prodotto quella che considero la più grave tragedia politica del nostro tempo: il passaggio dell’inclusione dei diritti sociali nell’agenda politica dalla sinistra (dalle sinistre) alla destra anti-sistema. L’abbandono della difesa dei diritti e dei bisogni “popolari” da parte di chi storicamente, per vocazione, si era candidato a farlo, e la sua assunzione da parte di chi storicamente li aveva ferocemente negati. Un rovesciamento dell’asse politico, che ha provocato un brutale disallineamento tra diritti sociali e diritti umani (che fino a ieri erano convissuti nell’identità della sinistra) e la loro brutale contrapposizione nel progetto di una destra sociale e disumana, populista e identitaria, paternalistica e xenofoba.

In questo contesto l’Europa – nel suo attuale assetto, con la sua governance e la sua ideologia – funziona come una grande macchina di distruzione di massa di culture politiche, forme della solidarietà, razionalità e umanesimo. E come una fucina di radicalismi identitari, populismi radicali, risentimento, competitività sociale e individuale, umori antidemocratici. I suoi vertici ostentano ogni giorno il proprio disprezzo per i popoli (e le loro espressioni) e la loro programmatica identificazione con tutte le èlites: l’ha mostrato in modo esemplare il trattamento feroce, punitivo e oltraggioso, riservato alla Grecia nell’estate del 2015, con un Referendum popolare esplicito considerato come un oltraggio personale dall’oligarchia di Bruxelles. E’ lo stesso atteggiamento di disprezzo e di noncuranza riservato dall’oligarchia che guida l’Unione Europea ai tanti referendum per la difesa del beni comuni, alle manifestazioni di massa contro i trattati internazionali come il famigerato TTIP, alla domanda (ragionevole e razionale) della ristrutturazione del debito da parte dei paesi più sofferenti. E infine, perché no?, alla Catalogna. Se questo meccanismo di governance non si spezza, si rischia davvero uno scenario simile a quello che travolse l’Europa nel periodo entre deux guerres.

Di qui il nostro compito: drammatico e urgente. Tentare di riempire quel vuoto a sinistra – quell'”assenza lacaniana” rispetto alla quale ci siamo rivelati finora inadeguati, perché troppo fragili, frammentati, divisi per nazionalità e sfumature di rosso, ma anche perché troppo esterni ai luoghi della vita (e della sofferenza sociale di massa). La sinistra capace di riempire quel cratere o sarà sociale o non sarà. O sarà continentale o si condannerà alla sconfitta. Solo una proposta politica capace di valicare i confini e di mettere in campo una forza adeguata alla sfida che oggi i “robber baron” del neoliberismo lanciano ai popoli, può avere la credibilità necessaria per offrirsi come alternativa al cattivo presente, in cui le società rinserrate nei propri confini si degradano antropologicamente. Solo una forza che non si limiti a muovere nel cielo della politica e delle parole che la abitano, ma che agisca al livello del suolo, nel sociale, a fianco degli strati di popolazione più deboli, che pratichi e non predichi solo il valore dell’eguaglianza. Che sia schierata con chi sta in basso e ne interpreti i bisogni radicali. Solo una sinistra di questo genere può evitare la catastrofe d’Europa e il ritorno del suo peggiore passato.

 

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