Marco Revelli -messaggio per la scomparsa di Assunta Signorelli

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Assunta ci ha lasciato mercoledì notte. Sarà difficile, d’ora in poi, immaginare le nostre riunioni (a cui non mancava mai) senza il suo sorriso ironico, da napoletana trapiantata a Trieste per seguire una vocazione trasgressiva. Senza la sua critica acuminata, la sua ribadita intransigenza. Soprattutto senza la sua trabordante umanità, di chi ha vissuto una vita a contatto con le sofferenze mentali degli altri. Nell’ultima riunione a Firenze non era riuscita più a esserci, sapeva del male che non avrebbe perdonato e del destino segnato, e aveva voluto farsi sentire da noi, con noi, almeno attraverso le parole. Le aveva lette l’amica a cui le aveva affidate, Antonia, con la voce che si strozzava in gola, e noi le avevamo ascoltate con un groppo che non si è più sciolto ogni volta che ritorniamo a leggerle. C’era tutta lei, in quell’ultimo messaggio che sembrava così simile a un testamento, pubblico e privato insieme. Si apriva con un versetto: “Morte non mi ghermire/ ma da lontano annùnciati/ e da amica mi prendi/ come l’estrema delle mie abitudini”, ricordato dall’adolescenza, parole di un santino utilizzato da parenti per annunciare la morte ingiusta di un figlio diciottenne, e sembrava dirci che a lei, almeno, e soprattutto a noi, quello strazio ulteriore di una morte prematura e non annunciata era stato risparmiato. Che lei – e noi – avevamo un po’ di tempo per abituarci a una morte “amica”. Era un aspetto del suo coraggio. E della sua generosità (andarsene “senza far troppi danni a chi resta”). Come tutto il messaggio che seguiva, privato e politico insieme, politico perché legato alla più privata delle cose, la propria scomparsa. Ci diceva – o, diciamo, ci ricordava – che niente, nemmeno la morte, si sottrae alla dura legge di una società di classe: che come un matto ricco è diverso, spaventosamente diverso, da un matto povero – come le aveva insegnato Basaglia – (anzi, non è nemmeno definito matto), allo stesso modo il morire di un ricco è diverso dal morire di un povero. E milioni, centinaia di milioni, muoiono da poveri.

Parlava “delle relazioni, della condivisione e della reciprocità del riconoscimento” come di un privilegio prezioso. Riusciva a sciogliere – relativizzare, universalizzare? – il proprio dramma in quello degli altri sofferenti nel mondo, quelli che dovrebbero stare in cima all’agenda di tutti, i migranti, la vita cancellata e offesa, le scomparse dimenticate che non fanno notizia e nemmeno numero. Il loro “dolore impossibile”, lo definiva. Parlava da donna, delle donne, della loro domanda di autodeterminazione del proprio corpo, proprio nel momento in cui il suo corpo l’abbandonava e tradiva, ed era appunto coraggio questo suo guardare al plurale. Le ultime parole di quella lettera sono il cuore di un progetto e di un’identità, come se ci chiedesse di rimanervi fedeli: vi si parlava di “speranza di sopravvivenza dell’umano” affidata alla necessità di misurarsi sempre “con l’altro, altro da sé” mantenendo aperta la contraddizione come appunto, da donna, aveva sempre insegnato e praticato.

Era quella sua umanità testimoniata che le permetteva di parlare a tutti, soprattutto ai ragazzi della grande diaspora – l’ho sentita più volte, qui a Torino, incantare sale irte di rasta e felpe nere -, quelli che del nostro gergo politico non sanno che farsene ma che lei, invece, la capivano perché sapevano che li capiva. Non so se saremo capaci di essere all’altezza del suo lascito. Ma so che quello non può non essere il centro di gravità del nostro stare insieme.

Marco Revelli

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