E se riscoprissimo il senso dell’autodeterminazione? (in chiave europeista)

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Tra i tanti, due articoli – quello della sindaca di Barcellona Ada Colau e quello di Mireia Borrell Porta sono già dal titolo appelli diretti all’Europa perché non lasci sola la Catalogna in questo momento difficile. Altri due, quello di Nick Rider e quello di Jordi Muñoz, fanno paragoni con il referendum sull’indipendenza in Scozia di tre anni fa. Tutti e quattro questi articoli parlano delle ragioni storiche o politiche per cui si è arrivati questo punto, e il governo centrale non ci fa una gran figura. I primi tre in particolare illustrano la posta in gioco del referendum catalano in termini di democrazia, di pluralismo, di Europa, che appare certamente più complessa della “violazione della legalità”, davanti alla quale le violenze della polizia apparirebbero inevitabili se non legittime. Quanto alle posizioni sul separatismo, Ada Colau si mette tra i “non indipendentisti”, Borrell Porta rivendica un’identità catalana ed europea e sottolinea il valore di questo binomio più che evocare l’indipendenza, Nick Rider è fortemente critico di entrambi i nazionalismi, Jordi Muñoz ha da parte sua l’approccio di un analista più che di un militante.

Questi articoli sono in inglese. Non che non siano usciti in italiano articoli informativi molto buoni (penso in particolare a quello di Steven Forti su “Left” del 23 settembre, a quello di Martín Caparrós, o a quello di Alfonso Botti, tutti fortemente critici della classe dirigente catalana, del suo progetto di indipendenza, e della politica di Madrid. Rispetto ai quattro che ho citato prima questi articoli, così come altri che ho letto in italiano, mettono in primo piano la questione del referendum e della secessione e in sordina la dimensione europea o internazionale. Al massimo si invita, come fa Steven Forti, a capire che ci si trova ora “nell’Europa del villaggio globale”. Nel frattempo l’Europa “reale” tace o prende discretamente le parti del primo ministro Rajoy. In Italia, al netto della condanna delle violenze della polizia il giorno del referendum catalano, ci si interroga per lo più sulle possibili emulazioni da parte dei vari localismi e particolarismi, e sulla capacità dell’“Europa” di reggere il ripetuto assalto di votazioni e mobilitazioni disgregatrici. Su Facebook i miei contatti di sinistra si dividono sulla questione se l’indipendentismo catalano sia o no, appunto, “di sinistra”, o si lasciano andare a stanche e facili ironie sulle repubbliche marinare o sul Ducato di Parma e Piacenza. Nei giorni scorsi qualcuno si è spinto a dichiarare che fosse per lui manderebbe anche i carri armati in Alto Adige, dimenticando (o ignorando) che l’assetto attuale lassù è prodotto da trattati internazionali, e quindi tutelato dal diritto internazionale.

La verità è che noi facciamo fatica a comprendere le questioni nazionali in Europa (al di fuori il contesto è diverso, e per certi aspetti più lineare). Per decenni si è parteggiato a distanza più o meno acriticamente per le cause che rassomigliavano alle lotte anticoloniali, o che sembravano essere politicamente vicine, ignorando o denigrando le altre parti. Oppure ci si è rivolti all’“Europa” quale fattore di per sé risolutivo. Certamente, il dogma dell’intangibilità dei confini per tutto il secondo dopoguerra fino al 1989, il processo d’integrazione europea, e non da ultimo gli ideali europeisti e internazionalisti hanno contribuito in modo rilevante a creare un contesto favorevole al superamento, a livello di massa, degli aspetti più tossici della visione nazionalista. Questo non vuol dire che siano scomparsi anche i nazionalismi di stato, o “maggioritari”, i quali anzi si sono facilmente trasformati in “legittimi” interessi geopolitici o geostrategici persino “europeizzandosi”, stendendo un velo sulle proprie responsabilità storiche e rimuovendo ogni presa di coscienza realmente emancipatoria sui meccanismi di esclusione, coercizione e assimilazione autoritaria che stanno alla base di tutti i nazionalismi. Quanta responsabilità nel disastro jugoslavo hanno avuto politici nominalmente europeisti degli stati UE che perseguivano semplicemente i loro interessi nazionali?

Nella tenaglia fra il sostegno “simpatizzante” a questa o a quella parte perché a noi vicina, e il rifiuto a comprendere, giustificato magari proprio in nome dell’“Europa”, a venire stritolata è proprio l’idea di autodeterminazione – una parola spesso derisa, talvolta strumentalizzata, che si fa fatica a prendere sul serio, anche a sinistra. A meno di essere nostalgici di Metternich, invece, l’autodeterminazione – il diritto di ogni collettività di autonominarsi, di decidere sulle questioni che la riguardano, di esprimere le proprie particolarità culturali, di pretendere e ottenere dignità per se stessi, rispetto per le proprie deliberazioni e uguaglianza con le altre collettività – dovrebbe essere il fondamento di ciò che chiamiamo democrazia. Certamente è impossibile, e non è nemmeno auspicabile, che a ogni collettività corrisponda un suo stato nazionale. Ma proprio perché non vogliamo la moltiplicazione dei confini, crediamo nel pluralismo politico e culturale, e rifiutiamo concezioni totalizzanti ed essenzialiste delle identità, facciamo in modo che la difesa dell’autodeterminazione di tutti sia un compito di tutti. In questo senso diventa importante elaborare un metodo di approccio a tali questioni che ci aiuti a orientarci in questo compito e a perseguirlo. Nello specifico:

  • La nostra autodeterminazione, individuale e collettiva, trova un limite nella libertà, dignità e uguaglianza di ciascun*, siano essi “dei nostri” o no, vivano essi sul nostro territorio o no. Di conseguenza, slogan come “comandare a casa nostra” o “padroni a casa nostra” semplicemente non sono degni di rispetto. Punto.
  • Di fronte a crisi o conflitti di natura nazionale, chi osserva da fuori farebbe bene a informarsi e a conoscere, cercando di comprendere il punto di vista di tutte le parti (che non vuol dire condividere!) prima di scegliere di appoggiarne una (il che peraltro non è indispensabile). E farebbe bene a partire dal presupposto che il “nazionalismo” non è soltanto un’ideologia da condannare, ma si sviluppa in un determinato contesto e diventa credibile a livello di massa per una serie di ragioni storiche, politiche e sociali strutturali. La prima domanda da porsi diventa quindi: quali sono (state) le condizioni per cui in un certo luogo la narrazione nazionalista risulta credibile e in grado di mobilitare una percentuale rilevante della popolazione?
  • In caso di crisi, vanno attivati (nonché sostenuti) il dialogo e tutte le strutture e tecniche di mediazione per circoscrivere o ridimensionare il conflitto. Sembra scontato ma non lo è affatto, come abbiamo visto ultimamente nella stessa Catalogna.
  • La secessione è sempre un trauma, ma non si può costringere una collettività ad accettare un assetto divenuto odioso a una sua rilevante maggioranza. Talvolta la creazione di un nuovo stato può contribuire a far ripartire le relazioni tra due collettività su un piano di parità. Dipende da come si fa. Probabilmente la fine della Jugoslavia era inevitabile. Non erano inevitabili i massacri e le atrocità che l’hanno accompagnata.
  • Va comunque aggiunto a quanto detto sopra che non ci sono solo due parti in un conflitto. Ci sono anche quanti non vogliono riconoscersi nella costrizione binaria dell’“o … o” e vogliono essere “e … e” o “né … né”. Anche loro hanno diritto ad autodeterminarsi.

Tutto questo naturalmente chiama in causa l’assetto europeo. I diritti fondamentali delle minoranze nazionali sono protetti dalla legislazione europea, ma come si è visto non bastano a prevenire o a risolvere i conflitti. Ci sono state delle esperienze di mediazione o pacificazione legate alle specificità di determinati territori che dovrebbero essere maggiormente conosciute anche altrove, se non altro per arricchire la consapevolezza collettiva ed evitare di dover ricominciare ogni volta daccapo. E, in una prospettiva di democratizzazione dell’Unione Europea nel senso dell’autodeterminazione di tutti, andrebbe rivendicato non solo il rispetto delle autonomie locali e della sovranità popolare su più livelli, ma anche il potenziamento delle istituzioni e delle esperienze transfrontaliere, assieme all’attuazione di politiche redistributive tra i territori all’interno dell’Unione, che depotenzierebbe il/l’accusa di separatismo per egoismo o ragioni di convenienza economica. Non si tratta di incoraggiare le secessioni, bensì rendere il livello sovrannazionale neutrale verso le modalità in cui i territori esercitano la loro autodeterminazione. Non è così adesso, quando la Commissione (l’ultima volta è stato proprio in occasione degli scontri in Catalogna) dichiara che un territorio secessionista si troverebbe ipso facto fuori dall’Unione Europea. Gli europeisti democratici dovrebbero al contrario sostenere il principio dell’“allargamento interno” – di nuovo non perché secessione è bello, ma perché i diritti e gli obblighi della cittadinanza europea avrebbero il loro centro nella volontà dei cittadini, non più solo in un trattato fra stati.

Ora si tratta di riportare entrambi i contendenti lontano dal baratro presso cui sono entrambi e rispettare la volontà dei cittadini catalani, i quali, se sono di sicuro profondamente insoddisfatti della situazione attuale, non paiono tuttavia inclini ad andare fino in fondo a una rottura. Certamente, a mediare dovrebbe essere l’“Europa” – invocata tante volte sul Continente nell’epoca dei nazionalismi. Purtroppo oggi essa – fatta e gestita dagli stati nazionali – è latitante.

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