Migranti: perché c’è chi grida all’invasione e c’è chi la nega

0

Vanessa Turri, Ph.D candidate,  Dept. of Sociology and Social Research,  University of Milano-Bicocca, Italy

Articolo pubblicato sul numero 41 del mese di Agosto 2016 della rivista Alternative per il Socialismo

Migranti: perché c’è chi grida all’invasione e c’è chi la nega

Ho iniziato a scrivere quest’articolo proprio il 5 Giugno, data delle elezioni amministrative di 1.345 comuni italiani, fra i quali compaiono alcune delle municipalità più importanti del paese. Davo per scontato che i mass media avrebbero evidenziato le notizie relative a questa scadenza elettorale, e invece sono ormai settimane che viene dato ampio risalto al botta e risposta mediatico fra Matteo Salvini, che denuncia l’invasione del paese da parete dei migranti, e Matteo Renzi, che smentisce a colpi di numeri tale previsione. Innanzi tutto, c’è da sfatare il mito dell’invasione da parte degli stranieri non comunitari: gli ultimi dati dell’Ufficio Statistico dell’Unione Europea segnalano che al 1° Gennaio 1014 i migranti provenienti da paesi terzi sono 19,6 milioni, ossia il 3,9 % della popolazione dell’UE-28; da quella data si sono registrati circa un milione di nuovi ingressi all’anno nei confini comunitari, il che significa che, approssimando per eccesso, alla fine del 2016 gli stranieri non-UE presenti nell’Unione saranno circa 23 milioni su un totale di circa 503 milioni, pari al 4,5% dell’intera popolazione europea. Dinnanzi a simili dati, che smentiscono contemporaneamente la tesi dell’invasione e gli innumerevoli proclami allarmistici che puntualmente, prima dell’inizio di ogni estate, prevedono un aumento degli arrivi di migranti sulle coste italiane, viene da chiedersi: cosa spinge tante personalità di spicco della politica europea – da Salvini, alla Le Pen, passando per l’inglese Cameron, lo svedese Ygmen, l’austriaco Mikl-Leitner e tante altre – non solo a sostenere imponenti campagne mediatiche, ma a costruire i propri programmi elettorali su una falsa notizia? E, soprattutto, cosa spinge il nostro Premier ad accettare un confronto mediatico quasi quotidiano su un argomento che fino a poche settimane fa snobbava apertamente?

Per rispondere alla prima domanda, basta volgere lo sguardo alla storia delle migrazioni europee di epoca moderna. Jan Lucassen (1987) individua, sulla base dei dati raccolti dai rilevamenti napoleonici, l’esistenza di ben sette sistemi migratori intraeuropei attivi nel XVIII e il XIX secolo: essi sono costituiti da migranti stagionali e interessano circa 300 mila persone, su una popolazione europea di circa 100 milioni di persone, che coprono annualmente distanze comprese fra i 300 e i 700 km. Questi flussi riflettono la crescente polarizzazione geografica fra le regioni europee più o meno produttive sotto il profilo economico: l’emigrazione proveniente dalle zone povere rappresenta un fattore determinante per la sopravvivenza di intere generazioni e fornisce al contempo la manodopera indispensabile alle aree ricche per supportare la loro espansione economica. Tali movimenti migratori trovano in genere ottima accoglienza nei luoghi di destinazione, dal momento che vanno a pareggiare gli squilibri di una popolazione decimata da elevata mortalità, guerre e carestie ricorrenti; i governi incoraggiano lo stanziamento dei migranti offrendo loro la cittadinanza e regalando terreni, dato il costante bisogno di uomini da far affluire nelle fila negli eserciti nazionali e l’insaziabile domanda di manodopera da indirizzare verso i settori del mercato del lavoro meno desiderabili ma necessari la crescita economica nazionale come le miniere, le acciaierie, i cantieri edilizi o infrastrutturali, l’industria tessile e l’industria rurale.

Nella seconda metà del XIX secolo, con l’affermarsi dello stato moderno come motore propulsivo dell’economia capitalista e il radicamento della cultura nazionalista all’interno dei suoi confini, inizia ad apparire evidente quanto i problemi relativi alla gestione statale dei flussi migratori siano radicati tanto nei processi economici e nelle variazioni geografiche quanto nella stessa cultura nazionale. Mentre la Francia si mobilita per organizzare campagne di reclutamento all’estero, finalizzate a risolvere i pesanti problemi demografici[1] e la carenza di soldati e manodopera che ne deriva, col motto “Venga chi vuole e diventi francese”, la Germania favorisce solo l’immigrazione temporanea per risolvere il problema dell’insufficienza di manodopera da impiegare nelle coltivazioni intensive. Gli immigrati diretti verso le campagne tedesche sono principalmente di origine russa o austriaca e di religione ebraica. Questi lavoratori vengono strettamente sorvegliati dall’autorità statale perché considerati pericolosi e sono obbligati ad avere con sé un permesso di soggiorno che garantisce loro la permanenza in suolo tedesco per il tempo strettamente necessario alla raccolta agricola. L’opinione pubblica è dominata dalla fantasia di un’invasione di stranieri polacchi e, più in generale, slavi ed ebrei orientali e questo spinge, nel 1885, il governo a dirigere la prima espulsione di massa di migranti economici del continente europeo[2]. Gli imperativi politici dello stato sono però temperati dalle necessità economiche dell’agricoltura e dell’industria: la forza-lavoro scarseggia e nel 1890, subito dopo la morte di Bismarck e la nomina del nuovo Cancelliere, si riaprono le frontiere al flusso di immigrati proveniente dai territori orientali[3]. Nonostante l’atteggiamento del governo francese nei confronti degli stranieri sia agli antipodi rispetto a quello assunto dal governo tedesco, la paura di un’invasione inizia ad aleggiare anche in Francia dopo il 1889, anno nel quale il governo liberalizza il diritto di cittadinanza ed elimina l’obbligo del servizio militare per i nuovi arrivati. Fra il 1893 e il 1914 vengono presentati oltre cinquanta progetti di legge mirati a limitare l’afflusso di popoli stranieri nel territorio francese: questi vengono accusati di danneggiare gli autoctoni sul mercato del lavoro, di essere poveri e di essere criminali. Il governo centrale, però, respinge ogni proposta legislativa facendo appello non solo ai problemi demografici del paese, ma soprattutto alla carenza di manodopera nazionale alla quale delegare i lavori più pesanti e sgradevoli.

Solo la crisi economica che mette in ginocchio il mercato del lavoro europeo nel 1931, conseguenza del crollo finanziario americano del ’29, riesce a mutare drasticamente le scelte politiche del governo francese: gli italiani e i polacchi, fino a quel momento ben accolti dalla maggioranza della popolazione, divengono vittime di violenti attacchi xenofobi; nel 1934, dinnanzi a 250 mila disoccupati, il parlamento dà l’avvio a severi provvedimenti di espulsione e di limitazione dei flussi in entrata. Anche i rifugiati politici in fuga dalle persecuzioni hitleriane vengono respinti o accolti per brevi periodi di tempo per poi essere rimandati in Germania. Un simile atteggiamento di chiusura sia verso i migranti economici che verso i rifugiati politici è riscontrabile in  tutti i paesi europei meta di immigrazione, a testimonianza del fatto che i rifugiati sono da sempre considerati nient’altro che forza lavoro aggiuntiva, nonostante la Società delle Nazioni riconosca loro il diritto all’accoglienza e alla solidarietà.

Le grandi masse di profughi prodotte dal secondo conflitto mondiale forniscono, dopo il 1945, la riserva di forza lavoro supplementare di cui le economie europee hanno pressantemente bisogno per affrontare la ricostruzione post-bellica[4]. E’ una svolta repentina: dal terrore dell’invasione propria degli anni ’30 all’ampia e insaziabile domanda di manodopera straniera degli anni ’50 e ’60; Germania, Francia e Svizzera attivano delle vere e proprie campagne di reclutamento statali rivolte in primis ai lavoratori italiani, spagnoli, portoghesi, greci e iugoslavi. All’inizio degli anni settanta il numero di lavoratori stranieri presenti in Europa occidentale raggiunge il suo apice (circa 10 milioni di individui su un totale di 656 milioni, pari all’1,6%). A quel punto, con la stessa rapidità del passato, si verifica una brusca svolta: durante lo shock petrolifero del 1973-74 la maggior parte dei paesi importatori di manodopera straniera chiude le proprie frontiere ed avvia imponenti programmi di espulsione. Intorno alla metà degli anni ottanta, in tutto il continente europeo, si diffondono comportamenti razzisti e xenofobi, supportati ancora una volta dalla retorica di un’imminente invasione.

In presenza di simili dati storici, è innanzi tutto da notare la rapidità e l’intensità di queste svolte comportamentali dell’opinione pubblica e della politica nei confronti dei movimenti migratori, insieme a quello che sembra essere il loro carattere ciclico. Il secondo elemento da rilevare è la nascita del tema dell’invasione straniera unicamente in seguito all’affermazione della cultura nazionalista: solo con l’affermarsi dell’idea di un Noi, si può affermare l’idea di un Altro da Noi, che assume talvolta un volto amichevole e talvolta un volto nemico; a ciò va aggiunto che, storicamente, il primo luogo nel quale si palesano atteggiamenti accoglienti o respingenti verso gli stranieri è il mercato del lavoro. La terza osservazione da fare è che il comportamento dei governi nazionali di epoca capitalista è sempre stato quello di gestire i flussi migratori come veri e propri bacini di manodopera a basso costo da governamentare, attraverso gli strumenti della biopolitica, in modo da rispondere il più repentinamente possibile alle fluttuazioni dei mercati; il raggiungimento di un simile obiettivo economico ha dovuto però fare i conti con la crescente importanza dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali. La retorica dell’invasione e della differenza fra le razze, così come la retorica dell’accoglienza e della solidarietà fra popoli appaiono – nella maggioranza dei casi – come variabili dipendenti dell’andamento dell’economia nazionale e delle necessità elettorali del momento; i governi centrali sembrano dunque fare appello al discorso pro o contro immigrati per giustificare ideologicamente le proprie scelte in ambito economico e per garantirsi il consenso di determinati bacini elettorali nei periodi a ridosso delle elezioni.

Considerazioni di questi tipo appaiono in linea con l’analisi di Immanuel Wallerstein sul concetto di Popolo (1988, p. 113): “L’etnicizzazione, o la nozione di popolo, risolvono una delle contraddizioni di fondo del capitalismo storico – la sua pulsione simultanea verso l’uguaglianza teorica e la disuguaglianza pratica – utilizzando la mentalità delle masse lavoratrici del mondo. In questo sforzo, l’instabilità delle categorie di popolo, di cui abbiamo parlato, risulta essere di fondamentale importanza. Perché se il capitalismo come sistema storico richiede una costante diseguaglianza, richiede anche la costante ristrutturazione dei processi economici. Di conseguenza, ciò che oggi garantisce uno specifico insieme di rapporti sociali, domani potrebbe non funzionare. Il comportamento della forza lavoro deve cambiare senza minare la legittimità del sistema. La nascita, la ristrutturazione e la scomparsa ricorrenti di gruppi etnici sono quindi preziosi elementi che rendono flessibile il funzionamento della macchina economica.”

L’appello sempre più spregiudicato  al tema dell’invasione da parte della componente populista dei partiti della Destra europea si incasella perfettamente nella tendenza della Politica globale a  riconoscere maggiore rilevanza all’opinione pubblica – a causa dell’allargamento della base elettorale alle donne e ai giovani avvenuta nella seconda metà del XX secolo in tutte le democrazie europee – e alla comunicazione mediatica, che, nell’era della ITC ha ormai largamente soppiantato il radicamento territoriale nei partiti politici e il rapporto vis à vis con l’elettorato. Non c’è da stupirsi, dunque, se nelle settimane antecedenti le elezioni amministrative il portavoce del principale partito politico della Destra populista del paese si sbraccia e scalpita per colpire “la pancia” e non la mente dell’elettorato, facendo appello alla recondita paura di un’invasione, tipica dei popoli nazionali. La retorica dell’invasione diffusa attraverso i mass media permette, infatti, di raggiungere simultaneamente e istantaneamente un elettorato chiamato ad esprimere il proprio voto su tematiche amministrative e, di conseguenza, caratterizzato da interessi molto particolareggiati e differenziati. La strategia comunicativa utilizzata da Matteo Salvini consente, dunque, di evitare il confronto sui temi strettamente territoriali e di garantirsi i consensi di coloro che, per varie ragioni, vivono effettivamente la paure del Diverso da Sé.

Rimane ancora da indagare il motivo per il quale Matteo Renzi, dopo anni passati ad evitare il contraddittorio su simili tematiche, abbia deciso di accettarlo proprio ora. Posto accanto al suo avversario mediatico, il Premier appare pacato, riflessivo e veritiero. Ripete che, nonostante le difficoltà economiche e organizzative nella gestione dell’emergenza migranti, lui è fiero di salvare ogni giorno tante preziose vite e di difendere i diritti umani dei migranti, respingendo con forza la tesi dell’invasione. Data la profonda recessione che attraverso l’Italia da ormai otto anni, il suo utilizzo della retorica dell’accoglienza non può essere spiegato dalla necessità di giustificare la scelta politica di aprire le porte del paese alla forza-lavoro immigrata per supportare l’espansione economica. Le opzioni rimaste sono due: il nostro Primo Ministro ha veramente a cuore la sorte e i diritti umani dei migranti oppure questa è una mera tecnica comunicativa per accaparrarsi in extremis i voti dell’elettorato di Sinistra o di quello Cattolico, nel timore di un fallimento elettorale imminente.

Andando a leggere con attenzione il c.d. Migration Compact, che il nostro governo ha inviato alle istituzioni europee il 15 Aprile finalizzata a risolvere l’emergenza migratoria in atto, appare chiaro come la prima delle due opzioni sia da scartare con forza. La filosofia del documento è chiara: offerta di denaro ai paesi terzi in cambio di una presa in carico della gestione dei flussi. Questa strategia risolverebbe il vero problema di Renzi, cioè l’ingresso dei migranti economici, che non rientrano negli accordi di redistribuzione fra i 28 paesi dell’UE.

Nelle 4 pagine del documento vengono prima elencate le offerte ai paesi africani: costituire un Fondo europeo per gli investimenti nei paesi terzi; creare degli Ue-Africa Bonds per aiutare i partner africani a investire in crescita e innovazione; inserire gli obiettivi di gestione dei flussi migratori in tutti i programmi Ue in Africa; regolare i migranti economici con quote di ingresso destinate solo a chi conosce la lingua e ha frequentato corsi preparatori; compensare i costi dei paesi africani che adotteranno il diritto di asilo per gli stranieri. In cambio di queste offerte, i paesi africano devono garantire: controlli effettivi delle frontiere e una riduzione dei flussi verso l’Europa; gestione dei rimpatri di chi non ha diritto all’asilo; costruzione delle infrastrutture per accogliere i migranti. Si prevede, infine, la creazione della nuova Guardia di frontiera Ue.

Nel documento non si fa alcun riferimento alla necessità di garantire i diritti umani dei migranti presi in carico dai paesi terzi, nonostante le più che documentate violazioni di questi diritti ai danni degli stessi cittadini di buona parte dei paesi africani. D’altronde, la preoccupazione per il rispetto dei diritti umani dei migranti non è neanche stata menzionata durante le trattative di Marzo fra UE e Turchia, un paese al quale l’ingresso nell’UE è stato ripetutamente negato a causa della violazione continua dei diritti umani delle minoranze etniche presenti nel territorio.

La formula di risoluzione dell’attuale “emergenza migranti” – un’emergenza determinata semplicemente dalla mancanza di volontà politica di risolvere una condizione ormai strutturale del continente europeo da almeno due decenni – proposta dal nostro governo risulta dunque perfettamente in linea con la strategia utilizzata sin dall’inizio degli anni 2000 dalle istituzioni comunitarie per gestire i flussi migratori: continuo spostamento dei confini UE verso est (con l’allargamento dell’UE-28 degli anni 2000) e verso sud (adesso) ed esternalizzazione delle strategie e degli strumenti biopolitici di governo dei movimenti di popolazione. Ciò comporta, innanzi tutto, l’imposizione di uno specifico modello di gestione delle migrazioni a paesi che non hanno partecipato alla sua progettazione, in una chiave totalmente anti-democratica che fa parlare alcuni autori, come Sandro Mezzadra (2008), di post-colonialismo; in secondo luogo, tale manovra geopolitica può essere definita, usando un’espressione di Enrica Rigo (2007), delocalizzazione delle contraddizioni: si assiste infatti al trasferimento su paesi non-UE dell’onere di arginare i flussi migratori diretti verso l’Unione, il che non comporta la risoluzione ma solo lo spostamento altrove del problema; in terza istanza, il risultato immediato di simili strategie è il rafforzamento di quella che una retorica ormai diffusa ha indicato con la metafora fortezza Europa, che richiama l’idea di una popolazione rinchiusa in sé stessa, timorosa del nuovo; infine, il dato, a parere di ci scrive, più cogente e grave, è il totale rifiuto di quella cultura della solidarietà e del rispetto dei diritti umani che noi occidentali ci vantiamo tanto di condividere. La continua dimenticanza, appositamente studiata e voluta dalle istituzioni UE, del richiamo al rispetto dei diritti umani contenuti nella CEDU all’interno dei trattai fra UE e paesi terzi e della predisposizione di tecnologie di controllo, denuncia e sanzionamento delle violazioni di tali diritti rappresenta il più grosso tradimento portato avanti dai capi di governo dell’Unione nei confronti dei padri fondatori comunitari e di tutti i suoi cittadini.

Al termine di simili considerazioni, non si può far altro che prendere atto del fatto che, dietro alle dichiarazioni di Matteo Renzi di smentita della tesi dell’invasione diffusa da Matteo Salvini, non c’è né la volontà di giustificare la scelta di aprire le porte del paese alla forza lavoro straniera per supportare una reale ripresa economica, né l’interesse a farsi carico della difesa dei diritti umani di tutti gli individui che premono sui confini comunitari. C’è, invece, una profonda preoccupazione politica di uscire sconfitto dal confronto elettorale sui temi strettamente territoriali, che ha portato il nostro premier a cercare di racimolare all’ultimo momento i voti ormai perduti dell’elettorato di Sinistra e di quello Cattolico che hanno davvero a cuore la sorte dei migranti. Nonostante la negazione continua, da parte dei rappresentanti del nostro governo, della profonda crisi occupazionale, economica e sociale in cui versa l’Italia da quasi un decennio, sembra che la società civile stia iniziando a non credere più nell’idea dell’uomo forte che ha la formula magica per risolvere tutti i problemi velocemente. C’è da sperare che questa società civile, che da tanti anni sembra assopita e incapace di opporsi a gran voce alla continua cancellazione dei suoi diritti sociali – come  invece sta facendo la società francese per protestare contro una legge che assomiglia in tutto e per tutto al Jobs Act – abbia la voglia e la forza di esprimere il proprio dissenso verso le politiche neoliberiste del governo almeno nei seggi elettorali.

 

[1] La Francia è stato il primo stato moderno a registrare tassi di natalità negativi sin dal principio del XIX secolo

[2] Fino a quel momento le espulsioni hanno avuto solo motivazioni religiose

[3] Tra il 1905 e il 1914 arrivano in Germania non meno di settecentomila ebrei dalle regioni orientali. Questi dati possono essere un utile spunto di riflessione per la comprensione degli avvenimenti che investono la Germania successivamente

[4] Solo la Germania accoglie, fra il 1945 e il 1988, quattordici milioni di persone

Condividi: