Migranti e lavoro al tempo della crisi

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Vanessa Turri, Ph.D candidate, Dept. of Sociology and Social Research, University of Milano-Bicocca, Italy

Articolo pubblicato sul numero 39 del mese di Febbraio 2016 della rivista Alternative per il Socialismo

Migranti e lavoro al tempo della crisi

Dall’inizio della crisi finanziaria in atto, si è assistita a una lenta ma inesorabile diffusione a tutti i livelli della società europea di una lettura meramente economica del fenomeno migratorio e, come se ciò non bastasse, tale lettura è tesa a sottolineare i soli costi dell’accoglienza dei migranti, evitando con cura di fare luce su tutti i vantaggi economici e demografici che tale fenomeno porta con sé in un territorio segnato da decenni da tassi di natalità negativi e da un forte prolungamento delle aspettative di vita. Fino a qualche anno fa, infatti, l’interpretazione economicistica era riservata esclusivamente alla categoria delle migrazioni da lavoro, mentre era ancora diffusa una sorta di vergogna nel fare appello alla giustificazione pecuniaria per supportare la decisione di negare l’accoglienza ai profughi di guerra. Ebbene, sembra proprio che la crisi economico-occupazionale iniziata nel 2007 abbia fornito l’occasione per rinnegare, in nome del pareggio di bilancio, anche gli ultimi residui di quella cultura solidaristica che ha condotto, nel dopoguerra, tutte le democrazie europee a inserire il diritto d’asilo nelle proprie costituzioni nazionali e che ha contribuito alla diffusione su scala planetaria di un’immagine dell’Europa come continente di libertà, di diritti e di pari opportunità. Segno lampante di questa deriva culturale è l’approvazione del 26 Gennaio da parte del parlamento danese – con largo consenso della componente socialdemocratica – di una proposta di modifica della legge sull’immigrazione finalizzata al sequestro dei beni personali e del denaro posseduti dai richiedenti asilo (con riferimento a somme in contanti e oggetti dal valore monetario superiore alle 10.000 corone danesi, circa 1.350 euro) per finanziare la loro accoglienza. Un’iniziativa molto simile è stata introdotta in Svizzera lo scorso 15 Gennaio.

Sarebbe un errore, però, pensare che una simile interpretazione puramente numerica, deumanizzante, calcolatoria – in una parola: biopolitica[1] – della naturale propensione umana a spostarsi per ricercare un futuro migliore sia nata dal nulla o, peggio, che sia la naturale risultante della tanto invocata “invasione di immigrati”[2] a cui i territori europei sarebbero soggetti sin dagli anni ’90: da quando, cioè, i flussi migratori verso il nostro continente hanno iniziato a mostrare caratteristiche totalmente nuove rispetto al passato[3] e hanno palesato l’incapacità dei governi nazionali di eterodirigere il naturale movimento geografico dei popoli.

E’ importate ricordare, infatti, che la cultura politica che pretende di subordinare i diritti umani dei migranti agli interessi economici degli stati membri affonda le sue radici nei principali Trattati fondativi dell’Unione Europea, come, ad esempio, il Trattato di Amsterdam (1997) o il programma dell’Aja (2004) che si configurano come le fonti giuridiche primarie – al pari dei principi costituzionali nazionali – delle leggi sull’immigrazione di tutti gli stati dell’Unione. D’altro canto, la stessa nozione di “cittadinanza europea” contenuta Trattato di Maastricht (1992) è costruita su una vera e propria discriminazione su base etnica. Tale istituto giuridico, che altro non è che la semplice addizione delle cittadinanze nazionali dei paesi membri, appare finalizzato alla sola differenziazione dei cittadini comunitari da quelli non comunitari sul tema della libertà di circolazione nei territori dell’Unione, senza produrre altra conseguenza che quella dell’inferiorizzazione giuridica di coloro che non la posseggono.

L’attuale crisi occupazionale però, oltre ad offrire l’occasione per la diffusione di atteggiamenti e discorsi xenofobi travestiti da razionalismo economico, fornisce l’opportunità di fare chiarezza sulla struttura e sui meccanismi di funzionamento del mercato del lavoro nazionale ed europeo, dal momento che si fondano sulle medesime legislazioni comunitarie. L’analisi delle tendenze statistiche relative all’andamento dell’occupazione dei migranti può, infatti, rappresentare un’eccellente chiave di lettura del funzionamento dell’intero mercato del lavoro, dal momento che le migrazioni sono un perfetto esempio di ciò che gli antropologi chiamano “fatto sociale totale”[4]: esse rappresentano, cioè, un aspetto specifico di una data cultura che si trova in relazione con tutti gli altri e che, pertanto, attraverso la sua analisi, rende possibile per estensione la comprensione di ogni altra componente della società presa in esame.

Il Rapporto ISTAT pubblicato nel Dicembre 2015 sull’integrazione di stranieri e naturalizzati nel mercato del lavoro relativo al periodo 2008-2014 e il XXIII Rapporto Immigrazione pubblicato da Caritas-Migrantes nel Gennaio 2014 evidenziano le medesime tendenze statistiche: entrambi sottolineano come la crisi abbia colpito in maniera molto più dura la componente straniera, rispetto a quella italiana dalla nascita, della nostra forza-lavoro nazionale. Dal 2008 al 2014 si è infatti registrato, per questi lavoratori, un drammatico aumento della disoccupazione di lunga durata, il rafforzamento delle tendenze all’etnicizzazione dei rapporti di impiego già esistente prima della crisi, un aggravamento del problema del sovrainquadramento[5], una riduzione delle retribuzioni e precarizzazione dello status contrattuale.

Ciò che colpisce di questi dati è il fatto che, andando a scomporli per genere, la componente maschile di origini extracomunitarie della manodopera nazionale si configura come la più penalizzata dalla crisi, a fronte di una buona tenuta della componente femminile, la quale contrasta a sua volta col forte aumento della disoccupazione registrato fra le lavoratrici italiane. Emergono così degli identikit totalmente difformi per etnia, per genere e per età, delle due categorie sociali maggiormente colpite dalla crisi occupazionale in atto: mente fra gli italiani dalla nascita hanno per lo più perso il lavoro le donne, i giovani e i cosiddetti lavoratori atipici, fra la popolazione di origini extracomunitarie sono stati espulsi dal mercato del lavoro gli uomini capofamiglia di età fra i 30 e i 44 anni, residente nel Nord-Italia e di più antica immigrazione, coloro, cioè, che godono di uno status giuridico più solido. Ad un’analisi dei dati ancora più attenta, si può giungere ad affermare che la categoria sociale di origine extraeuropea maggiormente colpita dalla disoccupazione ha le medesime caratteristiche (in termini di età, genere, ruolo famigliare, residenza geografica e stabilità contrattuale) della categoria sociale italiana dalla nascita meno colpita dalla stessa crisi. L’unico aspetto che le distingue è pertanto il profilo etnico.

Il forte incremento della disoccupazione di lunga durata, coi relativi rischi di obsolescenza delle competenze e depauperamento del capitale umano, è indice dell’esistenza di problemi di tipo strutturale all’interno del mercato del lavoro nazionale: per questo ho scelto gli strumenti analitici offerti dall’Economia delle Convenzioni per analizzare la struttura formale assunta attualmente dal mio oggetto d’indagine. Tale approccio porta alla luce l’esistenza, nel nostro territorio nazionale, di un mercato del lavoro tripartito. Uno di questi tre mercati del lavoro risulta totalmente riservato alla manodopera migrante ed esso non possiede né tutte le caratteristiche del mercato del lavoro esterno standard – quello sul quale si incontra la domanda e l’offerta di lavoro secondo un criterio concorrenziale – né tutte le caratteristiche del mercato del lavoro interno – quello composto dalle procedure utilizzate all’interno di un’organizzazione per la determinazione dei salari, della mobilità di carriera e della durata delle mansioni secondo un criterio gerarchico. Nel mercato sul quale si muove la manodopera straniera, i rapporti salario/lavoro sono regolati attraverso uno specifico contratto, che assume alcune delle caratteristiche tipiche del contratto d’ingaggio (indenture labour) nato negli imperi coloniali del XVII secolo, più che quelle del contratto che regola il salariato libero nelle democrazie industriali contemporanee.

Lo strumento giuridico che gli stati membri utilizzano per dare forma a questo mercato e alla tipologia contrattuale ivi vigente sono le leggi comunitarie e nazionali sull’immigrazione, che sembrano finalizzate al mantenimento dei soggetti a cui si applicano fuori dal mercato del lavoro riservato agli autoctoni per il maggior tempo possibile, e a renderli, al contempo, produttivi all’interno dell’economia nazionale.

Alla manodopera straniera si può pertanto applicare il concetto di esternalità pubblica, coniato nell’ambito della Teoria delle Esternalità formulata R. Coase e A.C. Pigiou sul finire degli anni ’60: la caratteristica dirimente di questo tipo specifico di esternalità è la norma, che si afferma come strumento privilegiato dallo stato per la loro gestione. La regola, come fatto prescrittivo del diritto e non come mero fatto descrittivo delle consuetudini comportamentali, si dimostra, infatti, in grado di conservare lo statuto di esogeneità dei fattori introdotti dall’esterno. La storia è in grado di testimoniare l’esistenza di un elemento di incredibile generalità in tutte le leggi sull’immigrazione apparse nell’età moderna e contemporanea: la capacità di mantenere il carattere esogeno delle popolazioni straniere all’interno dello statuto giuridico nazionale. La Teoria delle Esternalità pubbliche consolida così una posizione nettamente contrastante con quella tradizionale dell’economica classica e neoclassica, secondo la quale il diritto ha avuto una sola funzione costitutiva del mercato, ma il cui funzionamento successivo rimane indipendente dal diritto, poiché il mercato avrebbe la capacità di auto-riprodursi. L’analisi finora condotta dimostra, infatti, che se c’è creazione di diritto, essa è continua ed è, in tale caso, finalizzata a mantenere attivo lo statuto di esogeneità delle esternalità pubbliche. Ma se il mercato capitalistico ha bisogno, oltre che della fissazione iniziale delle proprie condizioni d’esistenza da parte delle istituzioni ad esso esterne, anche di una produzione normativa continua finalizzata alla permanente riproduzione delle sue condizioni d’esistenza, è possibile concludere logicamente che l’accumulazione originaria di capitale debba anch’essa essere incessante e permanente per poter garantire la sopravvivenza del sistema stesso.

Le domande da porsi a questo punto sono: perché è tanto importate per l’economia globale il mantenimento delle popolazioni migranti in una condizione permanente di stato d’eccezione giuridica? Perché la libera circolazione dei capitali e delle merci, considerata un dogma dell’odierna globalizzazione neo-liberista, non ritrova il suo corrispettivo logico nella libera circolazione degli esseri umani?

Per dare risposta a simili quesiti intendo utilizzare i risultati della ricerca intitolata “Dalla schiavitù al lavoro salariato” pubblicata nel 1998 dall’economista francese Yann Moulier-Boutang. L’autore esordisce con la fissazione di alcuni presupposti concettuali: il primo è la constatazione di come la storia di tutte le grandi potenze economiche moderne e contemporanee – Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Spagna, Stati Uniti, Canada, Germania, Giappone – si sia edificata sull’importazione di manodopera straniera sotto contratto d’ingaggio; il secondo presupposto, che discende dal primo, è la scelta di un campo temporale d’indagine che va dalla Grande Peste del XIV secolo fino alla fine del regime di apartheid in Sudafrica nel 1989. Questa decisione è mossa dalla mera constatazione del fatto che la mobilità del lavoro si ritrova al centro del problema del controllo dell’accumulazione capitalistica sin dalla prima ondata di emigrazione verso il Nuovo mondo, nel XV secolo e che all’epoca della prima Rivoluzione Industriale il capitalismo si era già affermato su scala globale, così come il lavoro dipendente e le relative lotte dei lavoratori subordinati. Il terzo presupposto è, infine, la conseguenza logica dei primi due: il lavoro salariato libero non è, come ci racconta l’economia classica, la forma tradizionale di lavoro delle economie democratiche moderne, ma è solo una delle tante forme di lavoro subordinato che nella storia dell’accumulazione capitalista si sono susseguite. Tale prospettiva consente di far rientrare il lavoro sotto schiavitù totalmente non libero e tutte quelle forme di lavoro dipendente semi-libero – l’indenture labour, il lavoro a cottimo, la mezzadria, il lavoro giornaliero, il servaggio a contratto, la condanna ai lavori forzati, la migrazione internazionale sotto contratto d’ingaggio, la reclusione nelle workhouses, ecc.. – nella definizione di lavoro dipendente o subordinato fornita da Marx.

Attraverso un’attenta analisi di documenti e testimonianze storiche dell’epoca, l’autore dimostra come la scelta di intraprendere il cammino schiavista sia stata ovunque dettata dall’esigenza meramente economica di dare risposta al problema dalla profonda carenza di manodopera libera disposta a lavorare nelle piantagioni, la quale tendeva sistematicamente a scegliere la via dell’exit piuttosto che quella della voice[6] quando si andava a scontrare contro gli altissimi livelli di fatica e i bassissimi livelli salariali offerti. L’altro elemento storico corale si ritrova nel fatto che il percorso giuridico-istituzionale che ha condotto all’affermazione della schiavitù ha avuto origine nella limitazione delle libertà personali sul luogo di lavoro per poi estendersi alla sfera politica e civile: tali limitazioni appaiono tutte finalizzate a limitare al massimo le possibilità di fuga dei dipendenti dal posto di lavoro.

Come conseguenza della limitazione progressiva delle libertà sociali, civili e politiche dei lavoratori e delle lavoratrici di piantagione, che agli esordi di questo tipo di produzione non erano differenziati su base etnica, sono esplose le prime rivolte. Nelle insurrezioni degli schiavi neri e dei servant bianchi ribelli del XVI e XVII secolo si possono individuare delle importati nozioni di legittimità: essi rivendicavano un equo trattamento della forza-lavoro, sia sul fronte delle retribuzioni sotto forma di beni di prima necessità o in denaro, sia sul fronte del riconoscimento dei propri diritti individuali – come il diritto al riscatto o il diritto a non subire violenza eccessiva sul luogo di lavoro o il diritto a orari di lavoro dignitosi o il diritto a evitare ai propri figli la condizione di schiavitù. Le tattiche da attuare per il sabotaggio della produzione o per darsi alla fuga erano scelte con cura ed organizzate nel dettaglio: simili strategie assumevano la forma, sia per l’importanza che rivestivano all’epoca, sia per le loro conseguenze economiche, di vere e proprie forme di sciopero e di dissidenza attiva.

E’ stato solo dopo la comparsa sulla scena internazionale di questa classe operaia organizzata e trasversale sotto il profilo etnico e di genere che i governatori delle colonie hanno messo a punto nuove tecnologie di governo in grado di depotenziare e parcellizzare le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici delle piantagioni: si è iniziato con l’assegnazione delle mansioni migliori alla forza-lavoro bianca e delle mansioni peggiori alla forza-lavoro nera o amerinda per poi approdare alla definitiva regolamentazione della schiavitù nera come condizione ereditaria. La giustificazione razziale e civilizzatrice è stata dunque inventata di sana pianta al fine di far accettare all’opinione pubblica bianca la disparità di trattamento subìta dai lavoratori, dalle lavoratrici e dai loro figli non bianchi.

La fuga del lavoro dipendente, libero o non libero, rappresenta la chiave di volta non solo della creazione, delle deformazioni e della distruzione delle istituzioni storiche del mercato, ma anche delle forme assunte dalla concorrenza capitalistica e dell’accumulazione in generale. A lungo termine, infatti, la via dell’exit è non solo la regola più frequente rispetto alla via della voice, ma è essa stessa a costituire il problema centrale dell’accumulazione capitalista e delle sue crisi più gravi: l’obiettivo dell’equilibrio a prezzo fisso del costo della manodopera si è dimostrato realizzabile solo attraverso l’immobilizzazione più o meno forzata dei lavoratori e delle lavoratrici sul posto di lavoro, attraverso la negazione del loro diritto alla mobilità.

I diversi investimenti che stavano in passato e stanno oggigiorno a monte della costituzione del mercato del lavoro e dell’istituzione permanente di un sistema di regole in grado di garantirne il funzionamento – dai Codici Schiavisti, alle agenzie statali finalizzate all’esportazione della forza-lavoro, al Welfare State, allo Statuto dei Lavoratori, fino alle leggi sull’immigrazione – possono così essere letti come elementi edificati dalla potenza pubblica e dagli interessi privati – possono cioè essere considerati esternalità positive – finalizzati a regolarizzare lo scambio denaro/lavoro e ad arginare le defezioni della manodopera – considerate esternalità negative.

Mutatis mutandis, si può affermare che le disposizioni che tendono a limitare la mobilità del lavoro dipendente, rappresentano il nucleo centrale delle politiche sulla manodopera; le migrazioni e le deportazioni internazionali hanno rappresentato nel passato, e rappresentano ancora, il campo privilegiato di sperimentazione – il laboratorio biopolitico – di queste disposizioni che inseguono tutte l’unico scopo di fidelizzare, di disciplinare e di eliminare gli elementi di fuga permanente presenti nelle popolazioni proletarizzate o in fase di proletarizzazione.

Per comprendere i motivi per i quali l’immobilizzazione della manodopera subordinata appare tanto dirimente ai fini dell’accumulazione di capitale bisogna rivolgersi alla teoria dell’esercito industriale di riserva esposto da Karl Marx nel Libro I del Capitale (1867) e alla teoria della rigidità nominale dei salari enunciata da John Maynard Keynes nell’opera Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta (1936).

Secondo la prima delle due teorie succitate, la presenza di una certa quota di disoccupati all’interno di un sistema capitalistico è funzionale all’esistenza stessa del sistema, poiché, alimentando la concorrenza tra la manodopera, essa garantisce il mantenimento di un basso livello salariale – il parametro comunitario NAIRU fissa tale quota al 13% per l’Italia.

Ciò che Marx però non aveva intuito è che questo meccanismo si innesca solo se applicato a un contesto regionale, più che generale. Affinché, infatti, l’abbondanza demografica di lavoro disponibile all’interno di un’economia nazionale data (insieme N) comporti un riassetto dei salari al ribasso, occorrono due clausole fondamentali: 1) che vi sia mobilit{ all’interno di ogni sotto-insieme (l’impresa, il settore, il mercato locale) altrimenti non si innesca la concorrenza e con essa la perequazione dei diversi prezzi del lavoro; 2) che questa mobilità interna non provochi delle fughe verso: a) un altro mercato o un insieme sorretto da altre regole di funzionamento – come, ad esempio, il mercato detto informale o il mercato del lavoro autonomo; b) verso il resto del mondo attraverso l’emigrazione. Questo perché, se si verifica, in un modo o nell’altro, una perdita di manodopera dipendente all’interno di un insieme chiuso, che sia l’insieme N o ogni altro suo sotto-insieme, la diminuzione della quantità di lavoro offerto produrrà una tensione sul suo prezzo. Dunque, il risultato della rigidità dei prezzi, se non delle quantit{ è raggiungibile solo attraverso l’istituzione di meccanismi sistemici in grado di arginare la naturale tendenza dei popoli alla fuga dalle situazioni di disagio.

La teoria ipotizzata da Keynes sulla rigidità nominale a breve termine dei salari prevede, invece, che la variazione dei salari nominali non assuma mai valori negativi. Questo perché, secondo l’economista inglese, nessun lavoratore accetter{ una riduzione del salario senza avere la sicurezza che tutti gli altri lavoratori ne siano egualmente colpiti, in quanto, se ciò non accadesse, il costo della vita non diminuirebbe. Le previsioni di Keynes sull’aggiustamento automatico e a breve termine dei salari rispetto agli aumenti nella produzione globale si sono rivelate sistematicamente inesatte, dal momento che tali aggiustamenti si sono verificati storicamente solo grazie ad un intervento istituzionale ex post sul medio-lungo periodo. Moulier-Boutang si pone allora una domanda: e se il compromesso storico salariare stipulato con la classe operaia – di cui Keynes rappresenta la coscienza più lucida – avesse riguardato prima di tutto le quantità reali, non dei prezzi nominali, ma della divisione gerarchica del lavoro? Se l’aumento dei salari nominali fosse stato rafforzato da un’implicita garanzia, non di evitare la disoccupazione, ma di non ricadere nei mercati situati gerarchicamente più in basso? La crisi del ’73-‘75 del mercato del lavoro ha infatti dimostrato che i salariati dell’era keynesiana non sono risultati protetti né dalla pauperizzazione né dalla disoccupazione. Invece, rispetto agli anni Venti, la probabilità per un uomo adulto, cittadino nazionale, bianco, che dispone di una qualifica sociale media, di non ritornare a essere tuta blu, il banale lavoratore manuale, o l’addetto ai lavori notturni o più sgradevoli si è fortemente accresciuta.

Sembra allora che Keynes avesse ragione su un punto della sua teoria sulla rigidità nominale dei salari: nessun lavoratore accetterà una riduzione del salario senza avere la sicurezza che tutti gli altri lavoratori siano egualmente colpiti; a tale osservazione ne va però aggiunta un’altra: nessun lavoratore accetterà la perdita del lavoro senza avere la sicurezza, quantomeno sul breve periodo, di non ricadere in uno degli strati più bassi della divisione gerarchica del lavoro.

Sul lungo periodo, poi, la miglior garanzia, per ogni generazione successiva, di evitare i rischi di ricadere più in basso nella scala della divisione del lavoro e di impoverirsi, è rappresentata precisamente dall’afflusso permanente di manodopera esogena: tale garanzia si realizza però a patto che la sua libertà di fuga dagli strati più bassi della gerarchia lavorativa rimanga limitata al massimo.

Quando, dal 1975 in poi, la ricerca del pieno impiego da parte degli stati nazionali ha smesso di essere un obiettivo politico, la garanzia della rigidità verso il basso della divisione del lavoro è diventata ancora più necessaria al perpetuarsi del patto sociale.

Alla luce di simili conclusioni, è possibile ritornare sull’interpretazione dei dati statistici citati all’inizio dell’articolo: innanzi tutto, si può affermare che il costante afflusso di popolazioni extraeuropee nel nostro territorio nazionale non è determinato dalle sole condizioni economicamente o umanamente sfavorevoli dei territori di provenienza dei migrati; tale afflusso è sorretto e alimentato dalla costante richiesta di manodopera proveniente dalla nostra economia – come accaduto in tutte le economie moderne e contemporanee – di persone da occupare nelle mansioni più usuranti e meno retribuite del mercato del lavoro. Ciò è palesato dai dati sulla tenuta dell’occupazione extracomunitaria femminile, la quale va chiaramente a rispondere al bisogno di cura proveniente dalle famiglie italiane lasciato insoddisfatto dal sistema di Welfare State vigente: il lavoro offerto alle donne straniere è infatti talmente usurante e malpagato che le lavoratrici italiane si rifiutano di svolgerlo, nonostante la crisi occupazionale in atto. Il crollo dei tassi di occupazione maschile relativi alla popolazione straniera è invece da individuare nell’estrema immobilizzazione settoriale derivante dalla struttura rigida del mercato del lavoro: gli uomini appartenenti alle comunità immigrate di più antica stanzializzazione sono da decenni concentrati nel settore edile e nell’industria manifatturiera, quelli maggiormente colpiti dalla crisi in atto. Il fatto che i lavoratori stranieri rimasti vittime della disoccupazione di lunga durata siano anche quelli che godono di uno status giuridico più solido permette l’attivazione del meccanismo dell’esercito di riserva su scala sia locale che nazionale, dal momento che sarà proprio tale categoria di stranieri la più restia ad abbandonare il nostro paese in caso di disoccupazione, visto l’investimento in termini di tempo e di risorse posto sul progetto migratorio. Tale dato, in seconda battuta, testimonia il perfetto funzionamento del meccanismo protezionistico nei confronti della manodopera maschile, bianca e nazionale ipotizzato da Moulier-Boutang ed esplicitato nei Trattati dell’UE. I datori di lavoro, infatti, non scelgono, nei periodi di difficoltà economica, di licenziare uno straniero al posto di un autoctono sulla base di motivazioni razziste: essi lo fanno per il semplice fatto che il sistema di regole che gestisce l’immissione della manodopera esogena nel nostro mercato del lavoro rende più conveniente dal punto di vista economico tale scelta.

La funzione delle leggi migratorie europee dell’et{ contemporanea, così come quella dei Codici Schiavisti dell’et{ moderna, è, dunque, proprio questa: governamentare l’immissione della manodopera esogena nel mercato del lavoro comunitario e nei vari mercati del lavoro destinati agli stranieri nei territori degli stati membri, in modo da assicurare un approvvigionamento di forza-lavoro costante, regolato, gerarchizzato e disciplinato e, inoltre, in grado di assegnare uno status giuridico a queste persone capace di renderle perennemente esogene, costantemente esterne alla cittadinanza nazionale, in modo da ridurre al minimo il loro potere politico-sociale e renderle così eminentemente governamentabili.

In conclusione, ciò che voglio affermare con forza è che le legislazioni dell’UE e dei suoi stati membri, in materia di immigrazione, non sono affatto il frutto di una situazione emergenziale, di un incidente di percorso causato dalla gravità della crisi economica, ma sono elementi costitutivi delle stesse politiche di austerità che strangolano i lavoratori autoctoni: esse sono figlie di quel primato del mercato che porta gradualmente a legittimare la violazione dei diritti umani di tutte e tutti in nome della salvaguardia della ricchezza di pochi. Nella denuncia instancabile e determinata di ogni piccolo passo compiuto nella direzione della negazione di quei valori e diritti fondamentali nati proprio nel continente europeo, risulta sempre più necessario recuperare le categorie economiche in grado di cogliere l’essenza strutturale e i meccanismi che stanno alla base dei fenomeni sociali odierni, onde evitare di coglierne solo l’espressione superficiale. Solo così risulta possibile individuare il filo conduttore che lega il disagio e i desideri di ogni lavoratore e di ogni lavoratrice, a prescindere dall’etnia, dal genere e dal credo religioso che ci caratterizzano: solo procedendo in questo modo sarà possibile dare vita, finalmente, a quella coalizione del lavoro di cui tanto si parla sulle pagine di questa rivista

[1] Mi riferisco qui al concetto di biopolitica coniato da Michael Foucault nel 1978, ossia quell’insieme di tecnologie di governo che si applicano al corpo, alla nuda vita delle popolazioni, al fine di governamentarne i comportamenti.

[2] I dati statistici pubblicati da Eurostat-Ufficio Statistico dell’Unione Europeo pubblicati nel Settembre 2015, la popolazione extracomunitaria presente in Europa non supera il 4,1%. In numeri assoluti, ciò significa che, attualmente, risiedono circa 21 milioni di extracomunitari su una popolazione complessiva di circa 503 milioni di cittadini europei, distribuiti su un territorio di 4 milioni di km quadrati.

[3] Prima degli anni ’90 del XX secolo le migrazioni che interessavano il continente europeo rientravano principalmente nel modello della migrazione circolare da lavoro ed erano compiute per lo più da popolazioni europee o dai cittadini degli ex-imperi coloniali. A partire dagli anni ’90 a tale modello si è aggiunto quello delle migrazioni prodotte dai vincoli economici creati dalla globalizzazione e le migrazioni prodotte dall’esistenza di vincoli culturali, come quelle composte dai richiedenti asilo provenienti dall’ex URSS (Saskia Sassen, 2007).

[4] Mi riferisco qui al concetto di fatto sociale totale coniato dall’antropologo francese Marcel Mauss (1872-1950) nell’opera del 1923 Saggio sul dono.

[5] Per sovrainquadramento s’intende l’assegnazione al lavoratore di mansioni di contenuto professionale inferiore rispetto al suo livello di inquadramento

[6] Mi riferisco qui ai concetti coniati nel 1970 dall’economista tedesco Albert Otto Hirschman di strategia dell’exit (defezione) e strategia della voice (presa di parola): dinnanzi al comportamento di un’organizzazione che mette in difficoltà l’individuo che ne fa parte, egli può attuare la strategia della fuoriuscita dall’organizzazione o la strategia della presa di parola, finalizzata a modificare le condizioni interne all’organizzazione.

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