Michele Negro ricorda Elena Beltrame

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Intervista a Michele Negro su Elena Beltrame che dalla notte del 3 agosto non c’è più- a cura di Anna Maria Magrelli

Qual è stato il vostro primo incontro?

Un po’ perché con le date non sono mai andato forte, un po’ perché tanto, tanto tempo è passato non ricordo quale sia stato il momento esatto nel quale la conobbi. Elena era una donna “caleidoscopica”, con diversi interessi e impegni, per cui se capitava di fare attività politica o semplicemente di partecipare ad iniziative culturali o di aggregazione sociale a Pordenone non potevi non notarla, spesso partecipe, anche con il sorriso o con la risata tagliente, con quella voce bassa e rauca, con la sigaretta “Gauloises”  accesa, tra le labbra o nella mano. Quindi è da tanto che la conosco anche se è sicuramente da quasi vent’anni che ci frequentiamo assiduamente e poi la comune partecipazione al Direttivo della Associazione Casa del Popolo e la sua elezione a Presidente hanno moltiplicato le occasioni di incontro. Ed è cresciuto il comune sentire su molti temi, ma anche la voglia di un confronto aperto, anche sulle cose che non ci univano.

Fino all’ultimo Elena ha vissuto con intensità, senza  smettere di interrogarsi e lottare… Puoi dirci qual era il suo ultimo pensiero sulla crisi e sulla deriva che viviamo, a volte anche nei nostri rapporti personali?

Di questo abbiamo parlato e discusso molto negli ultimi mesi: le occasioni non mancavano ed entrambi cercavamo di capire le ragioni di una profonda deriva della società che colpiva anche i rapporti tra le persone. Il tema dei migranti meglio riassume questo “trascinamento in basso” delle coscienze di tante e tanti.

Come si è arrivati a concepire come una minaccia, la causa della nostra infelicità, chi scappa da guerre o discriminazioni o “semplicemente” si sottrae da un non futuro provando, come i nostri emigranti, a costruirlo dove c’è un oggettivo maggior benessere? Pare che anni di lavoro internazionalista o di denuncia delle cause delle povertà in questo sistema di “turbo capitalismo” non abbiano  lasciato alcun segno di consapevolezza delle cause delle migrazioni o delle ragioni di una profonda crisi economica e sociale che vede acuire le distanze tra le classi e soprattutto concentrare potere e ricchezze nella mani di pochissime persone, in Italia e nel mondo.

Ci era ben presente che una delle cause di questo degrado fosse la lunga stagione delle sconfitte a sinistra, con la distruzione  di forme organizzative e della sua rappresentanza. Contemporaneamente si è volatilizzato quel substrato culturale democratico, con le motivazioni e convinzioni ideali, fatto di aspirazioni sociali alte (un altro mondo è possibile) che ha rotto ogni argine a “spiegazioni” e visioni reazionarie, razziste, di destra, fasciste che stanno letteralmente inondando ogni luogo e campo.

Anche uomini e donne non legati alla destra ormai ripetono, prima sommessamente poi frequentemente, la vulgata sulla “invasione”, sulla minaccia al nostro status sociale (lavoro, sanità, spesa sociale,…). Ormai è un’onda in piena che travolge anche il profilo umanitario (non possiamo dargli un letto, un po’ di cibo, perché se no arrivano in migliaia…): non ha a caso oggi la guerra alle Ong, o le rivolte nei nostri quartieri contro centri di accoglienza, anche piccoli o per minori.

Colpisce ancor di più che le cosiddette “spiegazioni” di questo fenomeno siano, per la loro apparente semplicità e quindi veridicità, comprese come realistiche e sufficienti a spiegare i nostri malesseri sociali (disoccupazione, perdita di potere di salari/stipendi/pensioni, riduzione dello stato sociale). Colpisce come meglio di spiegazioni “più lunghe e complesse” queste si prestino a circolare meglio nelle moderne forme di comunicazione di massa, i social, o come riempiano facilmente gli spazi dei media, dilagando.

Colpisce che persone che hanno sicuramente ancora la mente “pulita” rispetto a questi inquinamenti della coscienza fatichino ad esprimersi, a prendere una posizione, tranne pochi. Spesso anche “a sinistra” c’è chi,  pubblicamente, preferisce affidarsi a questi luoghi comuni (con la “ragionevole” premessa <<non sono razzista>>) come se continuare a oscurare le nostre coscienze con belle fette di prosciutto ci permettesse di arrivare a qualche risultato che non sia lo spianare la strada alle letture più razziste possibili e alla destra estrema che sta conquistando consensi. Insomma si stanno preparando nuvole pochi rassicuranti sopra le nostre teste e ci troviamo “senza protezioni”.

Quando commentavamo gli ostacoli che anche la Croce Rossa locale trova nella sua opera di ristoro di coloro che sono in strada senza niente o le uscite di esponenti “sinistri”, usciti dal PD perché “renziano” (che chiedevano di mandarli a casa), non potevamo che trovarci concordi che le cause dovessero essere diverse e profonde, non riconducibili a fattori contingenti , soprattutto culturali perché un’altra visione delle cose si era persa, offuscata, ed era subentrata una più riduttiva ma appunto comprensiva e “saziante” rispetto alle nostre dilaganti insicurezze sociali: mancanza/carenza di lavoro e reddito, casa e servizi, spazi di socialità. E’ diventato “di moda” e convincente ricercare la cause in chi sta paradossalmente peggio di noi, perché volgere gli occhi in alto provoca “straniamenti”.

In che modo Elena voleva cambiare lo stato delle cose? Credeva ancora in un modo alternativo di vivere i rapporti tra generi diversi, tra compagni, tra militanti di una stessa causa?

Elena riteneva necessario, oggi più che mai, ricostruire una visione altra, diversa, che contemporaneamente offrisse elementi di comprensione dei mutamenti e dei fenomeni sociali in corso. Non limitandosi cioè a dare risposte parziali alle singole questioni perché è impossibile, diceva, affrontare tutto il “fango” che ci sta travolgendo senza, a monte, lavorare perché tutto il fronte franoso sia puntellato: piccoli argini servono poco o niente. In questo non solo i rapporti di produzione, di accumulo dei capitali finanziari ma anche i rapporti tra i generi, così come le modalità di costruzione di una nuova sinistra devono essere rivisti completamente, su basi nuove. Riproporre piccole trasformazioni di facciata, rimettendo assieme i cocci di devastanti rotture della/delle sinistre è opera quasi inutile; aggiustare i rapporti tra uomini e donne, tra compagne e compagni, assicurando parità formali, senza liberarsi della continua superiorità, anche sul piano simbolico e dialettico, tampona a mala pena una continua oppressione del maschile (per la verità lei diceva “del cazzo”) sul femminile.

Quindi proponeva una costante critica ad ogni manifestazione politica per debellare facili cambiamenti di facciata, unioni appiccicaticce buone per preservare piccoli spazi di potere. Quello che serve è lavorare (anche se è faticoso e lungo) per una radicale altra proposta politica ed anche dei rapporti tra i generi e interpersonale. Era molto attenta quindi a declinare anche al femminile i soggetti (e osservava in maniera assai critica chi a sinistra non lo faceva), a “cancellare” nel nostro lessico parole che significassero la barbarie sociale e la violenza (no a “armi”, “guerra”, …). Ma credeva che il contributo dato dal femminismo e dal movimento non violento attivo (pur con dissidi interni a volte dispendiosi) avesse prodotto livelli di attenzione un tempo impensabili.

Quale era la sua idea di sinistra, e di donna di sinistra?

Se la parola sinistra non coniuga una visione altra, alternativa che offra analisi comprensibili e soprattutto risposte chiare ai vari temi sociali, ridando una speranza a milioni di persone, non è affatto utile. Oggi terze o quarte vie non sono possibili: bisogna coniugare un nuovo socialismo che affronti la barbarie dilagante e ricostruisca i rapporti tra le persone, tra i generi, e quello ugualmente fondamentale con la terra, la natura che stiamo distruggendo.

Su tutto ciò in questo ultimo periodo si stava costruendo una significativa convergenza tra le nostre visioni in parte diverse, rispetto alle nostre storie, ma anche rispetto alle nostre diverse esperienze di genere. Così ci era sembrato “naturale” l’impegno a livello politico, negli ultimi dieci anni, in ogni esperienza nazionale e locale per riaffermare questa possibilità, e la concretizzazione della lista alle europee, nel 2014, “l’Altra Europa con Tsipras” è stato il momento più alto di questo comune impegno. Nonostante le non felici evoluzioni di alcuni rappresentanti eletti o l’impossibilità di riuscire ad unire a sinistra, come accaduto in seguito,  quello era il nostro comune riferimento; ed oggi questo continuava con l’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari, con l’assemblea del Brancaccio, gli appelli successivi.

Quando, già costretta a letto dall’esito di una malattia che non le dava possibilità di riuscita (<<oramai, mi diceva negli ultimi tre mesi, da cosi a peggio… vivo alla giornata>>), le proposi di costruire un percorso, con un appello regionale, per riprendere e attualizzare su scala locale le indicazioni dell’assemblea romana del 18/6, lei aderì entusiasta dopo aver letto la bozza iniziale, proponendo comunque correzioni, e indicando come impostare i primi incontri per raccogliere adesioni. Adesioni sull’appello “per un Brancaccio FVG” che dovevano essere, concordando entrambi, di persone, anche ognuna/o ha la sua storia e idea politica.

Era una donna, una persona complessa: quali erano i suoi peggiori difetti?

Da persona appunto complessa aveva tratti della personalità che la rendevano spigolosa e a volte ostica anche alle compagne e compagni. Svolgendo scrupolosamente vari impegni era solita seguirli con puntigliosità. Questo la portava a valutare anche i dettagli di ogni singola iniziativa non accettando che ci fossero, lei diceva, superficialità, mentre io pensavo e penso che un po’ di leggerezza non guasti. Questo la induceva a delegare molto difficilmente la fase organizzativa chiedendo a chi operava con lei di riferirle tutto, altrimenti non mancava di farti notare che “non l’avevi tenuta informata”. Questa quasi maniacale attenzione alle cose che faceva, non accettando “deleghe in bianco” anche per piccole cose, sottoponendo tutto ad esami e rivisitazioni valeva anche per quanto faceva lei stessa: ti chiedeva spesso se era giusto, se non poteva farlo diversamente, se andava bene o meno il testo o l’intervento preparato. Ti chiedeva se fosse all’altezza dei compiti che si era assunta se non fosse meglio, anche in questi ultimi mesi, pensare ad una sua sostituzione.

Un po’ anche perché non si fidava troppo anche di chi le stava vicino: se per caso veniva a sapere che avevi fatto una iniziativa o eri andato ad un incontro a cui lei teneva non mancava di farti sapere il suo disappunto. Molte e molti la ricorderanno per la sua risata ironica, la battutaccia tranciante con cui “segava” posizioni, proposte o anche interventi: non era donna, persona che non facesse capire, anche con espressioni forti o con una mimica chiara, la sua opinione.

E quali, secondo te, le cose che di lei dovremmo stamparci nel cuore?

Tra le diverse cose io voglio proporne una sola, che considero quella che caratterizzava meglio Elena, quella che io considero l’aspetto più brillante in una persona. La sua indomita capacità di interessarsi della vita, la sua curiosità verso tutte le novità. In questo lei è stata molto, molto più giovane di me.

Il saluto semplice lunedì 7 mattina è stato un “capolavoro”, vuoi dirci perché secondo te?

Quando, a poche ore dalla sua morte ( il 3 agosto), ci siamo trovati per decidere come organizzare alla Casa del Popolo di Torre/Pordenone l’ultimo saluto, in accordo con la sorella Giuliana e il resto della famiglia, abbiamo subito accolto la proposta di Andrea, il Vice Presidente: una semplice cerimonia laica di circa 1 ora, intervallando brevi ricordi dei tanti tratti di Elena e della sua vita con brani musicali. E gli interventi dovevano essere tutti di donne.

Chi meglio di compagne delle sue diverse esperienze, passate ed attuali, poteva parlarci di lei con semplicità e realismo?

Ed il video del suo ricordo su FB, così come la diretta FB della commemorazione, hanno avuto migliaia di letture.
( https://www.facebook.com/casadelpopolopn/videos/684072075135273/ )

Non sarà proprio semplice fare senza Elena, però ricordando il suo lucido impegno ci si prova.
 

 

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