Da Ventimiglia- intervista a Paola Mazzucchi

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Paola Mazzucchi, una persona in rete: napoletana, cittadina attiva di Ventimiglia, insegnante, solidale, volontaria Caritas, credente, donna in ascolto, in dialogo, moglie e madre.

Qual è stata la tua prima reazione alla notizia della perquisizione e del fermo di Cédric Herrou?

La mia prima reazione è uno stupore quasi incredulo davanti ad una azione così violentata. Non riesco a rassegnarmi all’ idea che in Francia, una terra di così lunga e militante tradizione repubblicana e democratica si possano compiere azioni simili nei confronti di suoi cittadini che agiscono in nome di quegli stessi valori che l’hanno costituita e che ancora la tengono in vita.

Cosa giustifica questa repressione?

Mi chiedo, ancora, quale possa essere lo scopo di un tale accanimento, di un rifiuto così ostinato di dialogo e di confronto da parte delle istituzioni con una componente della società civile così impegnata nella tutela della cultura dei diritti umani a cui la Francia ha dato i natali.

Trovo una “giustificazione” a questa pesante repressione unicamente nella paura. Una paura irrazionale che si è impossessata delle menti e dei cuori dei governanti francesi e di molti altri paesi europei, e li acceca, li agisce impedendo loro di vedere altre strade. Oltre la paura, ripeto irrazionale dell’invasione, viene la convinzione della  necessità di proteggersi e proteggere il popolo francese in un retorico e vuoto patriottismo, oltre tutto questo  c’è la creatività politica del movimento di Roya Citoyenne che nell’impatto duro con la realtà degli intensi flussi migratori cerca  altre vie, esercita l’ utopia immaginando una società inclusiva in cui insieme è possibile costruire spazi umani per tutti. Mi rifiuto di credere che la repressione in atto in val Roya sia frutto di una deliberata strategia politica che fa dell’abuso di potere della sopraffazione del più debole, del tacitare il dissenso con ogni mezzo, i suoi strumenti di azione. Mi spiego quanto accade solo con la paura di metabolizzare il nuovo, il nuovo che destabilizza e chiede energie per essere gestito diversamente da quanto invece serve per il mantenimento rassicurante dello status quo. Non trovo i tratti dell’agire umano nelle vicende subite da Herrou se queste fossero frutto di una scelta libera e consapevole. Anzi le troverei profondamente inumane.

Qual è stato il tuo primo incontro con Cédric Herrou?

Ho conosciuto Cédric diverso tempo prima che diventasse per tutti  “il contadino dei migranti “ quando veniva con altri volontari della valle a portare vestiti cibo da distribuire in Caritas o per strada. Lo ho incontrato in occasione di alcune riunioni nelle quali si cercava di far nascere reti di solidarietà legale tra Francia e Italia. Non ho il ricordo preciso del primo incontro con lui a livello personale, perché per me Cédric è un nome collettivo è il nome di un movimento di coscienze, non è un singolo eroe, senza nulla togliere alla dimensione personale del suo agire. Cèdric, è una rete è l’esempio che insieme si può camminare sulle strade della storia diversamente. Da solo non potrebbe fare quello che fa, l’unione è la forza di Cédric, perché insieme si può!

Questa azione nei confronti di Cèdric sembra ribadire quella contrazione di solidarietà questa deriva evento securitaria per cui vanno frenati ridotti arginati i migranti, i rifugiati, le persone in fuga da siccità, guerre e distruzioni, che sembrano avere sempre meno spazio e diritti nella nostra Europa?

Le persone che come me hanno vissuto gli eventi della Val Roya hanno fatto una esperienza di autentiche relazioni umane e umanizzanti. Non credo che smetteremo, certo ci vorrà tempo ora per un bilancio, si dovranno ri calibrare le azioni per agire cercando di neminem ledere il più possibile.  Ma la radice di resistenza mi sembra solida e il movimento di risveglio delle coscienze avviato, non facilmente arrestabile.  Quando la coscienza si sveglia e vede il pericolo dell’abbrutimento umano che la circonda difficilmente si lascia intimidire. Oltre tutto resta il dovere di restare umani di costituire un baluardo di umanità che preservi valori forti di democrazia.  Non è un fuoco di paglia, ma una brace difficile da spegnere. Noi non dimentichiamo i volti e le storie che passano per Ventimiglia, con quello che rappresentano, quello che ciascuno di loro si portano con sé. Come Millet, la ragazza eritrea travolta e uccisa da un Tir in una galleria della A10 mentre con cinque suoi fratelli e sorelle ed un altro ragazzo tentava di raggiungere la Francia.

Quali sono, secondo te, le attuali prospettive per le azioni di solidarietà al confine francese italiano di Nizza Ventimiglia?

Le azioni di solidarietà tra Francia ed Italia continueranno perché sono a più livelli e su diversi fronti. Esiste un popolo che crede ancora fortemente nell’Europa e nei suoi valori crede nell’Europa dei popoli.  E poi visto il livello di intolleranza e non accoglienza che si è raggiunto attualmente alla frontiera italo/francese e alle frontiere europee c’è da chiedersi seriamente cos’altro c’è da aspettarsi? Dopo la detenzione ingiustificata di solidali, la criminalizzazione pubblica della solidarietà processata in Tribunale, l’ostacolare con tutti i mezzi possibili l’esercizio di diritti costituzionalmente sanciti, la creazione di una massa di uomini privi di qualunque veste giuridica invisibili resi indegni non – soggetti di diritto cosa resta? Spogliati di tutto posseggono almeno l’esistenza in vita. Con orrore penso che è l’ultima cosa di cui li si potrebbe privare e se così fosse nella mente a questo punto prendono a visualizzarsi fantasmi di un passato non troppo lontano. . .

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