Austerità al rogo- Gran Bretagna

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Dopo la tragedia di Grenfell il neoliberismo dichiarato fallito nella sua stessa patria

Joseph Stiglitz commentando sulle colonne del Guardian la situazione inglese dopo le elezioni di giugno ha dichiarato che il neoliberalismo è da considerarsi un fallimento che,  con l’Austerità, “sta esalando il suo ultimo rantolo di morte”  (“its death rattle”). Gli ingenti tagli al pubblico che hanno paralizzato settori importanti dello stato (sanità sicurezza ed educazione)  e l’incendio di Grenfell che ha fatto perdere la vita a molte persone, lasciandone molte altre senza un posto dove vivere, hanno portato sempre più inglesi a considerare il neo liberalismo in modo negativo, fino al punto che ad oggi almeno in Inghilterra esso sembra prossimo ad essere superato .

E’ davvero interessante pensare che il neo liberismo venga dichiarato fallito proprio in uno degli stati che  ne era stato tra i maggiori promotori durante gli anni 80 e che in esso vedeva la miglior prospettiva per il futuro. Infatti,quando  Regan e Thatcher guidati da principi neo liberisti avevano snaturato il capitalismo pre anni 80, facendone l’ideologia dominante, si basavano sulla promessa di un nuovo miracolo economico: una maggiore crescita economica ottenuta con l’indebolimento dei sindacati e maggior libertà delle imprese con l’alleggerimento delle leggi anti-trust. Questo avrebbe dovuto dare al mercato maggiore autonomia rispetto alla politica, più libertà ai privati e come conseguenza la massimizzazione della ricchezza della nazione. Il tutto doveva essere realizzato assolutizzando l’idea di mano invisibile di Adam Smith e applicando la teoria dello sgocciolamento (“trickle down”). La prima teorizza che  qualora l’economia venga lasciata indisturbata dalle interferenze statali essa si autoregola (quasi come guidata da una mano invisibile) per cui le necessità imposte dalla concorrenza di mercato producono sempre come risultato gli effetti più giusti e preferibili per la società. La seconda è l’idea secondo cui la ricchezza accumulata dalla fascia più alta della società debba obbligatoriamete almeno in parte sgocciolare verso le parti più povere, così che la ricchezza del singolo indirettamente venga trasmessa all’intera società. Ora si constata che dopo anni di applicazione di tali principi economici, questi invece di produrre gli effetti sperati di ricchezza e crescita (previsti dai vari Von Hayek, Friedman e Nozick) hanno prodotto solamente maggiore ingiustizia e diseguaglianza. L’indebolimento dei sindacati ha significato una progressiva perdita di reddito e diritti per i lavoratori, che si ritrovano ora inermi davanti ai propri datori di lavoro, da cui dipendono per sopravvivere e davanti ai quali possono vantare unicamente il diritto di licenziarsi, reso particolarmente inutile dal fatto che appunto il posto di lavoro serve loro per pagare le bollette, l’affitto e il cibo in tavola per la propria famiglia. Similmente l’indebolimento delle leggi anti-trust ha permesso che progressivamente le aziende più grosse potessero aumentare il proprio potere a dismisura formando monopolii, fino al punto che al giorno d’oggi molti settori sono controllati da 3 o 4 aziende che divorano ogni loro rivale sul mercato instaurando una sorta di dittatura economica a cui le altre aziende per sopravvivere devono sottomettersi (si pensi alla finanza o agli internet provider). Inoltre provvedimenti simili hanno permesso ai dirigenti delle grandi compagnie di ridistribuire il guadagno a propria discrezione, così che sono stati destinati sempre meno fondi per la ricerca e gli stipendi dei dipendenti a solo vantaggio del singolo dirigente che invece vede il proprio stipendio decuplicato. Basti pensare a Marchionne che come dirigente Fiat ha uno stipendio di più di 200 volte superiore al suo predecessore Valletta, ed è ingenuo pensare che questo sia dovuto unicamente all’inflazione invece che a una diversa concezione dell’azienda dove precedentemente venivano reinvestiti la maggior parte dei guadagni e che ora sembrano venire destinati a pagar gli stipendi dei propri dirigenti.

Questo atteggiamento politico ha prodotto disastri come l’incendio di Grenfell. La tragedia è figlia dell’egoismo politico, dalle decisioni dei politici sempre più distaccate dalle persone e dai loro problemi e sempre più rivolte a ottemperare al dovere politico. Le contromisure richieste dai mercati, il mondo composto da numeri, probabilità, previsioni e speculazioni, orbitanti attorno a formule economiche che con una forza pari o superiore alla forza di gravità schiacciano sotto il loro peso le decisioni dei politici e con loro le persone che rappresentano. Priorità della politica non è più tutelare le persone che tenta di rappresentare con provvedimenti che influenzino direttamente le loro vite, il loro lavoro, la loro sfera privata, quella è responsabilità del singolo e del suo merito, quasi in spirito luterano, compito del governo è proteggere il proprio potere economico, così che i propri cittadini se ne possano giovare indirettamente, dimenticando che invece quelle persone potrebbero non riuscire neanche a godere dei benefici del mercato dal momento che non posseggono i mezzi per farlo, e nel caso dei residenti di Grenfell neanche un posto sicuro dove vivere.

L’incendio che ha colpito Grenfell ha causato realisticamente la morte di più di 80 persone, dichiarano le fonti ufficiali, sebbene ne siano state identificate solamente 34. La ragione per cui l’incendio è scoppiato resta ignota e probabilmente si dovrà aspettare la fine dell’inchiesta del giudice Sir Martin Moore-Bick per avere una risposta certa, c’è chi dice che è stato dovuto a un frigo che per un guasto tecnico ha preso fuoco, altri attribuiscono l’accaduto a una fuga di gas, dal momento che erano da poco stati fatti lavori sull’impianto. Tuttavia si è ben a conoscenza del motivo per cui il fuoco è divampato così rapidamente avvolgendo in pochi minuti l’intera torre, trasformando un piccolo inconveniente in una tragedia che ha ucciso decine di persone. Il materiale con cui era stata costruita la torre era di bassa qualità, il rivenditore Reynobond infatti offre tre tipologie di pannelli esterni due dei quali anti incendio mentre il meno costoso con nucleo in plastica non è ignifugo. Il governo nel progettare la torre ha utilizzato il meno costoso, venduto a 22£ per metro quadro. Le rivestiture anti-incendio sono state utilizzate solo per il piano terra dell’edificio, dove non abitava nessuno, mentre ai rimanenti piani della torre sono stati applicati pannelli scadenti e non predisposti a far fronte a un evento come quello accaduto a Grenfell, scongiurabile con una spesa minima di soli 2 pound in più per metro quadrato, costo della versione anti incendio.

L’incendio di Grenfell non è frutto del caso, da anni ormai venivano segnalate al governo le irregolarità della torre, e già dal 2014 esperti di sicurezza edilizia avvisavano il governo che il materiale isolante scelto non avrebbe scongiurato una tragedia del genere. Ciò nonostante il precedente governo, di cui Theresa May era ministro dell’interno, aveva fatto orecchie da mercante, promettendo di velocizzare i tempi per una nuova regolamentazione della sicurezza contro gli incendi, ma nella realtà dei fatti disinteressandosi del problema, come testimonia il fatto che queste nuove regolamentezioni dopo anni di ritardo ancora non sono state emanate. Già nel 2009 dopo un incendio a Lakanal House nella parte sud di Londra il governo aveva promesso nuove regolamentazioni per la sicurezza entro il 2013 che però ha continuato a procrastinare fino ad oggi. La colpa del governo è inconfutabile come dimostrato dalle molte lettere di avviso mandate dall’ “All-Party Parlamentary Fire Safety and Rescue Group”  (un gruppo parlamentare trasversale che si occupa delle politiche relative ai casi di incendio) al governo, mesi precedenti alla tragedia, che furono tuttavia ignorate. In queste lettere, alcune delle quali rese pubbliche dalla BBC, il gruppo parlamentare trasversale per la sicurezza contro gli incendi si esprimeva con parole dure verso l’amministrazione, intimandole di agire per riportare l’edificio in sicurezza. In una di queste lettere il gruppo affermava, quasi con fare premonitore che “ non si può aspettare che avvenga un altra tragedia”.  Ronnie King, ex comandante dei pompieri e oggi parte del gruppo parlamentare, dichiara: “abbiamo speso quattro anni dicendo al governo ‘ascoltate, noi abbiamo delle prove, vi abbiamo fornito delle prove, c’è un’opinione pubblica condivisa sulla questione, dovreste iniziare a fare qualcosa” ma anche questo non è bastato a persuadere il governo a prendere contromisure al riguardo. Il governo inglese deve considerarsi colpevole dell’accaduto e prendersi le sue responsabilità invece di sviare l’argomento. Molti ministri erano a conoscenza dei pericoli in caso di incendio che comportava la regolamentazione vigente e ciò nonostante non hanno fatto nulla per cambiare la situazione, anzi quando l’anno scorso Corbyn  propose una mozione per rendere le case inglesi più sicure contro gli incendi questa fu bocciata dai Conservatives.

Sembra che per non aumentare la spesa pubblica i governi siano disposti a pagare il prezzo del pareggio di bilancio anche con le vite dei loro cittadini, quelli poveri che sia chiaro, fedeli al principio che toccare il portafogli di un ricco comporti un danno per tutti, mentre il sacrificio di un povero comporti un danno solo per il singolo, dimenticandosi che la società è composta da una moltitudine di singoli individui, e lasciarne indietro alcuni significa lasciare indietro la società stessa (quella società che la Thatcher pensava non esistesse). L’obbiettivo di ridurre la spesa pubblica il più possibile non ha solo causato il disastro della Grenfell Tower ma ha anche fatto sì che settori fondamentali della società come sanità sicurezza ed istruzione, stiano oggi passando un periodo di crisi profonda per i pochi fondi ricevuti. Sono stati diminuiti i fondi per il corpo nazionale dei vigili del fuoco, cosa che ha causato ritardi nei soccorsi, e la scelta di adoperare materiali scadenti nella costruzione delle abitazioni ha causato dal 2010 al 2015 altri 432 incendi simili a quello di Grenfell, con un bilancio di 14 morti e 84 feriti, dal momento che gli edifici in questione non erano progettati per essere abitati. Inoltre i tagli ai finanziamenti delle forze di polizia hanno reso la nazione più indifesa entro i propri confini, lasciandola più scoperta ad attacchi terroristici. Chiaramente l’attentato di Manchester e del London Bridge non sarebbero potuti essere sventati solo con maggiori investimenti al corpo di polizia, tuttavia questi avrebbero di sicuro aiutato, se non altro a dare sicurezza ai cittadini. I tagli applicati al settore della sanità hanno generato una grande crisi nell’NHS (national Health service) che ormai non riesce a far fronte ai bisogni del sempre più crescente numero di pazienti che in casi limite vengono lasciati anche ore ad aspettare sofferenti sui lettini nei corridoi degli ospedali che si liberi una stanza dove possano essere somministrate loro le cure necessarie. Per non parlare poi dei tagli all’istruzione che in certi casi hanno costretto i presidi degli istituti a chiedere in via non ufficiale soldi ai genitori degli studenti così che le lezioni potessero proseguire adeguatamente e in condizioni accettabili. Il neo liberismo, nello specifico la forma che sembra aver preso in questa fase di crisi finanziaria, viene sempre più spesso associato alla parola austerità, e proprio in questa sua forma mostra il suo lato peggiore. Infatti, in un periodo di crescita economica l’atteggiamento disinteressato dello stato verso la vita dei cittadini non viene  percepito come un atteggiamento austero, al contrario esso sembra un fattore positivo che permette più autonomia per la crescita individuale. Tuttavia è proprio in un periodo di crisi che le fasce più deboli della popolazione necessitano di istituzioni statali che le tutelino, almeno in parte, dagli effetti della recessione, e qualora lo stato si ostini a lasciarle in balia di loro stesse, questo non può che essere considerato autoritario e austero.

Austerità è una parola sempre più usata nel linguaggio corrente per descrivere l’atteggiamento severo di governi e capi di stato che diminuiscono la spesa pubblica a discapito dei cittadini che si vedono lasciati a se stessi, quasi come un padre severo che cerca di educare il figlio lasciandolo a se stesso a risolvere i propri problemi. Paradossalmente l’austerità tipica dei padri di famiglia fino ai primi anni del 1900 sembra essersi fatta potere politico mentre le famiglie sembrano essersene liberate, in gran parte, instaurando rapporti più rilassati con i propri figli, diventando cioè sempre “meno austere”: cercando di aiutarli non comandarli, dando loro fiducia sostenendoli a inseguire i propri sogni e essere indipendendi in un futuro prossimo. Ora questo atteggiamento politico sembra star mostrando il suo lato peggiore a conferma che sia giunto il momento anche per lo stato di farsi padre amorevole e usare la carota più che il bastone per educare i propri figli. E’ vero che uno stato molto invadente nelle vite delle persone può rivelarsi un problema nel caso che sia severo e autoritario come nei sistemi totalitari. Tuttavia qualora questo si mostri interessato e pronto ad aiutare i propri cittadini, piuttosto che oppressivo, l’intervento statale non potrebbe che essere visto positivamente.

L’Inghilterra per tutte queste ragioni sembra comprendere questa necessità, come mostra in primo luogo il programma fortemente socialdemocratico del Labour guidato da Jeremy Corbyn, ma anche le recenti dichiarazioni di molti MP Conservatives, tra cui il ministro dell’istruzione Justine Greening e il cancelliere Philip Hammond, i quali promettono che ” l’ultimo taglio verrà fatto all’austerità stessa”, affermando che il pubblico necessita di nuova liquidità e quindi maggiori investimenti, a discapito del pareggio di bilancio che finalmente viene messo in secondo piano. Per la prima volta viene proposto un incremento alle tasse pagate dalle grandi corporazioni anche da parte di esponenti di spicco del partito conservatore, come appunto il cancelliere dell’esecutivo Philip Hammond. Ciò sembra mostrare con chiarezza come diminuire il regime di austerità sia diventata una necessità politica che ogni leader di partito deve comprendere per avere anche solo una piccola speranza di aggiudicarsi il favore della maggioranza dei votanti nelle prossime elezioni,  sia esso di destra o di sinistra. La rottura con il regime di austerità implica indirettamente anche la rottura con il neoliberismo. Infatti, qualora lo stato intervenga nell’economia, tassando maggiormente i ricchi, o tutelando maggiormente i diritti dei più deboli a discapito dell’autonomia del mercato – che secondo i principi neoliberisti si dovrebbe autoregolare – inevitabilmente si rifiuta anche il concetto di mano invisibile e si constata l’infondatezza della teoria dello sgocciolamento. Se quest’ultima fosse vera, l’aumento dei profitti che le grandi corporazioni hanno avuto in questi ultimi anni si sarebbe dovuto ridistribuire nella società, cosa che evidentemente non è avvenuta, visto che la povertà è cresciuta di molto, fino al punto che ormai per far fronte ai sempre più crescenti bisogni del popolo impoverito, un incremento delle tasse per i più ricchi sembra essere diventato necessario un po’ a tutti, Labour e Conservatives. Questo non vuole dire che anche i Conservatives come Corbyn vogliano abbandonare l’austerità completamente ma che almeno abbiano capito la necessità di ridimensionarla drasticamente.

Ne è la prova la proposta della Greening, ministro dell’istruzione, che a seguito dell’immenso numero di lettere di protesta inviate al governo da insegnanti e presidi, per le condizioni disastrose in cui si trova la scuola pubblica inglese (per i troppi tagli applicati negli anni), in questi giorni è stata costretta a promettere un aumento ai fondi destinati all’istruzione, così che anche coloro i quali non possono permettersi di pagare una scuola privata abbiano la possibilità di ricevere un’educazione adeguata. Inoltre anche l’intervento di Hammond, dove viene promessa una maggiore tolleranza rispetto al pareggio di bilancio, è la testimonianza che anche i Conservatives hanno capito la nocività  in termini  di voto di un regime di austerità. In virtù di ciò si prevede che per le prossime elezioni i Conservatives si presenteranno con un programma di governo molto meno “austero”, se non vogliono andare incontro a un suicidio politico: dopo lo shock di Grenfell Tower e gli altri disastrosi esempi, un programma politico che facesse dell’austerità la propria bandiera verrebbe visto come un veliero che fiero fa sventolare dall’albero maestro la bandiera pirata. Un buon motivo per tenersene alla larga! Perciò i Conservatives saranno obbligati a spostarsi su una linea politica socialmente meno dura, in qualche misura più “aperta” alla protezione sociale, in una direzione su cui, in tutta la precedente campagna elettorale, aveva insistito proprio Corbyn. Cosa che potrebbe rivelarsi molto negativa, e probabilmente fatale per i Tories. In fondo, come il periodo blairiano era terminato nel momento in cui la destra aveva ricominciato a presentarsi come un vero e proprio partito conservatore, cioè a “fare la destra” (in presenza della quale non vi era più motivo per votare la versione moderata di Blair, essendo il partito conservatore assai più credibile di quella falsa sinistra che faceva politiche di destra senza dichiararsi tale), allo stesso modo ora la vera sinistra di Corbyn potrà mettere in scacco l’infiacchita destra conservatrice costretta a compromettersi con politiche sociali moderate.  Allo stesso modo di allora, e in ordine simmetricamente rovesciato, qualora i Conservatives si spostassero sul terreno di gioco di Corbyn, cercando di dichiarare l’Austerità finita anche se ancora presente e parzialmente operante, finirebbero per lasciare al Labour un vantaggio competitivo fondamentale,  certificandone l’egemonia politica e culturale e aprendo loro la strada alla vittoria in caso di nuove, possibili a medio termine,elezioni generali.

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