L’Europa “Shock and Awe” di Riccardo Perissich

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Nei giorni scorsi è caduto il secondo anniversario del “waterboarding mentale” (sono le parole attribuite a un alto funzionario europeo) inflitto alla Grecia dagli altri leader dell’Eurozona perché si piegasse a ulteriori, feroci misure di austerità in cambio di un nuovo programma di bailout. Quell’episodio è stato rivelatore per molti di noi. Ha squarciato il velo di retorica sull’Europa, che aveva depoliticizzato molto di quanto avveniva a “Bruxelles” dietro un pretesa unità di intenti fra europeisti, e ha al contrario messo a nudo le differenze e gerarchie tra i vari paesi, la primazia degli interessi nazionali e dei rapporti di forza tra gli stati, l’incapacità di trovare soluzioni “europee” nel senso di un salto di qualità, creativo e solidale, verso una maggiore coesione tra i popoli del continente, l’indifferenza non solo per le condizioni concrete di individui concreti, ma anche per principi che si credevano ormai centrali nella nostra civiltà giuridica – dal rispetto per la sovranità popolare all’abolizione della prigione per debiti (il debito rimane qui la “colpa” fondamentale, che annulla tutto quanto non sia espiazione e sottomissione), fino al pluralismo politico, sostanzialmente annullato dal pensiero unico (mai così unico come dalle parti di Bruxelles) e dal partito unico dietro la formula della Grande Coalizione. Quell’episodio è stato decisivo anche per molti di noi già impegnati nell’attività europeista, in quanto ci ha fatto maturare la convinzione che non saranno certo queste élite a farci giungere a un assetto democratico europeo, e che si rendeva necessario un nuovo movimento programmaticamente per politiche europee diverse e una democrazia compiuta a tutti i livelli.

Tutte queste cose ce le ricorda – a modo suo, e probabilmente al di là delle sue intenzioni – Riccardo Perissich, ex Capo di Gabinetto alla Commissione Europea, ex membro del consiglio direttivo di Confindustria e Assolombarda, nonché del consiglio d’amministrazione di varie società, figura di primo piano di associazioni europeiste mainstream, autore di L’Unione Europea: una storia non ufficiale (Longanesi) e ora anche scrittore di thriller. Il 12 luglio scorso, esattamente due anni dopo quel fatidico vertice dell’Eurozona che siglava il destino della Grecia e dell’Europa, Perissich pubblica sul sito di “Affari Internazionali” un articolo intitolato Ue: gli euro-incompatibili aspiranti Varoufakis. Nella sostanza l’articolo esorta i partiti di governo, in particolare il PD di Renzi, a coltivare il realismo, a non cedere alla tentazione di ingaggiare bracci di ferro in sede UE, a non abbandonare le riforme strutturali, ad elaborare una visione europea, a mostrarsi un partner affidabile e all’altezza di Merkel & Macron. Di per sé niente di singolare. Ma già dal titolo risuona una nota inquietante per tutto l’articolo. Innanzitutto per quel “euro-incompatibili” con cui l’autore definisce le posizioni, non più euroscettiche, di chi ad esempio «invoca a gran voce la ‘fine dell’austerità’, dimenticando che l’Italia non l’ha mai veramente applicata», o di chi agita il «rifiuto dell’incorporazione del Fiscal Compact nel Trattato, dimenticando che le misure concrete che vi sono incluse sono già integrate nel diritto comunitario e in parte nella nostra stessa Costituzione». Euro-incompatibili. Non ricorda la “democrazia conforme ai mercati”, o appunto compatibile con i mercati, evocata da Angela Merkel nel 2011 in una conferenza stampa con l’allora premier portoghese Pedro Passos Coelho? Il che dà certamente il destro a riflessioni non banali, se ci mettiamo d’impegno.

L’euro-incompatibile per eccellenza è ovviamente Varoufakis evocato nel titolo, protagonista in quanto ministro delle finanze della Primavera di Atene del 2015 e vittima eccellente del vertice dell’Eurozona di due anni orsono. Tuttavia Varoufakis compare solo alla fine dell’articolo, citato assieme a Cameron e a Tsipras come quelli che «si sono presentati a Bruxelles sicuri che il ricatto di Brexit o di Grexit avrebbe piegato le resistenze. Sappiamo come andò a finire». Qui però la memoria di Perissich vacilla. In realtà lo spettro di Grexit era stato agitato non da Tsipras o da Varoufakis, bensì da tutto l’establishment politico-finanziario, a cominciare dal ministro delle finanze tedesco Schäuble, proprio come arma di ricatto per piegare un governo europeista che pretendeva di rinegoziare il debito in termini più umani per quel popolo da cui aveva ricevuto il mandato elettorale. Quanto a Cameron, nel febbraio 2016, per scongiurare Brexit in vista del referendum, riuscì a ottenere un accordo che, se non le accoglieva tutte, in generale andava incontro alle richieste britanniche, sacrificando contemporaneamente il principio di uguaglianza in Europa. Non è stata “Bruxelles” ad affossare l’accordo, bensì lo stesso corpo elettorale britannico, che nel referendum di giugno mostrò di non apprezzare gli sforzi compiuti. Naturalmente non possono passare inosservate né la differenza di trattamento tra Grecia e Regno Unito a distanza di soli sei mesi, né le diverse implicazioni nei due casi per quanto riguarda l’integrazione europea e la qualità della democrazia e della cittadinanza in Europa. E anche in questo caso, se ci mettiamo d’impegno possiamo darci a riflessioni parecchio istruttive.

In ogni caso, di tutto questo a Perissich importa poco, quello che evidentemente gli preme è avvalorare l’idea di una UE tetragona e inesorabile, fondata sì «sulla costante ricerca di compromessi per tener conto delle esigenze di ciascuno», ma che tuttavia «tende a reagire con durezza quando si vogliono mettere in discussione principi essenziali sa cui dipende la coesione o la sopravvivenza dell’insieme». La sorte degli euro-incompatibili destinati a soccombere è esemplare, nel senso che deve chiudere ogni possibilità di discorso. Deve avere un effetto “shock and awe”, che inibisce ogni volontà di opposizione, specie se essa non è ispirata dall’euroscetticismo ma mira al contrario a un’Europa diversa. E fa niente se per creare tale narrazione alcuni fatti vengono alterati, le scelte oscurate, il carattere politico delle istituzioni UE minimizzato fino a farlo praticamente scomparire.

L’Europa “Shock and Awe”, assieme al classico “ce lo chiede l’Europa” e al montiano “i governi si tengano le mani libere dai loro parlamenti”, costituisce un altro strumento per prevenire la messa in discussione delle politiche esistenti o l’elaborazione di politiche alternative. Può certamente provocare crisi di rigetto, ma allora tanto di guadagnato, perché così si rafforza l’immagine del fronte nemico nazionalista e populista contro cui l’establishment chiama gli europeisti a raccolta. Ora, l’Europa prospettata da Perissich e dagli altri non è semplicemente “neo-“ o “ordoliberale” senza rimedio. È anche regressiva dal punto di vista democratico. Con le sue narrazioni magari spurie, ma sicuramente credibili da risultare efficaci. Con la negazione stessa della natura politica delle sue scelte. Con la sua marcata prevalenza degli esecutivi, che a livello europeo si sommano in modo alquanto intricato, fino a dare un effetto cumulativo del sovrano ancien régime. Con la sua accurata selezione degli interlocutori, sicché sono presi in considerazione solo quelli che condividono determinate premesse, con i quali si può eventualmente giungere a compromessi. Tuttavia a produrre una svolta non potrà essere Matteo Renzi, il cui atteggiamento durante la crisi greca di due anni fa è ben noto, e che con le sue riforme ha semmai cercato di rendere l’Italia più simile all’assetto istituzionale della UE. Sono i movimenti altereuropeisti a cui tocca aprire una nuova frontiera per la democrazia su scala europea.

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