Roma e la strategia dei rami sporgenti

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Come successe con Marino e, prima di lui, anche con Alemanno, il consenso ricevuto da Virginia Raggi va molto al di là dell’adesione politica o del riconoscersi in un programma elettorale: contiene soprattutto una speranza. La speranza che questa nuova amministrazione possa risollevare Roma dalle sue dolenti pene. Che poi il movimento cinquestelle riesca davvero a schiodare questa città afflitta ed esanime, è ancora da vedere; anzi, i risultati di questo primo anno di governo non appaiono particolarmente incoraggianti, come evidenziano sondaggi in verità un tantino sospetti. E del resto un po’ tutti se ne stanno rendendo conto, anche tra gli stessi elettori della Raggi. Ma quell’aspettativa non sembra tuttavia appannarsi. Malgrado un cammino pericolante e incertezze d’ogni genere, nonostante pasticci, capricci, dispetti e ripetute turbolenze, a prevalere in città è tuttora un diffuso sentimento di indulgenza politica.

Nessuno poteva ragionevolmente pensare che con l’avvento delle cinque stelle, gli innumerevoli problemi di Roma si sarebbero d’incanto risolti. Ma solo per stabilizzare l’intelaiatura politico-amministrativa c’è voluto un anno intero, peraltro ancora non del tutto. E durante questo prolungato assestamento, il ponte di comando del Campidoglio è stato tempestato da conflitti, crisi, dimissioni, contorsioni, avvicendamenti, ripensamenti, nomine incaute e revoche precipitose, forse congiure e di certo raggiri, oltreché da denunce, esposti, sentenze e inchieste ancora in corso.

La sindaca Raggi ha barcollato a più riprese, coinvolta anche direttamente tra avventatezze istituzionali e trame politiche. Si è perfino profilato il suo addio. Ma è riuscita a sopravvivere, provata ma tenacemente convinta ad andare avanti, soprattutto dopo aver ricevuto il sostegno, inizialmente sofferto ma alla fine risoluto, di Beppe Grillo in persona. E ora, superati inciampi e squilibri, con un assetto relativamente consolidato, si potrà forse comprendere meglio l’azione politica della giunta romana, la sua impronta culturale, i suoi intenti e i suoi metodi, le strategie, le pratiche, gli strumenti. Cosa che finora è apparsa sfuggente e contraddittoria, e per lo più manchevole.

Partiamo dai documenti ufficiali. Dalla relazione programmatica che ha accompagnato il primo bilancio comunale confezionato dal movimento cinquestelle. Quel che immediatamente colpisce è la mancanza di riferimenti critici generali. Come se le compatibilità economiche imposte dal governo fossero un dogma indiscutibile. Si accusano le amministrazioni precedenti di sciupii e malversazioni, ci si lamenta di aver ereditato un debito insostenibile, ma in sostanza si accettano regole e prescrizioni, e soprattutto i tagli al bilancio e gli impegni debitori. Un’aderenza istituzionale rassegnata e politicamente silente, che in sostanza accetta il modello antisociale del rigore finanziario.

Lo stesso orientamento acritico si ritrova a proposito del cospicuo debito che grava sulle casse comunali. Si afferma come sia indispensabile ristrutturare il suo ammontare, ritoccare i tassi d’interesse e rimodulare le ritmiche di rientro, come proprio di recente si sta tentando rinegoziando con Cassa depositi e prestiti. Ma non si mette in discussione quanto la sua incombenza ipotechi e condizioni le politiche economiche cittadine e dunque l’efficacia amministrativa. Né, tantomeno, si richiama il governo a una qualche responsabilità istituzionale. Il reticolato di vincoli, impedimenti e divieti diventa così il quadro finanziario da assumere, come fosse uno stato di natura.

Anche nel suo complesso questo bilancio appare deludente. Non perché affermi cose sbagliate o inutili o dannose. E’ che non respira, non allunga lo sguardo, non è combattivo: non sembra consapevole dell’urgenza di progettare una rinascita per la città. Gli obiettivi da raggiungere sono quelli che un po’ tutti considerano giusti, sostanzialmente scontati, come migliorare i servizi o risanare il degrado, pulire, aggiustare, riordinare: più o meno condivisibili, tuttavia avulsi da una programmazione complessiva, disconnessi da una visione generale.

La giunta Raggi non sembra insomma in grado di disegnare una prospettiva futura per la città. E il dubbio è che forse ne sia priva.

 

La strategia dei rami sporgenti

Cosa deve diventare Roma, secondo i cinquestelle? Come può uscire dalla crisi che la strangola? Come può crescere e rilanciarsi, con quali modelli economici e assetti sociali? Domande che non trovano risposta. Eppure è da tempo che i più importanti settori prodottivi cittadini languono, s’inaridiscono e addirittura scappano via: l’edilizia, il pubblico impiego, il commercio, l’industria culturale, i grandi servizi, il campo della ricerca. Nonostante la città proceda a fari spenti e con le gomme sgonfie, e perda anche pezzi del motore, non sembrano prospettarsi proposte organiche, né pianificazioni strutturali.

Il Campidoglio si accontenta di diffondere dispacci su rami sporgenti tagliati e qualche strada riasfaltata. Iniziative tanto meritorie quanto ovvie, francamente non così significative da diffonderle attraverso comunicati ufficiali. E invece nella strategia comunicativa della giunta Raggi informare sulle varie minuterie mira a rassicurare e compiacere, a spiegare che finalmente si comincia a operare, dopo le colpevoli negligenze del passato. E’ un messaggio minimalista, ma interpreta e conforta quel diffuso sentimento di esasperazione verso l’incuria in cui versa la città, intenzionalmente distante dai solenni annunci, i progetti roboanti del passato, rivelatisi spesso deludenti e inconcludenti.

In questo incedere così disorganico e a tratti miope, si coglie forse una delle principali convinzioni politiche che animano (e contraddistinguono) i cinquestelle: siccome i soldi pubblici si spendono male, è sufficiente spenderli bene. E’ un istinto buonsensaio direttamente raccolto tra i tanti luoghi comuni che circolano e impazzano, e che non casualmente sono parte del bacino elettorale del movimento di Grillo. La politica non serve, non c’entra nulla con l’amministrazione, la funzionalità, l’organizzazione: anzi, diventa un ostacolo perché deviante e contaminante, incline a scegliere soluzioni a proprio esclusivo vantaggio, fino a espropriare e corrompere.

Sebbene in questa semplificazione si colgano alcune verità, soprattutto quando la politica s’immeschinisce e diventa mero esercizio di potere, quel che si avverte è un’illusoria pretesa di neutralità, oltreché un’ingannevole presunzione di autosufficienza. Quasi che prendere una decisione, approvare una delibera, firmare un’ordinanza non abbiano colore, non definiscano una scelta, non comportino conseguenze politiche: non siano né di destra né di sinistra, e cioè tendenzialmente di destra.

E a confermarlo, la cinica offensiva contro gli immigrati di questi ultimi giorni. In un generale atteggiamento tanto elusivo quanto distaccato verso le emergenze sociali, tipo il disagio abitativo o la disoccupazione montante. Nei cinquestelle romani è ormai evidente un riflesso infastidito, se non proprio respingente: una riluttanza dai tratti a volte reazionari. Non offrendo soluzioni, se non lievi sollievi qua e là, l’amministrazione lascia che i problemi incancreniscano e diventino così oggetto di sgomberi, rappresaglie, persecuzioni, a cui viene chiamata a partecipare una polizia municipale sempre più militarizzata.

Di tutto ciò neanche si discute in Campidoglio. Semmai, se costretti, i cinquestelle si rifugiano nel loro stucchevole richiamo alla legalità. Una legalità angusta, che, soprattutto dopo il decreto Minniti, certo non indulge verso questo genere di bisogni sociali. Ci vorrebbero politiche inclusive e solidali, ma è meglio non sporcarsi le mani con immigrati, profughi, senzacasa, disoccupati e disperati vari: l’elettorato grillino più retrivo e benpensante potrebbe adombrarsi e disallinearsi dall’algoritmo della Casaleggio Associati.

Ma la politica sociale della giunta Raggi appare manchevole e omissiva anche nell’ordinario ambito delle tutele e del sostegno. Malgrado sia stata avviata una campagna d’ascolto nei Municipi, con relative mappature di bisogni e indizione di nuove gare, si continua a chiudere servizi e definanziare progettazioni. In fisiologica continuità con l’amministrazione Marino. I fondi si riducono e l’offerta si restringe. L’assistenza s’interrompe e i progetti si estinguono. Attività che i cinquestelle considerano peraltro sospette, perché gestite da associazioni e cooperative finanziate da “quelli di prima”, e dunque politicamente inaffidabili, se non compromesse in chissà quali trame criminose.

La diffidenza dell’amministrazione verso la cooperazione sociale si riscontra continuamente. Il terzo settore subisce una colpevolizzazione ingiusta e arbitraria: se va bene, viene accusato di parassitismo, se va male, di illegalità. Quasi fosse una filiale di mafia capitale. Oltreché ottuso, questo settarismo aprioristico è anche dannoso, essendo queste realtà quelle che garantiscono la cura dei segmenti sociali più delicati e sensibili. Le disabilità, il sostegno scolastico, gli anziani, l’accoglienza, la violenza di genere, le politiche familiari, l’integrazione socio-sanitaria. Così come le aree verdi, la manutenzione, il risanamento urbano.

 

Rifiuti, trasporti e contrasti istituzionali

Va tuttavia riconosciuto alla giunta Raggi lo sforzo per risanare i servizi urbani e le rispettive aziende, nei trasporti e sui rifiuti in particolare. Un tentativo ambizioso, considerando lo stato di precarietà e disfunzione in cui versano entrambi i settori: le cui ricadute sono tra i più stridenti e disperanti disagi cittadini, oggetto a volte di sferzanti critiche sulla stampa internazionale. Ma il lodevole rifiuto di privatizzarle presupporrebbe investimenti e ristrutturazioni: nuovi mezzi e nuove forniture per l’Atac, potenziamento della raccolta e impianti di trattamento per l’Ama. E per finanziare interventi così corposi sarebbero necessari tanti di quei soldi, che il bilancio comunale ha solo in piccola parte previsto. Dovrebbero allora contribuire gli enti sovraordinati (Stato e Regione), che tuttavia, al di là dei rituali appelli alla collaborazione, si mostrano piuttosto restii a sostenere soluzioni che non condividono, almeno non del tutto.

Era prevedibile che i rapporti tra il Comune e le altre istituzioni non sarebbero stati facili, né solidali. Oltre alle differenze politiche, i contrasti si sviluppano anche sulle diverse opzioni proposte. E siccome la giunta Raggi (finora) non intende né vendere quote aziendali, né privatizzare i trasporti, né realizzare inceneritori (salvo utilizzare quelli già esistenti), ecco che le relazioni istituzionali s’inacidiscono.

E’ stato soprattutto il rifiuto di candidare Roma alle Olimpiadi del 2020, che ha inasprito le rispettive posizioni. Un contrasto solo apparentemente simbolico-culturale, ma in realtà piuttosto sostanziale. Dietro quella candidatura si profilavano notevoli appetiti economici e soprattutto si compromettevano i futuri assetti urbanistici.

Allontanati i rischi dei dissesti olimpici, resta però tutta la vaghezza del progetto urbanistico dei cinquestelle. Un vuoto preoccupante che è la diretta conseguenza del precoce addio dell’ex assessore Berdini, che nei suoi pochi mesi di attività aveva lasciato invece percepire una progettualità rigorosa e intelligente. Uomo di punta della giunta, personalità tecnico-politica indiscutibile, Berdini si proponeva di riaffermare la centralità della città pubblica e delle sue esigenze funzionali. Con una pianificazione basata sulla riconversione dell’edilizia inutilizzata e il conseguente blocco di nuove espansioni, e sulla ricontrattazione dei grandi progetti approvati in tempi più compiacenti, allo scopo di ridurne l’impatto e aumentarne i vantaggi sociali.

L’allontanamento di Berdini, al di là delle spiacevolezze in cui si è consumato, è maturato intorno ai contrasti sullo stadio del presidente della Roma James Pallotta. Un progetto voluminoso e ultra-commerciale che la sindaca Raggi si è subito mostrata disponibile ad autorizzare, e che l’ex assessore riteneva invece devastante. Eliminato il dissenso all’interno della giunta, lo stadio ora si farà, seppur ridimensionato nelle cubature: e comunque nell’area scelta dalle filiere del profitto, in sensibile contrasto con le prescrizioni del piano regolatore. E ai rischi di edificarlo in un invaso alluvionale, si aggiungeranno le ricadute della nuova progettazione orizzontale: invasività delle volumetrie, aumento delle urbanizzazioni, riduzione di opere e funzioni pubbliche.

E così, ancora una volta, a Roma le trasformazioni urbanistiche saranno decise dalla rendita, fondiaria e immobiliare. Dalle proprietà delle aree, dalle centrali finanziarie, dalle imprese di costruzione. E’ comprensibile che su questo stadio abbiano pesato le pressioni “sociali” del tifo romanista, nonché il prestigio della stessa squadra calcistica (tra i pochi beni immateriali custoditi nell’immaginario cittadino). Ma non aver nemmeno tentato di affermare il primato pubblico e coerentemente offerto soluzioni a-speculative, per esempio riconvertendo il Flaminio o rilocalizzando l’impianto in aree pubbliche, non discosta la giunta Raggi da quelle precedenti. Chi decide in città è sempre più l’affarismo privato e sempre meno l’interesse pubblico.

 

Patrimonio bene comune

Il Campidoglio a cinque stelle potrebbe tuttavia invertire questa deriva, se per esempio scegliesse di sottrarre al mercato immobiliare il proprio patrimonio. Se decidesse di non venderlo, ma di metterlo a disposizione delle esigenze cittadine: sociali, culturali, produttive. Con politiche di affidamento e assegnazione alle centinaia di realtà associative no-profit, in cambio di servizi, animazione culturale, promozione e formazione lavorativa. In modo da offrire alla città quelle attività comunitarie che le sono necessarie, ma che l’amministrazione non è in condizione di organizzare né gestire.

Un modello peraltro che a Roma è già diffuso e consolidato, sia grazie alle intelligenti politiche di un non lontano passato, sia per effetto di pratiche di autogestione. Nel corso degli anni sono cresciute realtà di assoluta e riconosciuta eccellenza, dal centro di psichiatria infantile Grande cocomero alla scuola multietnica Celio azzurro, dalla Casa internazionale delle donne al Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, centinaia di esperienze associative, oltre alla stessa rete dei centri sociali. Per non parlare poi delle esperienze culturali, dall’Angelomai all’America, all’Aquila, al Palazzo, al rimpianto Valle occupato, la cui qualità ha permesso alla città di sopravvivere artisticamente. In un avvilente vuoto di progettualità politica. Un vuoto che tuttora perdura.

Ebbene, in altre città, a Napoli soprattutto ma anche Milano e Bologna, questa restituzione sociale del patrimonio è felicemente praticata. Lo stesso ex assessore Berdini l’aveva più volte evocata e intendeva realizzarla anche a Roma, che tra l’altro può contare su volumi e superfici sterminati. Riconvertire interi edifici pubblici inutilizzati, in funzione del bisogno abitativo o delle esigenze di accoglienza. Sostenere progetti produttivi e di ricerca negli spazi industriali abbandonati. Allestire una rete di servizi sociali rivolta a bisogni vecchi e nuovi. Favorire la diffusione di centri culturali in tutti i quartieri.

Purtroppo l’attuale giunta non sembra così coraggiosa da rendere disponibili per usi sociali le proprietà comunali, e così contrastare la pressione speculativa. Al contrario, sfratta e sgombera. Oppure contabilizza canoni insostenibili e ne pretende il pagamento. Così facendo, interrompe bruscamente esperienze e attività preziose, tra le poche che a Roma animavano socialità e creatività. Dice di voler ripristinare la legalità e imporre nuove regole. Ma intanto desertifica la città. Che già di suo è ormai piegata, spenta e malinconica.

E come se non bastasse, anche Totti ha smesso di giocare.

 

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