Roma e la strategia del sindaco automatico

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E’ il dispiacere il sentimento prevalente di questi tempi a Roma. Una malinconia dolente, che rischia di indebolire ogni reattività, fino a sfiorare la rassegnazione. Vivere in una delle più belle città del mondo ed estenuarsi dietro disagi ormai cronici, difficoltà infinite, mille problemi irrisolti, solitudini crescenti, quell’insieme tormentoso di accidenti e frustrazioni che affliggono e stremano. Un malessere sfiancante in un quadro desolato: un impoverimento progressivo, un arretramento culturale, uno sfilacciamento politico, uno sgretolamento civile, un risentimento inacidito. E il peggio è che a questa diffusa precarietà, che è sì materiale ma anche esistenziale, non si reagisce come sarebbe necessario, non ci s’indigna come sarebbe naturale. Si finisce spesso con l’adattarsi. Per difendersi, per darsi una ragione, per tirare a campare.

Se poi capita che lo sguardo accarezzi un tramonto tra gli antichi Acquedotti, o uno scorcio di Via Giulia, o il panorama dal Gianicolo, o gli zampilli della Fontana della Tartarughe, allora a insinuarsi è un dolore straziante. Bellezza, grazia, fascino, suggestione. Storia, arte, cultura. Uno sbalordimento che commuove, un immaginario che stordisce. Che enorme sciupio: in una città che è risorsa di se stessa, ricchezza in sé e per sé.

Ma com’è stato possibile rotolare lungo questo declino che sembra inarrestabile?

Non c’è un’unica ragione, ovviamente. Ma non aver contrastato gli effetti della crisi economica che ha imperversato nell’ultimo decennio, ha di sicuro inciso (e non poco) sul decadimento generale. E’ una responsabilità seccamente politica. Di un’amministrazione comunale che non è stata capace di difendere la città, contrastare le disuguaglianze, imporre e soddisfare le sue esigenze sociali, così come di dotarla di anticorpi strutturali, avviare processi anti-ciclici. Né, tanto meno, di promuovere strategie di crescita e imprimere politiche di sviluppo, o di realizzare interventi di valorizzazione pubblica, di manutenzione urbana, di protezione ambientale, di rilancio culturale.

Che la città dovesse finire così malmessa e deprivata, forse si sarebbe dovuto intuire già da tempo. Da un tempo non sospetto. Da quando cioè Roma scintillava smagliante nel suo invidiato modello amministrativo, che felicemente la proiettava sul firmamento internazionale. L’economia cresceva, la finanza impazzava, il lavoro era disponibile, le imprese fatturavano, il prodotto interno scalava record su record. E la stessa tenuta politica, pur tra conflitti e contraddizioni, contribuiva al successo di quell’esperienza.

Non solo Roma funzionava e progrediva, ma nel quindicennio in cui si alternarono Rutelli e Veltroni, pur tra eccessi deregolatori e complicità privatistiche, si riuscì a estendere l’offerta sociale, a promuovere partecipazione e condivisione, a sviluppare come non mai attività e produzioni culturali: a rianimare positivamente il clima cittadino e diffondere insomma fiducia e ottimismo. La città si radunava nel sagrato del Colosseo ad ascoltare Paul McCartney, si estasiava passeggiando tra le notti bianche. Ma intanto si edificava a raffica e le grandi opere si moltiplicavano. S’inaugurava l’Auditorium ma si demoliva il Velodromo, cominciava la storia infinita del Palazzo dei congressi e le Vele di Calatrava restavano senza vento. Quel modello conteneva insomma un’insidia: un inganno che di lì a qualche anno avrebbe depositato danni economici e sciagure sociali.

Contando su un ragguardevole consenso e un indiscutibile successo, nel corpo vivo della città si è prima sperimentato e poi largamente applicato l’intero campionario delle ricette liberiste. Piegando l’economia alla ritmica degli eventi e delle opere, che poco o nulla consolidava. Alimentando il regime debitorio con mutui e acrobazie finanziarie. Smontando segmenti di rilievo istituzionale e trasferendo al privato funzioni non proprio secondarie. In un lungo processo di destrutturazione amministrativa, che solo successivamente ha reso visibili i suoi impatti logoranti.

 

Il sindaco “automatico”

L’economia di mercato ha progressivamente orientato le politiche delle giunte a cavallo tra i due secoli, che a loro volta, azionando il “pilota automatico” di draghiana memoria, ne hanno via via attuato obiettivi e soluzioni: cedendo quote delle aziende comunali, alienando il proprio patrimonio, vendendo pezzi del sistema infrastrutturale, rinunciando a gestire settori sensibili della rete dei servizi. Senza tuttavia riuscire a risanare assetti e finanze, né a migliorare l’offerta sociale. Anzi, sovraccaricando i redditi cittadini con aumenti di tariffe, rette, utenze e tasse locali. Finendo per indebolire ulteriormente l’intelaiatura istituzionale e scaricare le sue velenose conseguenze sociali. Dal generale ripiegamento pubblico, dall’abbandono delle trincee più bisognevoli è via via montata quella sfiducia che ben presto si è trasformata in rancore, collera, disumanità. Roma è oggi una città impaurita e incattivita.

L’accelerazione con cui si sono svuotate le funzioni pubbliche più delicate ha coinciso con il decrescere dei bilanci comunali, nell’illusorio tentativo di compensarne il minor gettito. Da qui, l’intensificazione delle privatizzazioni, dell’urbanistica contrattata, della riduzione degli investimenti pubblici e dei tagli alla spesa sociale. Una micidiale miscela di fattori economici e ricadute sociali, che negli ultimi anni ha notevolmente ridotto la media reddituale cittadina, il numero degli occupati, i fatturati delle imprese locali e più in generale le aspettative economiche dell’intera città.

Ed è in questo contesto depressivo, dalla riduzione del gettito per appalti, servizi e affidamenti, così come dalla crescente disperazione sociale, che si sono sviluppati e poi incistati il malaffare e le corruttele: come le inquietanti inchieste giudiziarie stanno lasciando emergere.

Consegnandosi al mercato per supplire alla riduzione dei trasferimenti statali, Roma ha in sostanza rinunciato a se stessa, alla sua autonomia costituzionale, al suo valore di città pubblica e fiera, alla sua cultura cosmopolita; e chi l’ha governata ne è stato insieme vittima e artefice, più artefice che vittima.

Né sono serviti i ripetuti pellegrinaggi a Palazzo Chigi: da un sindaco all’altro, con la voce flebile e il cappello in mano. Ci si domanda cosa avrebbero potuto fare, Alemanno prima e Marino poi, se non elemosinare un po’ d’ossigeno finanziario. Innanzitutto, avrebbero dovuto raddrizzare la schiena e pretendere rispetto e considerazione, non per sé, ma per la città che rappresentavano. E poi rifiutarsi di trattare il debito comunale come una questione meramente contabile, ma esigere di considerare Roma non come un ente locale qualsiasi, ma come la più importante e significativa città italiana, la più popolosa, la più estesa, la più antica e ricca di beni culturali, uno dei luoghi più suggestivi al mondo.

Insomma, spiegare che dietro quei numeri deficitari c’erano diritti sociali indiscutibili, bisogni strutturali insopprimibili, opere e servizi irrinunciabili, cospicue esigenze di cura e manutenzione, costi di gestione non solo locali ma relativi alla funzione di capitale. E se inascoltati, allora quei sindaci avrebbero dovuto dissentire, protestare, disobbedire, liberarsi da vincoli e obblighi, alzare la voce e rovesciare tavoli, aprire insomma un conflitto istituzionale.

Ma entrambi si sono accontentati di piccoli sollievi e qualche benevolenza, barcamenandosi tra opere pubbliche scomputate dai profitti immobiliari, gestioni private di servizi sensibili purché non s’interrompessero, svendite patrimoniali per fare cassa. Costringendo la città a languire in una gabbia finanziaria, che ha finito per usurarla tra penuria di risorse e pressione fiscale.

Ma come si può ragionevolmente pensare che il deficit romano possa risanarsi con lo strozzinaggio? O imprigionando il bilancio in piani di rientro decennali, che sottraggono finanziamenti vitali e lasciano deperire la città? O impedendo di assistere e aiutare chi ha più bisogno, pur di pagare ratei e interessi finanziari? Ci sarebbe bisogno dell’esatto contrario.

Una politica che pianifichi una vera e propria rinascita economica, con un rilancio organico e strutturale, con programmi innovativi e strategie di respiro, con progettazioni di economia sociale e promozione di auto-reddito, investendo sulle risorse cittadine, sui beni comuni, sulla manutenzione, sulla cultura, sul turismo, sull’agricoltura, sulle intelligenze, la creatività, i talenti, e così rafforzare le filiere imprenditoriali pubbliche e favorire la ripresa di quelle private. E soprattutto richiamando lo stato al suo ruolo di garanzia nei confronti della propria capitale. Del resto, cosa deve fare un paese autorevole e lungimirante, se non curare, aiutare, esaltare la propria capitale, rispecchiarsi nella sua affascinante unicità per nutrire e alimentare il proprio prestigio internazionale.

 

L’irrisolta questione romana

Ma come vecchi fantasmi ancora in circolazione, nel rapporto tra il paese e la sua capitale, riaffiorano contraddizioni antiche e mai sanate: una “questione romana” storicamente più subita che valorizzata. Ragioni forse reticenti, ma che ancor’oggi tuttavia pesano e incidono. Fanno parte di quel sentire corrente che continua a non riconoscere, non del tutto almeno, la centralità nazionale di Roma. Forse perché a fine Ottocento forzosamente imposta più per simbologie culturali che per meriti politici. O forse per la fosca esaltazione che ne fece il fascismo. O a causa delle più recenti recriminazioni leghiste. Sta di fatto che a quasi centocinquant’anni dall’assalto a Porta Pia, Roma è ancora una città straniera, in un paese peraltro dove l’un l’altro ci si considera tuttora stranieri.

Non si spiegherebbe, altrimenti, perché capitali come Parigi o Londra o anche Berlino siano apprezzate, curate, promosse, coccolate (e ovviamente finanziate), dotate di poteri amministrativi e autonomie politiche nei rispettivi stati, mentre qui da noi perdurino verso Roma diffidenza e riluttanza, se non malevolenza. La chiacchierata politica romana ci mette poi del suo, per alimentare disdoro e discredito: non sempre ma spesso, e a volte il suo corrompersi perfino indigna e disgusta.

Ma mai nessun governo, di nessun colore, ha tuttavia rivolto alla città attenzioni sufficienti, ha investito su di essa quanto necessario. E l’unico intervento legislativo di una certa rilevanza, la legge-programma su Roma Capitale del compianto Antonio Cederna, ha resistito solo qualche anno, finendo per essere sbrigativamente cancellata dai furori padani dell’accoppiata Berlusconi-Bossi.

Lo stesso ingente debito accumulato nei decenni dalle casse comunali, depurato da sprechi, parassitismi, corruttele e cialtronerie, oltreché errori politici, risente sensibilmente delle manchevolezze statuali. Tuttora, anche al netto delle generalizzate riduzioni di bilancio, i trasferimenti finanziari verso i diversi enti locali registrano squilibri imbarazzanti: e il più vistosamente ingiusto riguarda proprio la capitale.

Se Roma potesse proporzionalmente contare sul gettito che ricevono città come Milano o Firenze o altre ancora, non vivrebbe nella condizione angusta in cui è costretta. Con un territorio che, da solo, equivale alla somma di quello delle nove città più grandi del paese. Con una popolazione, tra residenti e transitanti, che ormai supera i quattro milioni di presenze, più il milione di turisti che ogni anno la visitano. Con milioni di chilometri di strade, una dozzina di parchi, centinaia di siti archeologici, svariate tenute agricole. E con infine il denso gravame delle sue funzioni amministrative e istituzionali, al quale va inoltre aggiunta la presenza dello Stato Vaticano, presenza di non lievissimo impatto.

Da questi sommari (e materialissimi) dati e dalla stridente sproporzione dei mezzi finanziari e strumentali disponibili, si può ben comprendere quanto sia difficile governare questa metropoli. Viene da ricordarlo non per suscitare indulgenza verso i “poveri” sindaci che si sono succeduti in Campidoglio, ma esattamente per il contrario. Per evidenziarne i limiti.

Per amministrare questa complessità strutturale, questo strabordante insieme di problemi sociali ed economici, questo grumo storico-politico-culturale, c’è bisogno di spalle larghe e pensiero lungo, di respiro strategico e spessore culturale, di lungimiranza progettuale e sensibilità sociale, di autonomia politica e tensione combattiva. Sia per fronteggiare centralismi prepotenti e fagocitanti, sia per contenere l’avido urto dei poteri economici.

Roma ha vissuto stagioni anche smaglianti, ci sono stati amministratori intelligenti e generosi, alcuni di essi hanno fatto addirittura scuola. A dimostrazione che governarla non è proprio una missione impossibile.

Di certo, non è con le attuali contese da cortile tra i cinquestelle e il Pd che il tono politico cittadino potrà corrispondere a quanto necessario. Polemicucce avvilenti, oltreché fuorvianti, che mestano e rimestano tra le acque sporche di una città impantanata. L’impressione è che Roma difficilmente si solleverà, se il confronto pubblico continuerà a ruotare su meschinità e dispettucci, cassonetti e spiagge libere, autobus che non circolano e alberi che crollano, cinghiali vaganti e cornacchie assaltatrici.

E dopo il primo anno di governo cinquestelle la situazione non sembra migliorare. Forse continua solo a debilitarsi.

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