Una valutazione del voto amministrativo dell’11 giugno- di Anna Marson

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ANNA MARSON*- I risultati delle elezioni comunali di domenica 11 giugno sono state oggetto di commenti e valutazioni in larga misura riferite soltanto alla politica nazionale: chi ha vinto e chi ha perso fra i diversi partiti e coalizioni, quali prospettive per il voto nazionale, le alleanze, la stessa legge elettorale.

Ma cosa ci dicono invece i risultati (comprese le percentuali di astensione, mai così alte in precedenza) relativamente a ciò che avviene concretamente nei territori?

  • Sembrano essere venute meno le ‘buone politiche’ locali capaci di distinguere in modo evidente l’operato delle amministrazioni di centro-sinistra da quelle di centro-destra: buoni asili, scuole, servizi per gli anziani; erogazione di servizi pubblici sostenibili ed equi; programmazione urbanistica accorta; accordi con i privati capaci di generare utilità per la collettività; comportamenti dell’amministrazione pubblica capaci di dare a tutti gli abitanti l’esempio positivo dell’innovazione possibile. Il processo di erosione di questa differenza – differenza in positivo che nella seconda metà del ‘900 ha determinato anche la crescita dei consensi per il centro-sinistra a livello nazionale – è in atto da molto tempo ma oggi sembra davvero arrivato a un punto di non ritorno, avendo la logica dell’effimero (la comunicazione) soppiantato apparentemente quella della sostanza anche nelle competizioni politiche locali.
  • Il governo centrale, in particolare le maggioranze formalmente di centro-sinistra che hanno governato negli ultimi tre anni, con i propri provvedimenti e annunci hanno assestato un colpo mortale alla prospettiva federalista e delle buone autonomie locali. Il processo di centralizzazione in atto, finalizzato più alla riconquista delle leve di potere che alla qualificazione delle politiche, sta producendo l’abbandono a se stessi di territori sempre più ampi, privati dei servizi (la chiusura dei piccoli uffici postali, la trasformazione delle banche locali, il peggioramento dell’offerta o la chiusura di molte reti ferroviarie minori, la chiusura non solo dei piccoli ospedali ma anche dei presidi medici d’emergenza, gli scarsi investimenti nella banda larga e in generale nei servizi a rete), a fronte di una concentrazione degli investimenti nelle sole città metropolitane. Perché appassionarsi a una competizione politica locale, quando oramai ciò che conta sono i rapporti dei rappresentanti locali con il potere centrale? (Vedasi ciò che alcuni sindaci, come quello di Firenze, sono riusciti ad ottenere non per meriti propri ma per i rapporti di stretta parentela politica con il presidente del consiglio e segretario di partito). Perché sostenere un/una sindaco indipendente e capace, quando senza l’appoggio dei potentati centrali le risorse per l’azione sono limitatissime?
  • I partiti politici, in questi anni, hanno proseguito e intensificato l’” occupazione delle amministrazioni locali”, non soltanto controllando i candidati ai ruoli politici, e vincolandone le decisioni agli interessi spesso poco ideologici e assai materiali del gruppo dirigente del partito (qualcuno ricorda il caso del sindaco Orsoni a Venezia?), ma determinando con rare eccezioni anche le scelte per i ruoli dirigenziali. Il fiorire delle liste civiche può essere interpretato anche come reazione a questa “occupazione”. Oggi tuttavia molte fra esse sono liste formate da uomini e donne di partito che cercano per l’appunto di non apparire tali.
  • Il maggiore partito di centro-sinistra (se ancora lo si può definire tale) sembra avere perso la capacità di capire cosa si muove sui territori, se non in rapporto ai gruppi di potere locali che è interessato a rappresentare. Nel caso di Genova, cos’altro ci si poteva aspettare dopo una guerra continua del PD all’amministrazione Doria, troppo indipendente dagli ‘interessi’ rappresentati dal partito? E a Carrara, centro disastrato da un’economia del marmo divenuta negli anni sempre più economia di “rapina” delle montagne incapace di restituire alla popolazione locale almeno benessere economico? (a proposito di Carrara, questo è un caso in cui i Cinque stelle, con un lavoro di base e personale politico più credibile che altrove, sono arrivati al ballottaggio contro il candidato PD imposto dal partito.)

In questi giorni, l’ennesima proposta di fusione obbligata dei Comuni inferiori ai 10.000 abitanti (il 70% dei Comuni italiani), a prescindere da qualunque considerazione sulla estensione e sulle caratteristiche orografiche (montagna, alta collina) dei territori interessati, fa comprendere come le attenzioni e le energie di chi governa il nostro Stato siano purtroppo altre, rispetto a quelle di costruire le condizioni affinché chi governa localmente i nostri territori possa fare un onesto lavoro per la propria collettività. Forse, da questo punto di vista, ha ragione chi in modo cinico legge queste elezioni soltanto in funzione dei giochi politici nazionali. Ma ciò non toglie, semmai rafforza, il dovere di denunciare il disastro che queste dinamiche fanno prefigurare per i nostri territori.

* L’autrice è stata assessore della Regione Toscana. Full Professor of Territorial Planning and Design Department of Design and Planning in Complex Environments Santa Croce 1957, 30135 Venezia

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