Elezioni in Gran Bretagna, l’ultimo reportage

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  1. Le elezioni UK in venti righe.

 Le elezioni inglesi si concludono con quello che potrebbe essere considerato un pareggio, in quanto Corbyn riesce a confermarsi come leader legittimo dei Labour, essendo stato capace, grazie a una campagna elettorale combattuta in  nome della passione politica, amore e dedizione, a smentire lo scetticismo generale che vi era nei confronti suoi e nei confronti del suo manifesto. Infatti sotto la guida di Corbyn il Labour ha ottenuto uno dei suoi migliori risultati elettorali, comparabile alla strepitosa vittoria di Clement Attlee del 1945, dove lo swing di voto da conservatives a labour era stato il più alto della storia inglese, superato solo da Corbyn nelle elezioni dell’8 Giugno. Ciò nonostante i Tory si confermano vincitori in termini di seggi, con 318 “constituencies” (collegi elettorali) vinti, contro i 262 dei Labour. Il pareggio è motivato dal fatto che Corbyn è riuscito a salvare Labour dalla disfatta, aggiudicandosi il 48 % dell’elettorato, ma non a limitare la maggioranza Conservatives sotto i 316, così che anche con il supporto del Dup (partito di estrema destra scozzese che conta 10 seggi), Theresa May non avrebbe potuto raggiungere la maggioranza di 326 richiesta per far approvare una legge nella “house of commons”, costringendola a indire ulteriori elezioni o a formare un governo di minoranza: condizione in cui i Labour avrebbero acquisito maggiore importanza nel processo decisionale, essendo indispensabili per il superamento della soglia, cosa che avrebbe rappresentato una vittoria piena per Corbyn. Questo risultato ottimale non è stato possibile anche perchè l’ Snp guidato da Nicola Sturgeon non è stato in grado di aggiudicarsi la stragrande maggioranza dei seggi scozzesi, come invece era solito accadere in passato,  cedendone ben 13 ai Conservatives e 7 ai Labour, a causa della proposta di indire un referendum per proclamare l’indipendenza della Scozia da Uk, che ha diviso l’elettorato. Inoltre il Dup, versione radicale dei Tory, in Irlanda del Nord ha vinto molti più seggi del previsto, sottraendoli a partiti più vicini a Corbyn e in opposizione con la May. Il risultato è stato un maggiore numero di seggi Conservatives in Scozia,  che sommato ai dieci seggi del Dup, potenziali alleati dei Tory, gli garantisce una maggioranza di 228, di soli due voti sufficente a permettere un governo di coalizione tra Conservatives e Dup.

 

  1. Come è andata per Theresa May?

Le trattative tra Tory e Dup, per formare una solida coalizione di governo, si prevedono difficili, visto che, sebbene siano entrambi partiti di destra, i due non condividono gli stessi principi. Infatti, i Dup hanno posizioni diverse dai Conservatives rispetto a tematiche come la famiglia, i rapporti con l’Europa e i diritti dei lavoratori, che sicuramente comporteranno problemi per la desiderata attuazione del programma di governo Conservatives. I maggiori esponenti del Dup hanno già confermato che le loro posizioni rispetto ai diritti degli omosessuali, omofobe e bigotte,  non saranno oggetto di discussione nelle trattative in corso, e non verranno inserite tra le richieste per un ipotetico programma di coalizione. Tuttavia, hanno anche fatto sapere che si mostrano particolarmente contrari alla formula desiderata da Theresa May per la Brexit, in particolare all’imposizione di “hard border” (confini sottoposti ad alta sorveglianza, che non favoriscono il facile accesso alla nazione), che dovrà necessariamente essere cambiata per permettere una coalizione tra i due. Quindi si capisce che i Dup, dai loro dieci seggi, necessari alla May per governare, vogliono ricavare, in termini di potere politico, quanto più possibile. Oltre a imporre alcune loro prerogative nel puro interesse dell’Irlanda del Nord, il Dup richiederà una qualche forma di riconoscimento politico, come la concessione di un ministero o qualche altra istituzione statale. Come è stato suggerito da John Major (ex primo ministro conservatives), questo può comportare un grave ostacolo alla pace difficilmente ottenuta in Irlanda del Nord tra protestanti e cattolici, che fino ad oggi veniva garantita dall’imparzialità del parlamento uk considerato arbitro super partes della diatriba. Qualora alla parte protestante, rappresentata dal Dup, venisse dato un qualche ruolo governativo, la funzione di arbitro super partes dell’uk verrebbe irreparabilmente compromessa, riaprendo nuovamente il conflitto: cosa che rende ancora più difficile un’accordo tra le parti e in caso di coalizione renderebbe instabile il governo May.

Le elezioni sebbene siano state vinte ai seggi dai Conservatives rappresentano per loro una grande sconfitta rispetto ai pronostici auspicati e al tipo di campagna elettorale condotta dal partito. Theresa May nel tentativo di aggiudicarsi una solida maggioranza, per affrontare in modo fermo le trattative con l’Europa,  ha concentrato la sua campagna elettorale sul Nord dell’Inghilterra e sul Galles -luoghi dove labour ha avuto storicamente maggior consenso- con l’intento di guadagnare gran parte dell’elettorato Labour, ormai considerato disilluso e in parte passato a UKIP nelle precedenti elezioni (trascurando le aree dove Conservatives avevano un supporto maggiore). Alla luce dei risultati elettorali, questa strategia è risultata fallimentare. Corbyn ha saputo tener botta nel Nord, perdendo qualche seggio ma mantenendone la maggior parte, e addirittura a strapparne tre nel Galles, rendendo la campagna elettorale Tory, nei fatti, inutile e inconsistente. Le constituencies Bridgend and Wrexham e Bristol South, obbiettivi importanti della campagna della May, che avrebbero dovuto siglare la sua incoronazione simbolica a patriarca della nazione, entrambe rimaste Labour, ne sono un esempio. Non solo i suoi obbiettivi principali sono stati mancati ma anche alcune delle sue constitiences storiche come Canterbury e Kensington, quest’ultima la più ricca dell’uk, sono passate a Labour. L’errore di Theresa May sta nell’aver sottovalutato il pacato Corbyn e la forza del suo manifesto diretto ai molti piuttosto che ai pochi, sintetizzato dallo slogan “for the many not the few”, e di aver sopravvalutato la propria immagine agli occhi dell’elettorato, credendo che il popolo avrebbe accettato di buon grado l’idea di un leader autoritario e autoreferenziale ispirato al modello Thatcher, capace di unire gran parte dell’elettorato sotto la stessa bandiera.

La falla di questo ragionamento è che Theresa May non è Margaret Thatcher e che Margaret Thatcher non si confrontava con Jeremy Corbyn. Non per dire che Corbyn avrebbe potuto vedersela alla pari con la Thatcher per consenso degli elettori, ma per far capire che la situazione politica era radicalmente diversa. Il programma fortemente social democratico di Corbyn, che si differenzia dalla maggior parte dei programmi elettorali della sinistra europea, a parte poche eccezioni, ha costretto la May ad adattare il suo manifesto, inizialmente di forte carattere conservatore, introducendo riforme di carattere sociale (mal formulate e inefficaci) nel tentativo di attirare l’elettorato labour, ma col solo risultato di abbassare la propria credibilità. In sintesi mentre la Thatcher poteva affermare un programma rigidamente neoliberista, dal momento che la sinistra era debole, (e che sommato alla sua forte autorevolezza portava un gran consenso popolare) May, per non perdere la stragrande maggioranza che andava cercando con le elezioni anticipate, ha dovuto scendere a compromessi con il manifesto Labour, mostrando debolezza e trasformando agli occhi dell’elettorato la sua fragile autorità in superbia o “hubris”, come è stata definita dalla stampa inglese. Il successo della campagna labour così come il rifiuto da parte dell’elettorato del programma May è testimoniato dal fatto che numerosi membri del partito, espostisi in favore della May a difesa della sua leadership e delle sue riforme hanno perso il proprio collegio elettorale, tra cui cinque ministri. Amber Rudd, una dei più convinti sostenitori della May, attuale ministro dell’interno, è riuscita a strappare la vittoria nel suo seggio di Hastings and Rye, dove si presentava come candidato largamente vincitore nelle due precedenti elezioni, con soli 340 voti di vantaggio rispetto al rivale labourista. Una sua sconfitta elettorale  avrebbe quasi sicuramente sancito la fine di Theresa May come leader dei Conservatives. Tra i membri illustri del partito che invece hanno perso il proprio seggio elettorale si contano Gavin Barwell, ministro dell’edilizia abitativa, che a Croydon Central ha visto il proprio seggio passare ai Labour. Ben Gummer, autore del manifesto conservatives e membro giovane di spicco del partito che perde il suo seggio di Ipswich, vinto invece la scorsa elezione con facilità. Il ministro del tesoro Jane Ellison che perde a Battersea come il ministro degli enti benefici, Rob Wilson, sconfitto a Reading east.

  1. I meriti di Jeremy Corbyn.

La vittoria di Corbyn non è una vittoria politica, perchè la battaglia politica l’ha vinta ai numeri la May, ma una vittoria sociale e una vittoria nel modo di far politica, dal momento che con la forza di un’idea Corbyn ha saputo riportare il dibattito elettorale sulla politica e la società. Politica che ormai da troppo tempo non sembrava interessata a un confronto a partire dai contenuti, focalizzato sul proporre riforme e risolvere problemi sociali, ma che sembrava preferire la forma, incentrata su speculazioni teoriche di come il mercato o la borsa avrebbero risposto alle iniziative proposte, mettendo i problemi dei cittadini al secondo posto, superati per importanza dalle leggi del mercato. Per la prima volta da tanto tempo nel panorama politico contemporaneo si è assistito a un dibattito tra due forze politiche volto a tutelare gli interessi dei cittadini inglesi nel loro unico interesse . A partire dai loro problemi e necessità, sia viste da un punto di vista più sociale e progressista, sia dalla prospettiva conservatrice e nazionalista della May. Entrambe le parti consideravano il mercato e l’economia solo come una componente del discorso elettorale, contrariamente al passato quando le parti erano solite ridurre l’intero discorso politico a un discorso economico. Esemplificativa è il commento di un giovane elettore labour pubblicata sul Guardian, che grazie a Corbyn si è avvicinato per la prima volta alla politica e al processo elettorale. Lo stesso processo elettorale, che ai suoi occhi sembrava una pratica inutile e obsoleta, stabilita solo per dare legittimità al potere di politici che di legittimità non dovrebbero averne, non essendo rappresentanti di altri che loro stessi, con Corbyn come concorrente assume un significato completamente diverso. Infatti il giovane afferma che dopo aver visto un’intervista di Corbyn e aver fatto ricerca per conto proprio, è giunto alla conclusione che questa elezione riguarda qualcosa di più grande della politica; un cambiamento sociale (“this is bigger than politics – it is about a social change”).

Corbyn, forte della propria vittoria sociale è riuscito a riprendere il pieno controllo sul suo partito. Infatti ha saputo mostrare alla politica, e in particolare al suo partito, che la società inglese non è spaventata da riforme di carattere socialista, atte ad aumentare i diritti dei cittadini e il ruolo pubblico delle istituzioni. Al contrario, dopo il trionfo del neo liberalismo e la macellazione del wellfare, le realtà sociali ormai estremamente pauperizzate, che già qualche anno fa si lamentavano dell’ingiustizia sociale dilagante nella nazione, come conferma la London riot del 2011, oggi più che mai ne sentono un bisogno disperato. Anche la classe media che ora inizia ad accusare i primi sintomi della crisi finanziaria e della caduta della sterlina sul proprio portafogli non guarda di cattivo occhio qualche intervento sullo stato sociale così da alleggerire qualche spesa aumentando la tassazione sulle grandi coorporazioni. Già da molti mesi ormai i detrattori di Corbyn interni al partito Labour descrivevano il suo programma di governo come fallimentare e masochista, da proporre all’elettorato solo qualora si volesse perdere, quasi a evocare un harakiri politico. L’elettorato invece ha dimostrato loro che si sbagliavano di grosso, in particolare la grande affluenza alle urne dei giovani, che in passato si mostravano disinteressati alla politica, sembra essere un chiaro segno di come un nuovo tipo di approccio in tema di riforme sia desiderabile e venga anche ripagato in termini di voti. Infatti, il partito che sembrava andare incontro a una disfatta si ritrova con un parziale successo, avendo guadagnato seggi rispetto alle precedenti elezioni. Come conseguenza coloro che furono antagonisti di Corbyn, all’inizio del mandato come leader dei Labour, a fronte del risultato elettorale hanno dovuto ricredersi e ora si presentano uniti dietro al loro leader, che dall’8 Giugno ha trovato legittimazione popolare e politica. Esemplare è l’immagine del parlamento britannico, che nella parte dei Labour, saluta l’entrata di Corbyn con un forte applauso, infondendo al proprio leader la sicurezza necessaria per fronteggiare, nel suo discorso parlamentare,  Theresa May, affermando scherzosamente che nel caso in cui la coalizione caotica del governo Conservatives dovesse cadere, Labour si sarebbe proposto alla guida di un governo “strong and stable”.

Tra gli ex oppositori di Corbyn interni al suo partito si trovano: Owen Smith rivale di Corbyn nelle primarie per la selezione del Leader Labour, tenutesi l’anno scorso, il quale si dichiara esplicitamente in errore ad aver giudicato Corbyn inadatto a guidare il partito. All’oggi si congratula col suo vecchio rivale per il successo riscosso alle urne, proclamandosi suo sostenitore.  Chuka Umunna, ex ministro ombra del commercio, forte oppositore di Corbyn che ha lasciato la propria posizione in conseguenza del cambio di leadership. All’oggi si dichiara nel torto per i suoi primi giudizi su Corbyn, affermando che invece di aver fatto molto bene e ne conferma la posizione come capo dei Labour. Tom Watson e Yvette Cooper, rispettivamente vice presidente Labour e candidato alle primarie Labour, che oggi si congratulano con Corbyn e ne confermano la posizione come degno leader. Un articolo del “Guardian” dichiara questa la fine del new Labour e in generale del Blairismo all’interno del partito, cosa che potrà portare i più moderati alla formazione di un ulteriore partito di centro, i cui principi siano meno socialisti. Ciò nonostante non tutti coloro i quali si trovavano inizialmente in disaccordo con Corbyn oggi hanno cambiato la loro opinione. Chris Leslie, ex ministro ombra blairiano, che aveva lasciato la propria carica, perchè in disaccordo con Corbyn e la piega che Labour stava prendendo, che da quel momento non ha più fatto niente per il partito, ha rilasciato un’intervista in cui dichiara che l’esito delle elezioni è stato estremamente negativo per la sinistra inglese. L’ex ministro afferma che la campagna elettorale di Theresa May è stata disastrosa, e che quindi qualunque altro leader con un programma diverso da quello Corbinista avrebbe stra-vinto. Il problema è che Leslie sembra andare molto in difficoltà quando il giornalista gli chiede chi avrebbe visto meglio al suo posto, a direzione dei Labour. L’ex ministro continua solo a ripetere come un mantra la frase “chiunque altro” a fronte della chiara frustrazione del giornalista, il quale reitera la domanda aspettandosi un nome e riceve uno slogan.

In sostanza al momento per Labour un leader migliore di Corbyn non c’è, resta comunque un’incognita se sarà in grado di vincere una futura elezione. Tuttavia, le sue idee, che per 20 anni gli hanno impedito di vincere, confinandolo ai margini del partito, nel 2017 sono state quelle che lo hanno portato a convincere una larga parte dell’elettorato. Perchè, detto in tutta onestà, prerogativa della sinistra non è mai stata vincere ma convincere, e Corbyn sembra lo stia facendo molto bene. Convincere per la purezza dei propri ideali, per la coerenza delle proprie posizioni e anche in qualche caso per la cocciutaggine di ritenerle giuste, sempre e comunque, anche al prezzo di essere visto come un ingenuo o  un illuso agli occhi del mondo, qualora esse siano il frutto di un ragionamento critico personale. Come è certificato dalla coerenza delle azioni di Corbyn in vent’anni di attività politica, che oggi come vent’anni fa continuano a insistere sulle stesse tematiche con lo spirito di far avvicinare la politica alle realità che essa dovrebbe tutelare, piuttosto che discuterne astrattamente nei lussuosi palazzi di cristallo in cui sembra aver traslocato.  Ne è testimonianza il fatto che ancora oggi a Camden, uno dei più noti quartieri popolari di Londra, la gente lo ricorda non tanto come un politico di professione ma come l’ultimo residuo dell’umanità  rimasto alla politica: un uomo onesto, attento ai loro problemi, a cui ci si poteva rivolgere personalmente sapendo che a lui stavano a cuore e che perciò si sarebbe speso in loro difesa.

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