Ripartire dall’Europa per costruire un’alleanza radicale e alternativa

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Una cosa è chiara dalle tornate elettorali degli ultimi mesi: l’antieuropeismo, nel senso di ostilità all’idea di unità europea e ritiro programmatico nella sola dimensione nazionale, mostra di avere il fiato corto anche in termini di consenso di massa. Persino nel Regno Unito, dove la contrapposizione a “Bruxelles” è sempre stata parte integrante pure del discorso delle élites, appare alquanto problematico dar seguito al risultato del referendum sulla “Brexit”, o finanche identificare la volontà popolare con l’opzione della hard Brexit. In altri termini: vi sono certamente in tutto il Continente una crescente delusione nei riguardi del progetto europeo, una diffusa insofferenza verso le politiche UE dettata dalle motivazioni più diverse; nondimeno gli elettorati sono al tempo stesso riluttanti ad esprimere un consenso che possa parere definitivo alla rottura della costruzione europea, qualunque sia l’angolazione politico-ideologica da cui essa viene prospettata.

Una sinistra che puntasse quindi a solleticare sentimenti antieuropeisti, magari nell’illusione di conquistarsi così il voto popolare, andrebbe sicuramente incontro all’ennesimo fiasco. D’altra parte, l’europeismo mainstream, specie in Italia, ha grosse responsabilità nel sostegno del potere dell’establishment e nella promozione di un approccio neoliberale – dalla cancellazione della dialettica politica in ambito europeo, come se la via per l’“Europa” fosse una sola, all’accettazione e generalizzazione dell’ideologia del “vincolo esterno”, dalla pedagogia del tabù, che rende tutto quanto sia “Europa” scontato e indiscutibile, fino all’adesione al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, che se fosse passato avrebbe ulteriormente accentuato la predominanza dell’esecutivo, esautorando l’espressione della sovranità popolare, in spregio al nostro ordinamento costituzionale. L’europeismo va liberato da condizionamenti ideologici e ricondotto nella dialettica tra le diverse progettualità politiche. Ma proprio per questo bisogna che l’“Europa” sia rimessa al centro dell’azione politica di sinistra senza equivoci di sorta. Non solo sulle questioni di fondo (sarebbe stato meglio per tutti se già ai tempi del Trattato di Maastricht o della c.d. “Costituzione Europea” fosse emerso un altereuropeismo come quello degli ultimi anni), ma anche sulle priorità. La dimensione europea, ineliminabile nella politica odierna, e a cui gli elettori non sembrano comunque disposti a rinunciare, non può ridursi a una nota casuale a piè di pagina, lasciata alla noncuranza, all’improvvisazione, alle suggestioni del momento, o al contrario diventare la riserva di pochi specialisti.

Se comunque non si vuole che espressioni come “Europa dal basso”, “Europa dei cittadini”, “altra Europa” rimangano semplici giaculatorie, occorre prendere sul serio quanto viene prodotto appunto dal basso, dai cittadini e dai movimenti che si battono per un’“altra Europa”. Per esempio: Diem25, il movimento paneuropeo e transnazionale lanciato l’anno scorso dall’ex ministro delle finanze greco Varoufakis, ha di recente presentato una proposta di New Deal europeo che si differenzia notevolmente dalle altre avanzate sinora perché contiene tra l’altro un piano di lotta alla povertà (basato su un programma di buoni-cibo e un programma per integrare le pensioni più basse che potrebbe divenire il nucleo di un futuro welfare europeo); un piano per il rilancio dell’edilizia sociale (che prevede nell’immediato la protezione dallo sfratto dei proprietari di case con mutui in sofferenza); un piano di creazione di posti di lavoro nel settore pubblico e non-profit; un “dividendo universale di base”, basato su una percentuale di ogni offerta pubblica di acquisto all’entrata in borsa di una compagnia destinata a un fondo comune a controllo pubblico; nonché una regolamentazione delle attività bancarie e la istituzione di una nuova piattaforma di pagamenti pubblici digitali. È troppo chiedere che questo progetto di New Deal europeo venga ripreso e discusso da chi intende costruire un’alleanza radicale e alternativa in Italia e altrove? Spesso non sono le proposte a mancare, quanto canali di discussione e di diffusione in tutta Europa, in grado di rompere l’isolamento, la frammentazione, e di catalizzare consenso e mobilitazione.

La proposta di Diem25 per un New Deal europeo è dettagliata e definita, ma ci sono altre questioni che meriterebbero pure di essere rielaborate e riformulate non solo in vista di un programma politico progressista radicale, ma anche di una visione diversa di Europa. Per esempio, gli europeisti mainstream sostengono il rilancio dell’integrazione europea tramite il potenziamento della difesa, nel contesto delle proposte della Commissione Europea in materia – sarebbe certo auspicabile che si mettessero in circolazione i lavori dei movimenti pacifisti per delineare un modello di difesa diverso, una politica estera diversa, per superare la politica di potenza e consentire così a tutti i popoli di autodeterminarsi e di realizzare le proprie potenzialità (quello che già negli anni tra le due guerre, e prima della Guerra Fredda, gli europeisti radicali indicavano come i compiti dell’unità europea).

E poi c’è la questione della democrazia europea. Alcune istanze sono universalmente condivise, tanto che la loro apparente ovvietà potrebbe ben nascondere gli ostacoli che comunque ci sono alla loro realizzazione – un esempio fra tutti è il conferimento al Parlamento Europeo della piena iniziativa legislativa. Ma questo implica comunque un cambiamento dei trattati, che ormai auspicano tutti. Come arrivarci? È stata avanzata l’ipotesi di un’Assemblea Costituente eletta a suffragio universale incaricata di questo compito. Come mobilitarci per ottenerla, vista l’improbabilità di una concessione in questo senso? E che diciamo anche solo della proposta che ogni tanto salta fuori dall’europeismo mainstream di un “Mr Europe”? (nessun dubbio sul genere, almeno per i primi tempi). Che implicazioni avrebbe un’impostazione presidenzialista della costruzione europea? E una volta individuatele, riteniamo che valorizzino la democrazia in Europa?

Ovviamente a queste domande si possono solo dare risposte collettive. E a queste risposte non può sottrarsi chi ambisca a costruire un’alleanza radicale e alternativa – naturalmente su scala europea.

 

N.B. L’autrice fa parte del movimento Diem25. Questo articolo tuttavia è stato scritto a titolo puramente personale

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