Cittadini ribelli di tutto il mondo, unitevi!

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650 persone, da 180 città di 50 paesi di 4 continenti, accomunate dall’idea della ribellione democratica, ciascuna con una o più lotte vinte (o da vincere), creano un potenziale di rinnovamento della politica straordinario ed inedito. Erano presenti al meeting Città senza paura (fearlesscities.com), a Barcellona dal 9 all’11 giugno, organizzato dai 170 volontari di Barcelona En Comù, la lista di Ada Colau, dove l’aria politica era davvero fresca. L’obiettivo dichiarato delle nuove forme di municipalismo – a cui andrebbe trovato subito con un nome più accattivante, Città ribelli è senz’altro più consono – è la creazione di modelli di governo locale innovativi che superino quelli esistenti ereditati dal ‘900.

Radicalità democratica

Non basta vincere le elezioni, dicono i “comunes” barcellonesi, non basta un solido programma progressista, perché l’ambizione necessaria è trasformare le istituzioni stesse attraverso maggiore trasparenza, forme innovative e inedite di partecipazione della cittadinanza che permettano un continuo feedback tra cittadini ed eletti, tra il dentro e il fuori dalle istituzioni. In questo contesto, la retorica dell’alto/basso vira e si riposiziona sul piano della trasparenza, che è controllo radicalmente democratico del palazzo e risposta a quelle domande che la politica ignora. Un modo per diventare nuovi essere umani e non più i consumatori che vuole il capitalismo, ha detto Debbie Bookchin, figlia di Murray, tra i massimi teorici del comunalismo, applauditissima, insieme con Sinam Mohamad, rappresentante dell’amministrazione del Rojava (Kurdistan) dove se la lotta continua è perché il territorio è articolato in 400 municipalità con una forte partecipazione democratica.

Città senza paura sono quelle dove la quotidianità è politicizzata e dove si recupera la forza della trasformazione che promana dalla gente mobilitata, che vive la democrazia come una forma di protezione dalla paura, che genera sicurezza, che protegge i beni comuni. Se è vero che la speculazione che erode gli spazi pubblici è un fenomeno globale, nella realtà dei fatti è a livello municipale che infilza i suoi artigli, ed è lì che serve vigilare, è lì che bisogna pretendere ascolto, è lì che bisogna agire e farsi trovare organizzati.

Municipalismo internazionalista

Davvero notevole il lavoro di mappatura fatto da Barcelona En Comu per individuare ed invitare le città ribelli, le liste alternative, le campagne di lotta, di riconquista dei beni comuni, di contrasto alle privatizzazioni, per l’accoglienza e l’uguaglianza. Impossibile elencarli tutti: dai comitati che hanno mobilitato la cittadinanza contro progetti speculativi da Belgrado a Beirout, da Zagabria a Berlino (sui terreni di Wolfgang Schäuble dicono gli attivisti con soddisfazione), alle città in prima linea per la ripubblicizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici essenziali, compresa l’energia. Dai collettivi che si battono sul fronte dell’inquinamento urbano, a quelli per l’accoglienza agli immigrati, dalle inedite forme di neomunicipalismo degli Stati Uniti (come Cooperation Jackson, Mississippi, di Portland e diverse realtà della California), alla campagna contro la Banca Santander, fino alle lotte degli studenti di Hong Kong per il riconoscimento della loro costituzione democratica. E tanti, tanti altri ancora.

L’effetto di vederli tutti riuniti in un solo luogo restituisce fiducia sulla possibilità di costruire davvero un’alternativa, ma è chiaro che queste 3 giornate di Barcellona sono soltanto l’avvio di un percorso, di una rete che si comincia a tessere in Catalogna per dare corpo a un municipalismo che vuole essere internazionalista. Una rete per conoscersi e ispirarsi mutualmente, darsi appoggio politico, prendere posizione, rendere visibili le azioni e amplificarle, elaborare e condividere pratiche, codici etici, piattaforme, tutte le realtà insieme, piccole e grandi. «La rete deve essere ambiziosa, ha detto Ada Colau e l’orizzonte ampio, non dobbiamo avere paura di contaminarci. Non siamo soli e non siamo stupidi». E torna a dire che lei non si vuole candidare come Premier. «Gli stati sono lenti, gerarchici, autoritari, realtà obsolete», invece nei municipi si realizza quella “trichera de la proximidad», che realizza comunità, che compone famiglie elettive che sono la nostra forza.

Il municipalismo ha anche i suoi limiti, come riconosce il sociologo Joan Subirats parlando della Spagna dove solo il 13% della gestione di una città passa a livello municipale, mentre è necessario rivendicare maggiori competenze a livello locale, l’unico dove i cittadini possono recuperare il controllo democratico di decisioni che incidono così profondamente nella loro vita.

Femminilizzazione della politica

Non si è mai visto un meeting politico con così tante giovani donne. Passeggini e pancioni non limitano la partecipazione. Tra gli obiettivi dichiarati quello della femminilizzazione della politica è prioritario, perché il femminismo è trasformatore e irrinunciabile e la democratizzazione delle candidature passa attraverso la parità e la conciliazione dei tempi per favorire e garantire la partecipazione delle donne. Nelle città ribelli si realizzano spazi non produttivi, ma riproduttivi, con un riguardo speciale alla cura della vita delle persone e alle loro necessità di protezione e liberazione dalla paura di perdere la casa, il lavoro, la dignità.

Il panel finale della conferenza è di sole donne, e che donne: da Rachel Heaton, leader del movimento contro l’oleodotto Dakota Access a Yayo Herrero, antropologa ed ecofemminista a Vandana Shiva. Parola d’ordine: ribellarsi, senza paura.

Il meeting si è aperto venerdì 9 in una piazza di Barcellona con la partecipazione dei sindaci del “cambio” cioè del cambiamento: doveva esserci anche Luigi De Magistris insieme con Ada Colau, la sindaca di Madrid Manuela Carmena e tanti altri amministratori. Però all’ultimo momento De Magistris ha pensato che fosse meglio restare in Italia per i comizi di chiusura della campagna elettorale nei comuni della cintura napoletana, e non ha pensato di mandare un suo rappresentante. Ognuno tesse la sua rete come crede, nessuno è insostituibile.

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