La malattia del centrosinistra e la medicina di Corbyn il rosso

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Quando due anni fa Jeremy Corbyn fu eletto segretario del Labour Party la costernazione ha travolto tutto l’establishment blairiano del partito. Impresentabile, ci faremo ridere dietro da tutti, ci trascinerà nel nulla, questo veniva detto. Il gruppo parlamentare dopo Brexit ha tentato di sfiduciarlo, ma lui imperturbabile ha affrontato nuove primarie, sicuro dell’appoggio della base del partito, come è puntualmente avvenuto.

Nessuno scommetteva su di lui, nessuno aveva previsto che oggi, a una settimana dal voto, i sondaggi lo portano al 5% da Tories, da Theresa May. Nessuno pensava che potesse vincere in tv, a chi conferma che la tv è un mezzo duttile, che l’arma vincente è (quasi) sempre avere qualcosa da dire, con convinzione, senza giocare. Il punto è che questo avviene perché ha tenuto fede alla sua linea: portare la voce dei senza lavoro, delle periferie. Abbandonando quei progetti di terza via, voluti da Tony Blair, che avevano snaturato il profilo socialista del Labour. E senza rinnegare il pacifismo e l’impegno politico di un’intera vita.

 Bisogna ricordare che Jeremy Corbyn ha appena compiuto 68 anni, è deputato di minoranza da ventiquattro anni, dal 1983, sempre eletto nel suo collegio e mai costretto ad andarsene, e le sue idee non sono cambiate da allora. Molto vecchio, dunque, secondo i luoghi comuni che inquinano il dibattito politico italiano. Come Bernie Sanders, d’altronde, o Papa Francesco. uomini di un’altra epoca, che fanno vivere nel presente le idee di cambiamento degli anni sessanta-settanta, seppellite da decenni di potente propaganda affossatrice. E che per questo sono riconosciuti dai giovani, che li sentono vicini.
 Corbyn ha trovato il modo di bucare l’ostilità mediatica con alcuni slogan efficaci, ma soprattutto con una campagna coerente. Nella scelta dei candidati, dei luoghi, delle parole da portare. Una campagna che porta un soffio di realtà e freschezza.
Niente di più lontano dal centrosinistra – tanto simile alla terza via di blairiana memoria – evocato nel dibattito politico italiano, anche quando il centro non c’è più. Non sarà proprio il centrosinistra la malattia che impedisce alla sinistra in Italia di trovare la propria forza? Una sinistra che troppo si vergogna delle proprie convinzioni di fondo: diminuire la disuguaglianza, proteggere i deboli, non farsi abbagliare da parole come meritocrazia. Possibile che ci sia voluto Papa Bergoglio, a spiegare per esempio quale danno sia stato coltivare l’idea che se non ce la fai, è sempre e solo colpa tua? Che la sfiga, l’insuccesso, insomma la povertà a ben vedere te la meriti?

Siamo in molte e molti a pensare che ci sono pochi passi da fare. Passi semplici, che partano dalle esigenze reali, che si tengano ben lontani dal centrosinistra, che lasciamo a Pisapia e chi con lui persegue un progetto di finta modernizzazione.

Ne parlano figure nuove, provenienti dall’esperienza civica della campagna referendaria, come Anna Falcone e Tomaso Montanari. Ci sono forze, raggruppamenti, movimenti che dichiarano che il centrosinistra è fuori dal loro orizzonte. Uno spazio c’è, ci sono le idee, anche le persone. Muoviamoci.

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