Corbyn, le elezioni e i caimani

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Un tardivo amore per Corbyn.

Adesso, caimani della finanza globale (J.P. Morgan, Goldman Sachs etc.), liberali cosmopoliti di ogni latitudine (New York Times, Financial Times, Le Monde etc.), e perfino finanziatori blairiani del Labour tifano per Corbyn. Apprezzano perfino il suo manifesto elettorale: coerente, mobilitante (figurarsi, con tutto il socialismo che vi scorre nelle vene non possono che aborrirlo) e si schierano per la vittoria del Labour alle prossime elezioni.

L’avevano svillaneggiato per mesi: inadatto a governare, un fossile degli anni Settanta, un estremista, un trockista, anzi uno che appoggia tentativi trockisti sottotraccia di scalare il Labour (da morir dal ridere, con quelli rimasti non si scala neppure una costituency; eppure sono scorsi fiumi d’inchiostro su questa presunta congiura), che avrebbe portato il Labour alla rovina elettorale, con il risultato peggiore da ottant’anni a questa parte.

I Fabiani, storica associazione politica che aveva contribuito alla fondazione del partito, nel 1900, avevano già stilato il de profundis per il Labour, prevedendo una prossima sconfitta elettorale catastrofica, seguita inevitabilmente da una fusione con i Liberaldemocratici per formare un nuovo partito centrista e filo-europeista (guarda che combinazione! La strategia esplicita di Macron, e quella implicita di Renzi); tesi ovviamente sostenuta enfaticamente da Tony Blair (in sintonia con i liberali dell’altra sponda atlantica; vedi articoli di Kupchan, che prevedevano la cessione del testimone liberale all’Europa anti-Brexit).

La dinamica dei sondaggi.

Peraltro, i sondaggi sembravano dar loro ragione. Fino ad aprile i sondaggi davano il Labour ai minimi storici, confermando le previsioni di una disfatta. A questi pessimi risultati contribuiva anche lo scontro interno al Labour: in continuazione politici e giornalisti attaccavano e delegittimavano Corbyn, anche sul giornale vicino al partito, il Guardian, cosa che rendeva gli elettori Labour molto incerti nelle intenzioni di voto. Le elezioni amministrative dei primi di maggio non migliorarono il quadro, portando alla perdita di centinaia di consiglieri locali e di importanti città, tra cui Glasgow. Soprattutto la sconfitta in Scozia sembrava di pessimo augurio.

Ma proprio in quei giorni i sondaggi cominciarono a risalire, risalita che accelerò dopo la presentazione dei programmi. All’inizio, al solito, molti giornali svillaneggiarono il programma Labour, troppo socialista: ci sono nazionalizzazioni! Orrore paleolitico! Ma i sondaggi continuavano a crescere. Alcuni esami approfonditi suggerivano che si trattava di giovani o astenuti che si avvicinavano o ritornavano. E così negli ultimi quindici giorni la forbice tra Conservatori e Labour che era oltre i venti punti all’inizio della campagna, si è ristretta oscillando tra i quattro-cinque nelle versioni più favorevoli agli otto-nove in quelle meno.

A questa rimonta avevano anche contribuito i Conservatori con la gaffe del programma sulle pensioni e con le scarse prestazioni della May in televisione. È poco chiaro come mai fosse stata inserita la misura punitiva delle pensioni. Forse alcuni fedeli alla linea osborniana dell’austerità l’avevano imposta. D’altra parte, lo stesso Cancelliere dello Scacchiere, Hammond, si era mostrato molto cauto nel revocare la linea di tagli del governo precedente, e le sue finanziarie non erano sembrate molto coerenti con le intenzioni annunciate dalla May (e infatti verrà sostituito in caso di vittoria Tory). La May aveva fatto cancellare rapidamente la misura delle pensioni, ma il danno era fatto. Inoltre, come si poteva sospettare, la May non è molto a suo agio nel dibattito aperto – a differenza del vecchio leone Corbyn -, e si è capito che oltre a non voler scoprire le carte della trattativa, era proprio in difficoltà nella discussione pubblica.

Quindi, da un lato i sondaggi del Labour in forte risalita, dall’altro la perdita di smalto della May come Primo Ministro di ferro cui affidare le sorti della Gran Bretagna nello scontro con l’Europa (il suo modello Churchill era un gigante nella retorica politica), hanno fatto balenare una possibilità che all’inizio della campagna sarebbe apparsa pura fantapolitica, semmai qualcuno l’avesse divinata: una vittoria Labour o almeno un hung Parliament, un Parlamento ‘sospeso’, senza maggioranza di governo. Facendo balenare addirittura il miraggio, irresistibile per commentatori e politici europei, di una grosse Koalition tra Labour e Conservatori.

Perché in questo caso la delegazione governativa del Labour difficilmente potrebbe fare a meno di personale sperimentato nel governo, cioè personale politico dell’establishment blairian-milibandiano. Che sono quelli che hanno combattuto, strenuamente Corbyn, dentro al partito ma anche pubblicamente nei media, fino alla sfiducia parlamentare del luglio 2106 per impedirgli di ricandidarsi a segretario.

Gli stessi che l’hanno attaccato furiosamente per la sua presunta debolezza anti-Brexit. E che al governo si può facilmente ipotizzare che farebbero sponda con settori Conservatori anti-Brexit, minando la posizione della May e la forza contrattuale della Gran Bretagna nelle trattative. E nelle più ardite e non dichiarate speranze, avrebbero potuto perfino far deragliare il Brexit, preparandone una revoca.

Corbyn & la grosse Koalition.

Ma Corbyn ha già bocciato l’ipotesi: nessuna alleanza con i Tory ha detto. Perché io credo che Corbyn abbia chiarissimo un aspetto che confonde invece molti elettori Labour filo-europei, ed è generalmente incompreso in Italia: che solo dentro al Brexit si può mantenere un Labour di sinistra. Per questo credo stia lavorando; per un Labour di sinistra e di governo domani, non per uno che governi oggi portandosi dietro tutto il peso della direzione blairiana.

Pensiamo solo a cosa avrebbe potuto succedere alle prossime elezioni se il Labour avesse preso una linea estrema anti-Brexit, ricordando che i voti persi in precedenza a favore dell’Ukip vanno ai Conservatori e non tornano al Labour, voti in cui, a torto o a ragione, si sono intrecciate le ragioni di protesta contro politiche antisociali (avversate molto timidamente dal Labour milibandiano) e quelle di sovranità nazionale (che sono quelle determinanti anche nei sentimenti anti-immigrazione, cioè la ripresa di controllo delle frontiere). Non solo il 35% dei votanti Brexit tra gli elettori Labour molto probabilmente lo lascerebbe in massa ma, soprattutto, sarebbero persi una buona parte del 65% dei seggi collegati a quell’elettorato (grazie al sistema maggioritario). Il che aprirebbe la strada alla scomparsa del Labour e alla fusione col centro, come preconizzato da Fabiani e Blair.

D’altra parte, invece, come i sondaggi stanno mostrando, l’elettorato Labour anti-Brexit, dopo essere stato incerto per mesi sotto la martellante campagna anti-Corbyn e anti-Brexit dei moderati del Labour, sta decidendo che comunque visto che il Brexit ormai c’è, è inutile rincorrere la chimera del suo rovesciamento dando voti a partiti inefficaci come i Liberaldemocratici (che resteranno intorno alla decina di seggi sugli oltre 600 del Parlamento), ed è quindi meglio rinforzare un Labour di sinistra per contrastare le viscere antipopolari dei Conservatori, May o non May.

Avendo mantenuto, invece, una linea forse un po’ ambigua nel referendum sul Brexit, ufficialmente per il Remain ma senza eccessi, Corbyn sta ottenendo una messe di risultati: non sta perdendo a sinistra, anzi sta guadagnando, e comunque pare non perda consensi al centro, anzi sta guadagnando (visto che i sondaggi lo danno di più di quanto dessero Miliband prima delle elezioni), dimostrando che gli elettori più moderati non fuggono a gambe levate davanti a un Labour di sinistra, come sostenuto a gran voce dagli esponenti moderati (magari vero vent’anni fa’, ma molt’acqua e molti tagli al welfare sono passati sotto i ponti).

E alla fin fine dimostra che un Labour di sinistra è possibile; cosa che dovrebbe interessare tutte le sinistre europee. Quanto questo si concretizzerà in un aumento di seggi, o quantomeno in un mantenimento dei seggi attuali, dato il sistema elettorale uninominale inglese, è terribilmente difficile dire. Certo, un 36-38% dei sondaggi in confronto al misero 30,5% ottenuto da Miliband, fa sperare.

Ma bisogna ricordare che il pessimo risultato milibandiano fu dovuto alla perdita di tutti i quaranta seggi scozzesi (senza la Scozia il Labour non esiste come partito in competizione per il governo). Finora i segnali scozzesi non sono buoni. Però Corbyn ha messo a segno una brillante mossa tattica, dichiarando che avrebbe appoggiato una eventuale richiesta scozzese di nuovo referendum per l’indipendenza. In questa scelta gioca ovviamente il rigore democratico di Corbyn, ma di fatto potrebbe riuscire a richiamare quegli elettori ex-laburisti scozzesi, che scontenti del moderatismo milibandiano, avevano preferito scegliere l’opzione nazionale scozzese più a sinistra del Labour di Westminster.

A questo si aggiunga che il buon risultato dei sondaggi può venire dall’afflusso di elettori liberali in fuga dal voto inutile e comunque convinti, a ragione, che il Labour potrà esercitare un ruolo moderatore nel e del Brexit. Ma potrebbe essere un afflusso di elettori che, per via del sistema elettorale uninominale, non necessariamente dovrebbe coincidere con un guadagno di seggi.

Peraltro ci sono sondaggi che prevedono per il Labour anche un aumento in seggi, e perfino notevole. Date le premesse, non so quanto siano credibili, a meno che, cosa che i sondaggi stessi non dicono, non fossimo in presenza di un ritorno di elettori Ukip al Labour. Fino a poco tempo fa’, come si era visto nelle recenti elezioni suppletive, i voti Ukip andavano ai Conservatori, facendo perdere seggi che il Labour aveva mantenuto grazie alla divisione; se questi voti tornassero, invertendo la tendenza in atto già da prima del 2015, forse questo potrebbe anche promettere un guadagno consistente di seggi. Ma è un’incognita.

Per queste ragioni, penso che nonostante i dati dei sondaggi, in realtà difficilmente il risultato elettorale potrà portare a una vittoria Labour e forse neppure all’hung Parliament, tanto sperato dai recenti convertiti pro-Corbyn. Comunque, ed è quello che conta, se Corbyn, come ci auguriamo, si assicurasse un risultato migliore di quello di Miliband, potrà garantirsi la permanenza come segretario anche in caso di sconfitta; un risultato che, soprattutto, renderebbe giustizie alle sue scelte.

Un nuovo Corbyn.

Perché in quest’ultimo periodo sta emergendo un nuovo Corbyn. Dalla prima elezione a segretario fino a poco tempo fa’, infatti, sembrava dare ragione ai media che lo dipingevano come inadatto ad affrontare grandi temi di governo, quasi assente, irrimediabilmente ideologico, e ideologicamente demodé. Un po’ come successe a Miliband, di cui i media enfatizzavano maliziosamente l’irresolutezza, ma che peraltro era davvero indeciso tra il malcontento degli elettori, che magari se ne andavano a votare Ukip, e il peso dell’establishment blairiano nel mantenere la linea moderata.

Sta emergendo invece un Corbyn più rusé, più scafato, anche nei passaggi in cui pareva più irresoluto. Prendiamo la stessa campagna apparentemente indecisa sul referendum, che invece alla lunga sta rivelando molta più lungimiranza politica di quanto sembrasse. O anche il primo voto dei Comuni che incardinò il Brexit nei lavori parlamentari. Pareva una mozione anti-May, e invece di fatto la favorì. Errore? Ingenuità tattica? O tattica dell’ingenuità? Alla fin dei conti Corbyn, in base al principio democratico che non ci si oppone al voto del popolo, non ha mai lavorato contro il Brexit, nonostante gli inviti, anzi.

Non bisogna dimenticare che Corbyn si è formato in decenni opposizione indefessa alla linea ufficiale del partito, evitando però l’espulsione, certo grazie all’appoggio dei sindacati, ma probabilmente sviluppando anche capacità di dissimulazione (non sui principi, ma sulle situazioni contingenti) e di gioco di sponda.

E va ricordato che fin da quando fu eletto la prima volta, nel 2015, Corbyn si è trovato contro in stragrande maggioranza l’apparato del Labour; la maggioranza parlamentare, che poi nel 2016 lo sfiduciò, consiglieri locali e comitati elettorali a tutti i livelli, membri di tutte le variegate commissioni che compongono la galassia di governo del Labour a tutti i livelli. Contro questo apparato, consolidato dall’élite blairiana in venti anni Corbyn poteva opporre non molto, oltre che una base di elettori, spesso giovani, entusiasti e spesso inesperti. Inevitabile dunque una tattica di galleggiamento, lavorando per consolidarsi.

Ma si è visto che in momenti cruciali ha saputo tuttavia essere molto deciso. In occasione del voto sul Brexit annunciò la cosiddetta “terza frusta”, cioè una minaccia di espulsione per chi non avesse votato secondo l’indicazione del partito; espulsione che ovviamente non ci sarebbe stata, ma che però avrebbe comportato la non ricandidatura. Obbiettivo cruciale per Corbyn per ottenere un gruppo parlamentare più allineato col partito.

E c’è da immaginare anche che nella stesura del programma, così spostato a sinistra rispetto alle direzioni precedenti abbia dovuto superare opposizioni interne abbastanza dure. Ma si è imposto, e ha mostrato di saper cogliere gli umori dell’elettorato decisamente meglio dei tanti ‘maghi della pioggia’ che per vent’anni hanno pontificato che solo al centro si vince.

Anche le stesse difficoltà incontrate nei dibattiti televisivi su temi per lui ostici, come sicurezza e difesa si possono rivelare tatticamente efficaci. Un Corbyn più accomodante su quei temi, più acquiescente a linee di governo, avrebbe suscitato forse meno critiche giornalistiche, ma non sarebbe stato lui, e alla fin fine non avrebbe convinto il pubblico diffidente, mentre avrebbe rischiato di farsi disistimare dai propri sostenitori.

Peraltro, credo sia probabile che pensi che non sarà lui a dover affrontare dal governo quell’arco di problemi. Ad altri toccherà andare al governo. Più giovani, preparati per questo, ma riportando al governo un Labour maggiormente radicato nella sua storia e nei bisogni dei suoi elettori. Molto probabilmente Corbyn si è ritagliato il ruolo di preparare questa nuova fase.

Perché, come diceva Lenin, per raddrizzare un bastone bisogna piegarlo dall’altra parte. E Corbyn lo sta facendo col Labour, che aveva perso la strada della propria storia e delle proprie radici. Dubito che Corbyn lavori per il governo oggi; ma per ricostruire un partito di sinistra che possa governare domani. È un lavoro di lunga lena con tempi completamente diversi da quelli degli spin doctors che tentano affannosamente di catturare in un qualsiasi modo qualsiasi brandello di consenso qui e adesso.

Evviva Corbyn?

Come abbiamo visto, gli ultimi sviluppi pre-elettorali avevano fatto apparire una vittoria Labour e la candidatura di Corbyn a primo Ministro molto meno incredibile di quanto fosse apparso in un primo tempo. Risultato insperato per gli ex-nemici di Corbyn ma immarcescibili nemici del Brexit. E comunque anche il second best di un risultato del Labour tale da dare Parlamento senza maggioranza di governo definita sarebbe comunque loro graditissimo.

Da cui la conversione sulla via di Damasco di molti acerrimi nemici di Corbyn.

Infatti, un risultato del Labour che ostacolasse la formazione di un solido governo conservatore, impedirebbe alla May di ottenere grazie a una maggioranza quantomeno solidissima, se non schiacciante, la necessaria delega in bianco nelle trattative con l’Europa sul Brexit. Necessaria per garantirle libertà di manovra e togliere all’Europa la sponda interna con cui condizionarla. Tenendo conto che l’atteggiamento europeo non è assolutamente quello, comprensibile, di chi si prepara a una trattativa dura per difendere i propri interessi, ma quello punitivo di chi non perdona di aver infranto sogni di potenza.

E quindi, pur di allontanare l’amaro calice del Brexit, evviva Belzebù! e perfino Corbyn!

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