Cronache dal confine

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Da due anni ormai, la frontiera tra Ventimiglia e Mentone è chiusa ai migranti. La Francia, facendo riferimento agli accordi di Dublino e di Chambéry, vi ha piazzato un nutrito schieramento di poliziotti. Io abito nella frazione Grimaldi, un gruppetto di case che dominano la frontiera di Ponte San Luigi e sono abituato a incrociare migranti che percorrono a piedi gli otto chilometri che ci separano da Ventimiglia. Di giorno, respinti alla frontiera o rispediti in Italia dopo essere stati “rastrellati” in territorio francese, vanno in direzione di Ventimiglia, di notte, invece, camminano nella direzione opposta sperando di passare “al di là” attraverso la rete ferroviaria, l’autostrada o i sentieri di montagna sfidando i pericoli, anche mortali, che tutti questi tragitti comportano. Talvolta, l’itinerario viene percorso in autobus, ma non ci si ferma a Ventimiglia, si va in direzione di Taranto con l’auspicio (infondato) che la distanza dissuada i migranti di tornare nei luoghi da cui sono stati allontanati.

Ieri mi trovavo a Ventimiglia quando ho ricevuto una telefonata dal mio amico Jean-Claude, il pensionato francese che abita a un volo d’uccello da casa mia e che, a causa dell’onnipresente ossessione dei no border, tempo fa era stato preso per passeur (vedi l’allegato articolo del Secolo XIX). Jean-Claude mi diceva di trovarsi a Ponte San Luigi  dove una sessantina di sudanesi, dopo aver effettuato inutili richieste di passare, vi stazionava frustrata (vedi foto). La sua apprensione mi ha spinto a correre sul posto. Temevo che ci potessero essere analogie con la situazione di un paio di anni fa quando i migranti si accamparono in massa sugli scogli che si trovano da questa parte della frontiera. Sulla strada, però, ne ho incrociato alcune decine che, a piccoli gruppi, tornavano a Ventimiglia. A San Luigi ne erano rimasti una trentina che, su pressione dei nostri poliziotti, avevano ripiegato di un centinaio di metri in territorio italiano. Assieme a Jean-Claude siamo andati a comprare delle bottigliette d’acqua che abbiamo distribuito loro. La mattina – ci hanno detto – avevano cercato di prendere il treno a Ventimiglia per la Francia, ma erano stati fatti scendere prima della partenza.

Dopo un po’, sono partiti tutti  quanti a piedi in direzione di Ventimiglia. Non andavano né alla parrocchia di sant’Antonio, che ormai accoglie solo famiglie e minori né, probabilmente, al campo Roja, percepito come un ghetto lontano dalla città che, secondo i migranti, ha la vocazione di trattenerli in Italia. Andavano, con ogni probabilità, ad accamparsi sotto i ponti, in quella no man’s land che rischia di trasformare nei prossimi mesi Ventimiglia in una nostrana Calais.

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