Cronaca del congresso fondativo di Un Paìs en Comù

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Uniti siamo migliori, non solo più forti. Al grido di “unità, unità” è nato a Barcellona il partito unitario della sinistra catalana, seconda tappa del cammino politico intrapreso da Ada Colau con la lista Barcelona En Comù per superare la logica della coalizione e creare un progetto politico di lungo respiro e non solo in Catalogna. Il nome è sempre provvisorio, Un Paìs en Comù, quello definitivo verrà scelto dall’esecutivo eletto con le primarie aperte che si sono concluse sabato.

Unità non è solo una parola d’ordine, ma un’invocazione perché un guastafeste c’è stato, pur in una giornata (8 aprile) giudicata storica per la Catalogna: Podem, la sezione catalana di Podemos, si è presentata a frammenti al traguardo, con vari nomi entrati nella direzione esecutiva (tra cui il segretario comunale di Barcellona Marc Bertolmeu e la deputata Jessica Albiach) ma senza il segretario regionale Albano-Dante Fachin che ha contrattato, posto condizioni, accettato un accordo, ma poi si è dileguato, malgrado da Madrid arrivassero chiari segnali che invitavano a proseguire nel cammino intrapreso, l’unico possibile. Pablo Iglesias non è intervenuto all’assemblea fondativa, sarebbe sembrata un’ingerenza pesante in un partito che si impegna a rispettare le sezioni territoriali, ma non si è limitato ad un video: a Barcellona è intervenuto il segretario organizzativo Pablo Echenique, molto esplicito nel dire che “la diversità è compatibile con l’unità” perché viviamo in tempi in cui l’obiettivo comune è la giustizia sociale. Medesimo invito al cammino comune quello di Alberto Garzon (segretario di Izquierda Unida)

Cosa potrà succedere ora in Podem è questione aperta. La formazione catalana di Podemos è considerata ancora acerba e sfasata rispetto al cammino tracciato dalla casa madre madrilena. Per di più in un territorio dove l’eredità più solida del movimento 15-M, delle Mareas, del civismo, in una parola, del cambio, è stata interpretata da Barcelona en Comù. Le porte della nuova formazione rimangono aperte, ripetono da Un Pais en Comù; il tempo per la confluencia, inevitabilmente, arriverà, continuano a ripetere vari dirigenti di Podemos. Malgrado le intemperanze e le divisioni dentro Podem, il processo unitario è avviato e irreversibile.

Del resto, non risulta che a dividere sia stato il tema più caldo e impegnativo che si dibatte in questi anni a Barcellona e nella sua regione – l’indipendentismo – sul quale l’assemblea ha votato una formula volutamente ambigua, né federalista né indipendentista, che punta alla “creazione in Catalogna di una Repubblica sociale, democratica e ambientalmente giusta, come massima espressione e realizzazione della sua sovranità nazionale, che vuole condividere la sovranità con uno stato plurinazionale”.

Il nodo per Podem sta in norme procedurali che appaiono pretestuose e nascondono un braccio di ferro sull’elezione del gruppo dirigente che il gruppo promotore di Un Paìs en Comù ha voluto giocarsi con primarie aperte a tutti i residenti in Catalogna e a chi potesse dimostrare di vivere in Catalogna.

Hanno votato per il gruppo dirigente (un esecutivo di 32 membri e un consiglio nazionale di 120 membri) 5.540 persone (la Catalogna ha 7,5 milioni di abitanti): il voto si è svolto esclusivamente on-line per una decina di giorni, fino alle 14 del giorno dell’assemblea su liste aperte. Il documento programmatico, invece, è stato votato per alzata di mano dai partecipanti all’assemblea, anche questa aperta a chi si fosse registrato (medesimi requisiti).

Radicali nelle forme come nei contenuti, i comuns catalani, che hanno votato per l’inserimento dell’economia della decrescita nel loro documento, quella intelligente, quella che distingue cosa può sempre crescere (l’economia di cura, di prossimità, di conoscenza) e nega la possibilità di una crescita illimitata basata sullo sfruttamento delle risorse e delle persone.

Radicali nel femminismo, con la garanzia della parità di genere negli organi direttivi e una quota del 60% (!!) garantita alle donne nelle liste elettorali e nello stabilire meccanismi necessari per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro nell’impegno politico. Radicali nel limitare la professionalizzazione della politica con un limite di 2 mandati elettivi estendibili a 3, ma solo per motivi straordinari discussi e approvati in assemblea.

Radicali nel concepire un cambio anche di linguaggio: sui documenti non compare mai la parola “sinistra” ma semmai parole chiave che ne esplicitano meglio la valenza: il nuovo soggetto politico vuole essere sostenibile, solidale, femminista, diverso, egualitario, progressista, audace, municipalista, sovrano, fraterno, cooperativo, democratico.

Radicali nella formazione delle liste elettorali da crearsi con primarie aperte alla cittadinanza e nel garantire che i patti pre o post elettorali con altre forze politiche si realizzeranno mediante consulte aperte alla cittadinanza.

Radicali nel rivendicare ogni tipo di sovranità. In un’intervista rilasciata ieri, Colau ha rimarcato che c’è molta sovranità da recuperare, ancor prima del referendum sulla questione indipendentista. A Barcellona si lavora per la sovranità energetica per creare una municipalizzata che distribuisca energia per contrastare la “povertà energetica” che affligge migliaia di persone. Idem per la questione delle pompe funebri (ce ne sono solo 2 in tutta Barcellona dove i funerali sono i più cari di tutta la Spagna) con la creazione di un servizio funebre municipale. E la sovranità commerciale, con l’appoggio ai piccolo commercio contro la grande distribuzione.

Un neo-municipalismo che rifonda ampi settori dell’economia per riportarli nell’alveo della gestione pubblica e partecipata. Un neo-municipalismo che, governando, dimostra che un’alternativa è già in campo e guadagna consensi.

Un neo-municipalismo che cresce nel confronto con altre esperienze e lavora per creare una rete globale di città ribelli che sono invitate a incontrarsi dal 9 all’11 giugno a Barcellona per l’evento Fearless cities (Città senza paura).

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