Le donne in armi sulle gambe della parità

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Ha cambiato genere la guerra, è diventato affare di donne. Forse per questo è così difficile mobilitarsi contro? Con quali argomenti su quali principi, quando a dirigere le operazioni ci sono le donne?

Quando a sostenere politicamente e guidare gli attacchi ci sono tutte queste signore, appartenenti al genere che ancora, nella mentalità corrente, è il simbolo della vita, dell’esistenza quotidiana contrapposta alla morte? C’è un cortocircuito dell’immaginario, una specie di paralisi degli ideali. Se Donald Trump, con l’improvviso e non concordato attacco aereo alle basi siriane ha indossato i gradi del comandante in capo, dopo aver vinto le elezioni dichiarandosi contro operazioni militari all’estero, sul terreno – o meglio sul mare – sono donne le ammiraglie che guidano le operazioni. L’afroamericana Michelle Howard è al comando di tutta la VI flotta della marina statunitense nel Mediterraneo, quella che ha diretto l’attacco contro la base aerea dell’esercito siriano. Mentre Andria L. Clough comanda il cacciatorpediniere “Porter”, uno di quelli da cui son partiti i missili “Tomawak” dal gennaio dell’anno scorso. A capo della III Flotta, Nora W. Tyson, la prima donna a comandare un’intera squadra navale operativa, si sta dirigendo verso i mari della penisola coreana, pronta a intervenire se giungesse l’ordine del presidente Trump per un’azione contro Pyongyang. In politica le cose non sono molto diverse, anzi. Hillary Clinton, forse finalmente libera di dire tutto il suo pensiero dopo avere perso le elezioni, il giorno prima dell’attacco con molta determinazione aveva esortato Trump a intervenire.

Angela Merkel tra i capi di stato europei è stata la prima a dichiarare il suo appoggio a Trump. E da anni il ministero della Difesa nei differenti paesi è sempre più affidato a donne. La prima fu la spagnola Carme Chacón, nel governo Zapatero dal 2008 al 2011, scomparsa due giorni fa a 46 anni. Di lei rimane memorabile la foto che la ritrae mentre in Afghanistan passava in rassegna l’esercito, incinta di sette mesi. Paradosso che l’ha resa indimenticabile.

Le donne non sono più nemiche della guerra? Non sono più le madri, le figlie, le sorelle che si disperano per la partenza dei figli, dei fratelli, dei fidanzati, dei mariti? Non succederà più che una narrazione si possa concludere come “Il Signore degli anelli” – uno dei più struggenti libri contro la guerra scritto da un uomo che dalla guerra, la prima guerra mondiale, era stato sorpreso nella prima giovinezza, perdendo in pochissimi anni tutti gli amici – con Sam, il fedele compagno di Frodo, che arriva a casa, dove era aspettato, si siede, trae un profondo sospiro e dice: «Sono tornato»? Le mie sono con tutta evidenza domande retoriche, è da molto tempo che non ci sono più mogli che aspettano a casa presunti eroi, sempre più fragili e inadeguati.

Le donne in guerra sono un mutamento epocale, che ha camminato sulle gambe della parità, che è stato sostenuto dal desiderio delle donne di non avere ostacoli, di fare tutto quello che vogliono. E lo fanno. Possono essere grandi leader politiche. Possono essere ottime comandanti, e soldate. O pessime. Anche torturatrici, come si vide ad Abu Ghraib, durante la guerra in Irak, dove donne torturarono prigionieri – maschi. Sono convinta che tutto questo, come in altri campi, sia un effetto inevitabile della libertà delle donne, e del ribaltamento che ne è conseguito della divisione tra privato e pubblico che ha retto fin qui il mondo borghese. Le donne non sono buone per natura, la cura non è virtù naturale e femminile, come hanno provato a farci credere. In una sistemazione del mondo molto comoda – finché ha durato – per gli uomini. La cura è un’etica, che va scelta. Come l’empatia, che deve essere coltivata e incoraggiata. Essere madri può stimolarla, ma anche no. Accade, con la guerra e le donne, quello che è successo con la ricerca della parità. Un obiettivo assunto all’interno del sistema neo-capitalistico. Se è una donna, a decidere di attaccare, se è una donna che comanda le truppe, chi salvaguarderà la vita? Qui non siamo più nella retorica, la domanda è vera. Credo che la non-violenza, l’opposizione alla guerra, debbano fare i conti con il ribaltamento degli stereotipi e delle facili associazioni. E bisognerà fare in fretta. Lo scenario internazionale non ci promette nulla di buono. Per fortuna i nuovi femminismi sovvertono gli schemi. Senza paura dell’aggressività, anche delle donne. Senza compiacenza. Non per il patriarcato, né per il neo-liberismo. Neppure per le presunte virtù femminili.

FONTE il Manifesto 11 aprile 2011

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