A Barcellona nasce Un Pais en Comù

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A due anni dall’elezione della sindaca Ada Colau, l’esperienza vincente della lista Barcelona en Comù evolve verso la fondazione di un soggetto politico e sociale unitario della sinistra catalana, uno spazio politico democratico che supera la logica della coalizione, dove la parola d’ordine è confluencia (confluenza). Nome provvisorio: Un Paìs en Comùn. Data di fondazione: 8 aprile 2017.

Fari puntati, dunque, sulla Catalogna perché quello che succede attorno alla sua “città ribelle”, al neo-municipalismo inaugurato a Barcellona, può ispirare anche altre realtà simili in Spagna, come in Europa.

Un Paìs en Comùn – o come si chiamerà – si propone come una confluencia soprattutto di persone, di movimenti e anche di partiti, per essere molto di più della somma delle sigle che vi aderiranno: “si tratta di una filosofia di collaborazione basata su priorità condivise e obiettivi concreti, non su scambi di favori tra partiti. C’è bisogno di molta flessibilità e generosità da parte di tutti, e che ognuno apporti il proprio valore aggiunto al progetto comune”, scrive Barcelona En Comù nella guida “Come vincere insieme la Città in Comune” pubblicata in questi giorni anche in italiano.

Con il varo di uno nuovo soggetto politico e sociale si chiude un processo iniziato con la creazione di una piattaforma civica, Guanyem Barcelona, che, sull’onda del 15-M degli Indignados e del movimento delle Mareas, è riuscita a politicizzare la crisi, ha creato mobilitazione, ha messo insieme movimenti e partiti e ha reso possibile l’elezione della portavoce del PAH (Plataforma de Afectados por Hipoteca, Piattaforma delle vittime dei mutui), Ada Colau, a sindaco di Barcellona.

Sei mesi dopo, la stessa formula estesa alla regione della Catalogna, la lista En Comù Podem –  coalizione di Barcelona en Comù, Iniciativa por Catalunya Vert (Icv), Esquerra Unida i Alternativa (EUiA), Equo e Podem (il Podemos catalano) – si è imposta come primo partito in Catalogna alle elezioni politiche del 20 dicembre 2015 con il 24,7%, un risultato storico, che ha impresso un’accelerazione verso la creazione di un soggetto unitario nel quale i partiti non si sciolgono, ma, almeno in un primo momento, delegano al nuovo soggetto soltanto le questioni che riguardano elezioni ed istituzioni.

Nessuno vuole perdere il suo DNA, né i movimenti né i partiti, tutti chiedono di non annullare le identità. Però basta scorrere l’elenco delle candidature alle primarie del nuovo soggetto politico per capire come il processo di confluencia sia in fase avanzata. La strada è segnata e non si parte, fortunatamente, da zero. Nella lista Equip En Comù Podem, con Xavier Domènech, già capolista alle elezioni generali per la coalizione En Comù Podem, considerato l’uomo-ponte tra Colau e Iglesias, ci sono David Cid, uno dei due portavoce di ICV, Josep Nuet, segretario generale di EUiA, Gerardo Pisarello, numero due di Ada Colau al comune di Barcellona, e tanti altri. Tra le altre liste ci sono anche candidature individuali di attivisti di Attac, di movimenti per gli immigrati, di amministratori locali, della minoranza di Podem (Juntes Podem con la deputata Jessica Albiach), ma manca la lista “ufficiale” di Podem, Radicalitat Democratica Ja, presentata e poi ritirata un’ora prima della proclamazione delle candidature da Albano Dante Fachin, segretario generale di Podem.

La confluencia di Podem nel nuovo soggetto politico sembra la più problematica e sofferta: dopo un anno di negoziati, dopo la presentazione del manifesto il 19 dicembre scorso che ha avviato un ampio percorso partecipativo in tutta la Catalogna, dopo l’assemblea del 29 gennaio 2017 a Barcellona nella quale sono stati presentati il progetto e i documenti congressuali, a metà marzo Podem ha posto il suo ultimatum alla partecipazione al nuovo soggetto politico se non fossero state rispettate alcune condizioni che anche la sua base ha votato come imprescindibili (alle votazioni on line ha partecipato l’11%): un codice etico, un sistema proporzionale di liste aperte e la possibilità per gli iscritti ai partiti di votare direttamente dalle loro piattaforme web, senza doversi iscrivere anche alla piattaforma di Un Pais en Comùn.

Le condizioni di Podem sono state sostanzialmente accolte e la frattura sembrava ricomposta, ma per l’anticapitalista Albano Dante Fachin alla fine il patto non è stato rispettato e il rischio di fare gli errori del passato è sembrato troppo forte. Tre le accuse di Dante Fachin a Un Paìs en Comun: il codice etico non è stato ratificato e firmato dai candidati; il regolamento di votazione non contiene il principio di neutralità; la partecipazione degli iscritti non è stata facilitata.

C’è poi una questione di tecno-politica non risolta: iscrivendosi alla piattaforma di Un Paìs en Comùn, i militanti che intendono partecipare alle votazioni si iscrivono automaticamente a Barcelona En Comù. Una scelta obbligata per dare una copertura legale all’operazione, dicono da Barcelona En Comù (visto che al momento dell’iscrizione viene chiesto il NIF, Numero de Identification Fiscal) che assicura che alla fine del processo la piattaforma di dati per la votazione verrà distrutta.

La crisi dentro Podem e tra Podem e Podemos, ovvero tra Fachin e  Pablo Iglesias, che ha tentato di mediare e ricomporre il dissenso, senza riuscirci, non ha per ora scalfito il processo verso il soggetto politico unitario, che in questi giorni, fino a sabato 8 alle ore 14 sta celebrando le sue primarie. Ada Colau ha liquidato l’incidente come un problema interno a Podem. Da parte sua Iglesias ha cercato di far tornare sui suoi passi Fachin, senza però ingerire troppo negli affari interni di una federazione locale, ma rimarcando quanto il nuovo soggetto sia importante “per la Spagna e per la Catalogna”. Per ironia della sorte, il pablista Fachin fa ora dissidente, mentre è la errejonista Albiach a garantire la presenza, seppur minoritaria, di Podem nel nuovo soggetto. Ieri il segretario organizzativo di Podemos, Pablo Echenique ha ammesso che formalmente Podemos non entra nel nuovo soggetto, ma che per il futuro l’unico scenario possibile preso in considerazione dalla direzione nazionale è quello dell’unità.

Sono 6 gli assi sui quali si articola la proposta di Un Paìs en Comùn: un nuovo modello economico ed ecologico basato sul bene comune; un nuovo modello di welfare per una società giusta e ugualitaria; un paese “fraterno” e sovrano in ogni ambito; una rivoluzione democratica e femminista; un paese inclusivo dove ci sia spazio per tutti; un progetto per la nazione a partire dai  territori.

Nessun cenno specifico alla questione indipendentista catalana, per la quale il nuovo soggetto non si sbilancia se non a favore dello svolgimento del referendum, già dichiarato illegittimo dal tribunale costituzionale spagnolo e rigettato dal Parlamento di Madrid.

Tuttavia, l’ambizione del nuovo soggetto è quella di vincere non solo le elezioni, ma di conquistare il paese.

 

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