Se le donne si mettono in marcia

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Bia Sarasini- articolo pubblicato su Alternative per il socialismo n.43

Cortei imponenti si aggirano e occupano le strade del mondo, e invece di suscitare entusiasmi e adesioni, risultano del tutto invisibili. Al meglio fraintesi, spesso osteggiati e criticati. Sarà perché all’origine si tratta di mobilitazioni femministe? Clamorosa la Women’s March on Washington, il 21 gennaio scorso, il giorno dopo l’insediamento alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump, due milioni di persone in piazza nel mondo, e tutto viene liquidato come “la solita élite radical chic” che non capisce il popolo, o al più come roba di donne, quindi inutile. Il tutto condito da una neppure troppo nascosta simpatia per Trump, il miliardario xenofobo, sessista e razzista votato dagli operai bianchi.

Il 21 gennaio è l’ultimo episodio, in ordine di tempo, di silenzi mediatici e travisamenti politici che segnano la non-comprensione di una nuova fase che vede i femminismi e le donne protagoniste dell’azione politica. Nel senso più ampio e universale del termine. Si tratta di un tema tutto da approfondire, che mette in discussione radicati convincimenti, pregiudizi, ma anche disperazioni e delusioni che connotano l’esperienza attuale dei movimenti rivoluzionari e alternativi. Perché solo alle iniziative femministe negli ultimi mesi riesce di mobilitare il popolo, di mostrare forza, con obiettivi di sinistra? Questa sarebbe la domanda da porsi, un interrogativo a cui si preferisce sfuggire, tra denigrazioni, slittamenti, sottovalutazioni. Come se negli ultimi mesi non ci fosse stato un significativo ed evidente cambio di passo politico. Un segnale che va colto al volo, in questo inizio di secolo e di millennio che tra crisi economica e populismi di destra incombenti, non lascia molto spazio alle speranze di un cambiamento reale dello stato delle cose. Il primo punto è il racconto, lo story-telling, insomma la comunicazione. È su questo terreno che si esercita la lotta per l’egemonia, sulla storia che viene raccontata, su chi sono le/gli interpreti – o gli attori sociali, se si preferisce – quali le immagini e i video mostrati, fondamentali, quali le parole e gli obiettivi. È una lotta che si gioca tra media mainstream, come tv e carta stampata, e social dall’altra parte. La differenza la fanno le risorse disponibili, ovviamente, ma non solo. Per questo internet e i social sono un terreno di conflitto.

Raccontare l’invisibile, tra social, foto e video

Allora, i fatti e il loro racconto. A segnare il punto di svolta è stato il Black Monday in Polonia, manifestazioni in varie città della Polonia del 3 ottobre 2016 contro la minacciata proibizione assoluta della possibilità di aborto, in un paese che ha già una legge molto restrittiva. La mobilitazione è stata eccezionale contro il governo di estrema destra presieduto da Beata Maria Szydło, e la nuova legge è stata bloccata. Donne e uomini in piazza sotto la pioggia, ombrelli colorati che riempiono le strade, foto e video molto efficaci ripresi dall’alto. Una notizia a cui è stato dato il dovuto rilievo solo nella comunicazione orizzontale via internet. Soprattutto in Italia. L’impatto delle immagini e dei racconti hanno restituito la vitalità e la forza della campagna, a cui hanno partecipato e aderito tantissimi uomini. Era la prima volta, da molti anni, che in Polonia c’è stata un’azione politica contro i governi reazionari che si sono succeduti.

Un miércoles negro c’è stato invece il 17 ottobre 2016 in Argentina, promosso da #NiUnaMenos, organizzazione che dal 2015 agisce contro la violenza sulle donne. Una sigla che si è estesa in molti paesi dell’America Latina e in Europa. La stessa sigla #NonUnaDiMeno che il 26 novembre ha organizzato a Roma la grande manifestazione contro la violenza. Donne di tutte le età, dalle bambine alle bisnonne, almeno tre generazioni hanno sfilato sorridenti, allegre, determinate, per nulla obbedienti. Uomini della sinistra, uomini anche loro sorridenti, di fronte questa forza vitale che ha illuminato di possibilità diverse giorni così cupi. E ragazzi che si sono fatti trascinare dalle loro compagne, che con creatività e immaginazione hanno mostrato che si può conquistare una città senza inscenare vecchi rituali di aggressioni e scontri. Gruppi glbtq, queer, arrivat* tutt* insieme, non perché sparisce la differenza, anzi, perché ci sono le differenze e sono tutte vere, e reali. Una manifestazione che è stata perlopiù ignorata, dai media italiana. Nonostante le cronache ossessive dei femminicidi, nonostante il richiamo rituale alla giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Donne che si muovono, che guidano la politica, sono giudicate irrilevanti. Ancora una volta sono stati i social a diffondere, già in diretta, video e foto. Anche in questa occasione immagini dall’alto, strade piene. Un modello che ormai è diventato un riferimento una misura di confronto. Le stesse organizzatrici, prudentissime nello stimare i numeri, li hanno poi alzati. Trecentomila almeno, la prima volta dopo molto tempo. E poi l’ultima, in ordine di tempo. La Women’s March on Washington non è stata certo invisibile. Troppo imponente e troppo attesa, per essere taciuta. Tre milioni solo negli Stati Uniti. 500.000 a Washington, altrettanti a New York e Boston. Due milioni nel resto del mondo. Questo il bilancio finale delle promotrici. Allora il gioco è stato diverso. Minimizzare, fare colore sui pussy-hat e sulle battute di Madonna, puntare sulle celebrities, ignorare contenuti, obiettivi, preparazione e discussione. In fondo erano solo donne.

Tutti i colori e le differenze dei pussy-hat

Il colpo d’occhio era rosa. Rosa come quei berretti di lana fatti a mano che sono stati l’idea che ha segnato la marcia. Fatti a mano e regalati, in un passaggio da donna a donna, a creare legame e mobilitazione, pussy hat. Per via di quell’orribile battuta di Trump, che aveva dato il via a tutto. “Grabby her by pussy”, a una star permettono tutto, aveva detto, senza sapere di essere registrato. Dall’alto, l’incredibile macchia rosa può aver dato l’orticaria, o fatto pensare  a un evento pop, più simile a un concerto che a un vero fatto politico. E poi la mobilitazione avrebbe avuto l’imperdonabile colpa di difendere Hillary Clinton, insomma, una manifestazione radical-chic contro un vero amico del popolo, come Donald Trump.

Roberto Saviano, su Repubblica del giorno dopo, è stato molto chiaro: «Le manifestazioni contro Trump hanno avuto un sapore antico, d’archivio…Slogan del passato compressi nella versione tweet» Per poi passare ad argomentare che Trump è il nuovo, perché attira l’hater, spauracchio dei social. Mentre i diritti, la lotta all’omofobia, al sessismo «deve ancora trovare una sintassi capace di poter parlare a chi in questo momento non ha fiducia in alcun progetto politico». I titolisti, poi, hanno accentuato da par loro: “Se va in piazza l’America vecchia. La protesta delle donne ha un sapore antico”. Un tono e un’interpretazione che ha circolato nei media. Le femministe sono roba del passato. E poi, le donne non hanno votato in maggioranza per Trump? Lui stesso sembrava divertito. “Perché questa gente non è andata a votare?” ha twittato.

Allora partiamo da qui. Il 97% delle donne nere, il 70% delle donne ispaniche ha votato Hillary Clinton, come oltre la metà delle donne bianche istruite a livello di college. Il 61% di bianche con un basso livello di istruzione ha votato Trump. Ci si dimentica sempre che gli Stati Uniti sono un paese attraversato da differenze profonde e radicate. E di queste differenze parla la preparazione e il programma della manifestazione. Si parte dall’affermazione ormai classica: Crediamo fermamente che i diritti delle donne siano diritti umani e che i diritti umani siano i diritti delle donne. Questo è il principio cardine per il quale ci siamo unite per Marciare su Washington.” E poi si aggiunge: “Crediamo che la Giustizia di Genere significhi anche Giustizia Razziale e Giustizia Sociale. Dobbiamo impegnarci a creare una società in cui tutte le donne – incluse le donne di colore, le donne indigene, le donne in difficoltà economiche, le donne immigrate, le donne disabili, le donne musulmane, le donne lesbiche, le queer, le donne transgender – siano libere ed in grado di prendersi cura e di crescere se stesse e le loro famiglie, in qualsiasi modo siano esse formate, in un contesto sicuro e sano, libero da impedimenti strutturali”. E tra le altre importanti affermazioni: “Crediamo sia necessaria una paga equa per un lavoro equo e crediamo nel diritto per tutte le donne di essere pagate equamente. Dobbiamo porre fine alle discriminazioni nelle assunzioni e nel salario che le donne, ed in particolar modo le madri, le donne di colore, le donne indigene, le lesbiche, queer e transgender, affrontano ancora quotidianamente nel nostro paese…Riconosciamo che le donne di colore e le donne indigene portano il peso più gravoso nel panorama economico globale e nazionale, in particolar modo nell’ economia della cura. Affermiamo inoltre che tutti i lavori di cura – prendersi cura degli anziani, dei malati cronici, dei bambini e supportare l’indipendenza delle persone con disabilità – sono un lavoro, e che il carico della cura cade in maniera sproporzionata sulle spalle delle donne, in particolare delle donne di colore…Crediamo che tutti i lavoratori e le lavoratrici – compresi lavoratori agricoli e casalinghi – debbano avere il diritto di organizzarsi e lottare per un salario minimo… Crediamo che le migrazioni siano un diritto e che nessun essere umano sia illegale.” (l’intero programma, tradotto a cura della Rete della conoscenza, si può trovare qui: www.retedellaconoscenza.it/blog/2017/01/24/la-rivoluzione-della-womens-march/).

Un programma che non è stato facile preparare, la divisione tra donne bianche, nere, etnie diverse, come con le comunità lgtbq ha una storia consolidata, fin dagli anni settanta. Da quando le militanti nere accusarono le femministe di essere espressione di un unico punto di vista, quello delle bianche privilegiate. Per questo la Women’s March segna un punto di svolta, e parla a tutte e tutti, un atto esemplare della politica femminista di nuova generazione, che parte da sé nella varietà delle proprie differenze, e si rivolge a tutte le minoranze, affronta le diverse questioni sociali, dal lavoro all’emigrazione. Un programma che si è rispecchiato nell’andamento delle manifestazioni. Che non è stato fatto solo dai divertenti e provocatori proclami di sfida sessuale di Madonna, e neppure dal bell’appello del boss, Bruce Springsteen, che ha salutato i manifestanti, e che certo non è diventato il leader del movimento, come si è sentito dire da sciagurati conduttori tv. La manifestazione, le manifestazioni erano piene di voci diverse, in tutto il paese grande come un continente. Per esempio si sono viste: donne che quando verranno tolti i finanziamenti federali a Planned Parenthood non potranno più abortire perché non potrebbero mai permettersi una clinica privata; la famiglia di un immigrato senza documenti; la madre di Trayvon Martin e quelle di altri ragazzi afro americani disarmati ammazzati da poliziotti; una trans dell’Alabama che ogni mattina si chiede se è quello il giorno in cui finirà morta in un fossato; la figlia di un’immigrata honduregna scappata con i quattro figli piccoli dopo che gli squadroni della morte le avevano ammazzato il marito e poi, dopo vent’anni passati a pulire i cessi dei cittadini americani legali, deportata dagli USA. (Cronaca ricavata da miei ascolti e post Fb). E Angela Davis, che ha detto tra l’altro: “Questa è una marcia di donne e questa marcia delle donne rappresenta la promessa del femminismo contro i funesti poteri della violenza di stato. Ed è il femminismo inclusivo e intersezionale che invita tutt* noi a unirci alla lotta di resistenza al razzismo […] e allo sfruttamento capitalistico”

Lo sciopero globale

Mi sono dilungata, nel raccontare la Women’s March. I dettagli sono importanti, e sono i social media ad averli resi disponibili. Come scrive Paul Fahri sul Washington Post (22 gennaio): “Fin dalle prime battute è stato un fenomeno dei social media. I media mainstream erano concentrati sull’inaugurazione del presidente”: E quanto alla narrazione, ci si è limitati a riportare qualche parola delle solite note, attrici o pop-star, o allo scontro tra Democrats e Trump, le rivincite, i soliti schemi. Non che non esistano. Ma il sommovimento in corso non è una battaglia di posizionamento tra ceti politici, ma di interpretazione del mondo, del potere, della società. Di rappresentanza delle classi sociali. Di quali siano le battaglie giuste. Chi si allea con chi e perché. Trump invece ne è piuttosto consapevole. Per questo si è imbufalito con il montaggio che mettono a confronto, a suo svantaggio, l’affollamento davanti alla Casa Bianca per la sua inaugurazione, con quello di Obama. Le immagini rimangono, e pesano, nella memoria del popolo.

Per questo lo scontro è così violento, e può capitare che l’odio per l’establishment Usa faccia considerare a una certa sinistra – o pretesa tale – Trump un sovvertitore utile, se non amico. Se poi si aggiunge la classica misoginia, il condiviso disprezzo tra uomini per le capacità politiche delle donne, si ha il bel risultato di non capire quanto succede. Al meglio di considerarlo vecchio, esattamente come ha fatto Roberto Saviano. Ma per entrare in questo ragionamento, vorrei prima chiudere il quadro, con un appuntamento futuro, lo sciopero generale delle donne per il prossimo 8 marzo. A organizzare è la rete è NonUnaDiMeno. I paesi coinvolti sono 22: lo slogan è: “Se le nostre vite non valgono, non produciamo”, una giornata senza di noi, di sottrazione al lavoro di cura come a tutti gli altri lavori, in collaborazione con i sindacati. Le forme tradizionali del lavoro e della lotta si combineranno con la trasformazione del lavoro contemporaneo – precario, intermittente, frammentato – e con il lavoro domestico e di cura, invisibile e quotidiano, ancora appannaggio quasi esclusivo delle donne, ancora sottopagato e gratuito. Sarà uno sciopero dai ruoli imposti dal genere in cui mettere in crisi un modello produttivo e sociale che, contemporaneamente, discrimina e mette a profitto le differenze”.

Tra lutto e futuro, l’elaborazione della malinconia

  Sono convinta che per rispondere alla domanda che ho posto all’inizio di questo articolo, perché solo le iniziative politiche femministe sono ora in grado di mobilitare e mostrare forza, occorra riflettere sullo stato dei movimenti, sugli orizzonti che oggi possono dare senso e prospettive alle azioni politiche, alle soggettività che si mettono in campo. Quanto ho descritto non corre solo il rischio di essere invisibile. Può essere travisato, o essere sussunto in un quadro generale, in un giusto riconoscimento di quanto succede, ma senza compiere il passo successivo, dare voce e interloquire con le protagoniste, le attiviste, le promotrici. È successo, per esempio, all’importante convegno dedicato al comunismo, c17, tenuto a Roma a metà gennaio. Molti degli analisti e leader convenuti hanno a più riprese magnificato la potenza della attuali azioni femministe, compreso lo sciopero globale. Peccato che non ci fossero le promotrici.

Non è una notazione rivendicativa. Una delle caratteristiche nuove di questa fase è la guida delle donne su questioni che riguardano tutt*. Una guida che viene accolta, nei fatti – tutte queste manifestazioni sono affollate di uomini di tutte le età – ma che forse è più difficile integrare nelle analisi e nelle valutazioni generali.

Vorrei qui argomentare – o meglio, iniziare a farlo – che uno degli elementi propulsivi dell’azione politica femminista è una diversa velocità, una diversa collocazione temporale nella storia dei movimenti di sinistra, e più specificatamente dei movimenti rivoluzionari, li si voglia considerare socialisti o comunisti. Certo il femminismo non si è mai iscritto a queste tradizioni, anzi, se ne è tirato fuori, con il simbolico taglio separatista operato negli anni settanta (l’ho già detto in “L’essenza del femminismo. Tra esclusione e autoesclusione” Alternative per il Socialismo n.35). Un atto che senz’altro ha aiutato a non considerarsi investite dalla caduta del muro di Berlino nel 1989, e il successivo crollo dell’Urss, concrezione delle speranze e delle narrazioni di un mondo diverso, anche per chi aveva criticato lo stalinismo e l’Unione Sovietica.

Eppure la relazione tra femminismi e l’orizzonte di senso della sinistra era anche allora sottile e molteplice, anche se non è questa la sede per analizzarla in profondità. Enzo Traverso, nel suo bel libro Malinconia di sinistra, scrive: “Il femminismo non è uscito indenne da queste metamorfosi. Esso aveva messo in discussione molti assiomi del socialismo classico … ma entrambi condividevano un’idea di emancipazione proiettata nel futuro”. È un’affermazione di cui comprendo lo spirito, ma che non condivido, perché manca un’analisi specifica dell’andamento storico del femminismo, dei femminismi. Nel 1989, e dopo, ci fu un’euforia diffusa, ben diversa dalla mestizia e dalla rabbia suscitata dall’avvento di Eltsin. Quella delle donne, si disse tra donne, era l’unica rivoluzione riuscita del ventesimo secolo. La crisi di inizio millennio, la progressiva visione della capacità del neo-capitalismo di sussumere nelle proprie sfere l’eccedenza femminile, ha portato a un brusco risveglio. Un risveglio che non ha solo la dinamica temporale esterna, quella dei tempi della storia, ma anche una interna. C’è sempre stato, tra donne, nei femminismi, dopo i fondativi anni settanta, uno scontro tra generazioni. E una domanda su come creare una trasmissione. Domande tormentose, scontri modellati sul mai risolto conflitto madre-figlia, doloroso e speciale. Percepito come paralizzante, a cui sono state dedicate riunioni, riflessioni, libri, analisi. Una specie di tara femminile alla libera espressione di sé.

Si potrebbe pensare ora che quello che appariva/appare come una debolezza, una specie di freno connaturato alla soggettività femminile, ne costituisca invece una forza. Perché di che altro si tratta se non di una costante e continua elaborazione del lutto? Del confronto con la necessità di separarsi, differenziarsi, possibilmente senza distruggere e distruggersi? Confrontandosi incessantemente su desideri, progetti, speranze. E le accuse, quelle terribili, per la mia generazione: credevamo che nel mondo che ci avete consegnato fossimo libere, invece non è vero. Siamo oppresse, esattamente come voi. Anzi peggio, perché ci avete illuse.

Che politica è quella che guidano le donne?

Queste accuse che ora mi sembrano salutari. Perché sono radicate nei corpi, nell’esperienza, nella consapevolezza di un contesto che ha necessità di trasformarsi ancora.

Non mi pare che il sistema dei padri, dei padri della sinistra, abbia saputo confrontarsi con la separazione e la perdita. E con quello che manca, quello che non è stato realizzato. È come se ci fossero solo macerie, come se da quello che era stato edificato non potesse più nascere niente. Soprattutto se si continua ripetere quello che è già successo.

È la radicalità dell’esperienza del conflitto, anche interno, che porta i femminismi a voltarsi fuori, a smettere di guardare al proprio interno. La violenza maschile, il patriarcato, il neoliberismo che mette al lavoro le vite, la propria vita. È da questa esperienza radicale che viene la spinta propulsiva, che nasce un noi diverso, in cui la soggettività non sparisce nella volontà comune. È costitutivamente differente, per sesso, classe, razza, genere.

In un saggio contenuto in un libro appena tradotto, Judith Butler parla di “alleanza dei corpi”, un’espressione che ne è diventato il titolo italiano (Judith Butler, L’alleanza dei corpi, traduzione di Federico Zappino, Nottetempo). Mi sembra quello che si è visto nelle strade, in diversi continenti, in questi mesi. La potenza di corpi alleati tra loro, che non si nascondono, che si mostrano, si mettono in gioco, non sono irreggimentati in discipline e totalizzazioni. Che partono da sé, perché solo questo sé corpo-mente hanno a disposizione. E non vogliono cederlo. C’è forza viva, che si sprigiona, in forme da capire e assecondare.

Partirei di qui, per esempio, per ragionare di popolo e di potere. E di populismi. È cambiato il disegno, il quadro. Non siamo più al Quarto stato di Pelizza da Volpedo. Le figure sono varie, differenti, colorate. Lei non è sola, di lato. Lui non avanza solitario, davanti. Occorrono nuove immagini. Anche il colpo d’occhio rosa viene bene.

 

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