PIÙ VELOCI DELLE “DUE VELOCITÀ” PER ROMPERE LA MICIDIALE TENAGLIA TRA ORDOLIBERALI E SOVRANISTI

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Sembra essersi ormai consolidata la fallace sensazione che il lungo ciclo delle politiche di austerità sia chiuso.

Bene fanno invece le compagne e i compagni de “L’Altra Europa” a suonare la sveglia per tutti, prima che la campana suoni di nuovo per ciascuno di noi. Mentre infatti la discussione pubblica (e la chiacchiera del mainstream mediatico, che sono purtroppo quasi sovrapponibili) guardano altrove, essi ci ricordano giustamente che una nuova offensiva delle oligarchie continentali e delle istituzioni dell’Unione, come sempre ispirate e supportate dai più forti esecutivi nazionali, sta mettendo nel mirino i Paesi del sud Europa (Grecia, Portogallo, Spagna e Italia). Il suo obiettivo è riaffermare, a carissimo prezzo ancora una volta per i settori sociali già investiti dalla crisi, la rigidità delle politiche di bilancio, riassottigliando i margini di manovra per qualsivoglia iniziativa pubblica di carattere espansivo e, sia mai, redistributivo.

Ma, a differenza del copione messo in scena negli anni tra il 2011 e il 2015, gli effetti politici (oltre alle note, drammatiche conseguenze economiche e sociali) rischiano di essere ulteriormente devastanti. Perché, a monte del rilancio dell’offensiva austeritaria, sta un diffuso processo di ri-nazionalizzazione, a ogni livello, del discorso e delle pratiche politiche. E a valle, s’intuisce come questa stretta possa direttamente influenzare l’esito delle scadenze elettorali che marcano l’agenda europea dei prossimi mesi: benzina generosamente irrorata sui focolai dei sovranismi di diverso segno, alimento per la montante marea dei ripiegamenti nazionalisti e identitari che rischia di dilagare in tutta Europa.

Si tratta di una dinamica prevedibile e prevista, che da sola mostrerebbe il morboso e indissolubile legame tra modello ordoliberale e pulsione sovranista, l’uno mostruoso “Doppelgänger” dell’altra.

Ma c’è di più. È in questo scenario che dev’essere collocata anche la non casuale uscita della cancelliera tedesca Merkel sull’ “Europa a due velocità”. In altri contesti storici la si sarebbe ritenuta una pura e semplice banalità: le “geometrie variabili” sono state una delle modalità caratteristiche, tra accelerazioni e salti, dell’intero lungo processo d’integrazione europea. I confini geografici d’Europa non hanno mai coinciso con i confini politici delle Comunità prima e dell’Unione poi; l’Unione monetaria e la costruzione dell’Eurozona hanno poi coinvolto solo parzialmente e in tempi diversi gli Stati membri; la stessa regolazione dello spazio Schengen, anche prima delle più recenti misure restrittive collegate al regime di controllo dei confini, era stata variamente articolata. Solo per fare alcuni esempi e senza considerare i diversi accordi multilaterali.

Ma, dopo l’estate 2015, la frase di Merkel dev’essere considerata con estrema attenzione, sia sul versante interno alla Germania, sia per la prospettiva europea cui allude, posto che sia oggi possibile scindere le due dimensioni. All’interno della campagna elettorale per il rinnovo del Bundestag (si vota il 24 settembre prossimo), per la prima volta aperta a un esito tutt’altro che certo e predeterminato, essa suona infatti come un allineamento alle posizioni del nocciolo duro “ordoliberista”, ben rappresentato dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, che da tempo prefigura la formalizzazione istituzionale di una “Kern-Europa” e il declassamento delle economie del Sud e delle “periferie” continentali, attraverso l’impiego della leva monetaria.

Il tentativo di recupero dell’elettorato democristiano, tentato dal voto ai populisti di destra dell’AfD, e l’allusione a una proposta, capace di gestire gli assetti continentali nel post-Brexit, aprono così – al di là del balletto delle smentite – allo scenario inquietante di una concessione di facciata al “recupero di sovranità nazionale”, in cambio del via libera alla suicida prosecuzione del “business as usual” delle politiche di austerity, precarizzazione del lavoro, privatizzazione di beni e servizi comuni su scala europea.

Si profilano così, dal punto di vista politico, la pericolosa sintesi tra tendenze alla chiusura nazionalista e cornice di gestione neoliberista della “crisi esistenziale” europea; dal punto di vista economico, l’esplicita costituzionalizzazione di un sistema di gerarchie differenzianti le diverse aree del continente, dalle conseguenze devastanti per i settori sociali più esposti al crollo del valore di una moneta di serie B. E l’obiettiva convergenza con i disegni dell’ortodossia ordoliberale dovrebbe forse suscitare qualche riflessione anche tra le fila dei “sovranisti di sinistra”.

Le occasioni per mettere in campo una determinata e articolata iniziativa sociale e politica di segno radicalmente diverso, nei prossimi mesi, non mancano. Dalla necessità di interpretare le richieste-capestro, avanzate dalle istituzioni della UE ai diversi Paesi del sud Europa, come parte di un unico disegno e, come tali, da respingere in blocco; alla opportunità di cogliere e approfondire qualsiasi crepa si apra nel blocco non più così compatto della Große Koalition continentale, fino a far saltare la politica delle “larghe intese” sulla base di opzioni coerentemente anti-austeritarie. Dalle mobilitazioni di piazza, per le quali resta da costruire un discorso di convergenza che sia innovativo e adeguato al contesto globale ed europeo in rapida trasformazione, annunciate intorno alla celebrazione a Roma il 25 marzo dei 60 anni dei Trattati e al summit del G.20 a luglio ad Amburgo; all’indispensabile tentativo di “europeizzare” la discussione e l’intervento sulle cruciali scadenze elettorali in Francia, Olanda, Germania e (forse) Italia.

Le battaglie, tra loro inseparabili, per l’eguaglianza sociale e la redistribuzione della ricchezza disponibile, per le libertà, i diritti e una democrazia reale, possono contare sulla forza di molte e molti, come la straordinaria mobilitazione delle donne #nonunadimeno verso lo sciopero globale dell’8 marzo o le tante iniziative, di migranti e solidali, contro il regime di controllo dei confini e della mobilità, o ancora le politiche di costruttiva disobbedienza e di alternativa praticate da movimenti urbani, coalizioni civiche e governi municipali nelle “città ribelli”, stanno quotidianamente a dimostrare. Lo spazio per un’azione transnazionale capace di rendere visibile e contundente un “terzo polo” di tante e tanti, diversi fra loro ma contrapposti alla falsa alternativa tra establishment neoliberista e sovranisti d’ogni colore, c’è. Si tratta di attraversarlo e riempirlo con generosità.

Prima, appunto, che sia troppo tardi.

Basta con Austerità e ricatti. Comunicato di AET

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