Riflessioni intorno al soggetto politico

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«Ci sono momenti nella vita nei quali diventa assolutamente necessario sapere se è possibile pensare in modo diverso da come si pensa, percepire in modo diverso da come si vede….. perché senza questa distanza non sarebbe più possibile vedere e riflettere oltre. Senza questa curiosità, la ricerca non è altro che una legittimazione di ciò che si sa». Così Foucault[1].

Oggi è il tempo in cui questo dire di Foucault va reso pratica quotidiana: continuare una lettura dell’attualità senza tener conto di quanto accade intorno a noi nel senso del cambiamento e della mutazione che avviene nel mondo come natura e nel sociale, serve a confermare lo stato attuale delle cose.

Per cambiare l’ordine del discorso è necessario dislocarsi, porsi non al centro ma a cavallo del margine: solo da questa posizione è possibile vedere le cose nel loro doppio, quel doppio sempre ignorato e cancellato da una politica fondata sull’ipotesi dell’esistenza di una individualità singolare astratta  che, nel concreto, ha corpo, linguaggio e costumi ben definiti e facilmente identificabili “nel soggetto maschio, bianco, istruito e benestante” , in una parola nell’abitante di una particolare “regione del mondo”, quella che, di fatto, oggi governa il mondo detenendo il controllo su tutte le risorse vitali (dal linguaggio come principale forma di comunicazione, alla possibilità di indirizzare la scienza e la tecnica, al denaro).

Una politica che partendo dalla pretesa universalità del soggetto ha, come suggerisce Hanna Arendt[2], assunto la forma “famiglia” come modello di riferimento per la costruzione dei suoi organismi, dando origine alla sostanziale scomparsa delle individualità singolari che quell’organismo compongono, perché nel modello famiglia sono le affinità che contano e non le differenze.

«…  in senso pratico, politico, la famiglia acquista la sua connaturata importanza perché il mondo è organizzato in maniera da non lasciare spazio al singolo, al diverso. Le famiglie vengono fondate come ripari e fortezze, in un mondo inospitale ed estraneo, in cui si vorrebbe portare affinità. Tale aspirazione conduce alla fondamentale perversione del politico, poiché annulla la qualità di fondo della pluralità o meglio la perde introducendo il concetto di affinità…”[3].

Affinità che forse dà ragione dell’attuale stallo di ogni discorso che si ponga come obiettivo la costruzione di un discorso politico capace di includere persone e movimenti impegnati sul terreno della trasformazione della realtà.

Per superare questo stallo ho proposto all’inizio di cambiare il nostro modo di pensare alla politica dislocando il nostro punto di vista non partendo più dalle singolarità individuali ma dal “doppio” che ciascuna di queste singolarità porta in sé.

E’ evidente che una simile modalità di pensare obbliga a misurarsi continuamente fra gli opposti, a tener sempre conto dei molteplici punti di vista presenti in ogni fenomeno esistenziale e accadimento sociale e a sperimentare forme di mediazione capaci di tener insieme l’astrattezza della ragione e la concretezza dei corpi e dei sentimenti, senza mai operare scissioni o negazioni utili solo alla riproduzione di politiche, sia come organizzazioni sia come modalità del fare, che, nell’occultare l’altro da sé della ragione, confermano la necessità della guerra per affermare il dominio del più forte.

Forme di mediazione possibili soltanto se si è convinti di affermare, contro tutte le evidenze, la necessità dell’Utopia, come liberazione di desideri e creatività per contrastare il mondo virtuale e astratto dentro il quale la liberazione del desiderio va a coincidere con la propria distruzione e con la negazione di qualunque possibilità di esistenza “altra”.

Utopia per tener vivo il ricordo e la memoria delle lotte e delle resistenze passate in un tempo che di questi, ricordo e memoria, pretende di fare a meno per obbligare a vivere un qui ed ora che altro non può produrre se non conformismo e subalternità.

Utopia perché il ricordo non sia solo e semplicemente nostalgia e la memoria, non si trasformi in passatismo, ma sia origine di una continuità accidentata, piena di chiaroscuri, capace perciò di farsi garante del diritto di esistenza di ogni diversità, differenza, alienità.

Ed è sul diritto di esistenza che bisogna soffermarsi dal momento che rappresenta uno dei nodi più significativi da sciogliere proprio in relazione alla questione del rapporto individuo/individua-collettività perché, se è vero che sul principio generale: «tutti/tutte hanno diritto di esistere» non c’è discussione possibile, diverse appaiono le cose quando ci si interroga sul significato più profondo di un tale principio.

Quando parliamo del diritto di esistere ci riferiamo a un complesso di diritti che, nel concreto, vanno a comporre un quadro  articolato di diritti universali e, contemporaneamente, particolari visto che il modo di agire la propria esistenza è diverso a seconda delle origini, della cultura e della storia individuale.

Diritto di esistenza che, se comprende quelli che attualmente vengono definiti come diritti di cittadinanza, non va con questi confuso dal momento che la parola cittadinanza è parola a rischio contenendo in sé il concetto di distinzione fra le persone che abitano i luoghi, le città, le nazioni in relazione al loro status giuridico

Se questo è il quadro di riferimento prioritaria appare la necessità di ridisegnare la categoria della “cittadinanza” in modo tale che possa realmente comprendere in sé le molteplici singolarità che nella città vivono, tutti i soggetti che compongono non la comunità del “qui e ora”, geograficamente limitata da confini e barriere, quanto piuttosto quella dell’andare e dello stare, del viaggio e dell’incontro, aperta e disponibile ad accogliere e a mescolare linguaggi e storie, crocevia  e luogo di residenza temporaneo o definitivo.

È questa è la “comunità” con la quale la politica deve misurarsi nella direzione di proporre un governo che ne garantisca l’esistenza e il funzionamento.

Perché ciò sia possibile è necessario costruire un soggetto politico, un organismo – riprendendo in modo ampio il concetto della Arendt – capace di muoversi e strutturarsi in forma aperta: né verticistica, né piana, ma spiraliforme.

La spirale non ha né base, né vertice: è un continuum che mette in relazione, connette istanze, competenze, soggettività diverse tutte portatrici di valori e forme di azione capaci di incidere e modificare la realtà delle cose.

Per fare un esempio recente e che ci riguarda, la pratica agita da l’AET (Altra Europa per Tsipras) in occasione dell’ultimo referendum, di servizio e di messa in rete di competenze, azioni e soggettività diverse è, dal mio punto di vista, un esempio di organizzazione a spirale, forma che dovremmo assumere come riferimento concreto della nostra organizzazione.

Mi rendo conto che restano dei nodi da sciogliere, delle decisioni da prendere ma questo, ribadisco, deve essere il riferimento. Così è possibile dar voce e forza ai protagonisti e alle protagoniste delle lotte sociali in atto e rompere il reciproco isolamento, forse la causa principale della loro debolezza.

Certamente una forma organizzativa da sola non basta: bisogna individuare le questioni intorno alle quali organizzarsi, anche se riflettendo su quanto è avvenuto negli ultimi due anni mi pare di poter dire che esiste una sostanziale identità di vedute per cui mi limito a enunciare le due questioni principali consapevole che per ognuna è necessario un approfondimento:

 

  • diritti individuali, collettivi e sociali: bisogna richiedere con determinazione l’applicazione della nostra Costituzione con tutto ciò che ne deriva in termini di organizzazione di organismi di base capaci di denunciare ogni sopruso.

 

  • lavoro: non sono mai riuscita a condividere la religione del lavoro, aderendo concettualmente alla necessità di distinguere fra l’attività come espressione della creatività umana e il lavoro come strumento necessario per garantirsi il diritto d’esistere, lavoro che in un’organizzazione capitalistica della società è strumento d’oppressione e di sfruttamento delle persone. Adesione ferma e convinta alla campagna della CGIL per il Referendum sui voucher come battaglia contro lo sfruttamento, per affermare la dignità della persona che viene prima di ogni altra cosa.

 

 

Assunta Signorelli

Roma 28 gennaio 2017

 

[1] Michel Foucault, «L’uso dei piaceri», Feltrinelli, Milano, 1984, pag. 14

[2] Hannah Arendt, «Che cos’è la politica», Edizioni di Comunità, Piacenza, 2001, pagg 4-7

[3] Hannah Arendt ibidem pag. 6

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