La sinistra tra crisi del liberismo e populismi

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Se il titolo dell’incontro promosso di Altra Europa risponde alla verità, se è vero che il mondo sta profondamente mutando, anche noi dobbiamo cercare di pensare in termini del tutto nuovi.

Il cambiamento sembra essere prodotto dalla profonda crisi non solo delle politiche, ma anche delle idee su cui le classi dirigenti liberiste hanno costruito la loro egemonia, la loro visione del mondo, ma la ribellione e l’insofferenza stanno prendendo la strada della protesta di destra, nazionalista, colbertista e la critica alla globalizzazione dei mercati sta prendendo la strada della lotta contro le migrazioni e i migranti, mentre movimenti di lotta anche nuovi e imponenti, in grado di collegare diritti sociali e civili, battaglie democratiche, ambientali e sociali rimangono senza rappresentanza.

È certamente vero che questa deriva nasce anche dal drammatico buco nero che oggi è rappresentato dalla sinistra, in parte coinvolta nelle strategie liberiste, in parte incapace per le sue divisioni, per il suo attardarsi su vecchie diatribe, di essere alternativa significativa.

Ma se questo è il quadro, se le prospettive sono quelle della crescita delle tensioni internazionali, delle guerre commerciali e dei veri e propri conflitti, della crescita dello scontro sociale, allora, nella iniziativa del 28 il compito di AET non può che essere quello di far emergere in tutta la complessità e anche la drammaticità della situazione e di concentrare l’attenzione sulla necessità del cambiamento della sinistra, della nostra personale e collettiva responsabilità di fronte a quello che sta succedendo.

Questa situazione comincia ad avere riflessi diretti e drammatici sulla vita delle persone. Non solo per l’impoverimento progressivo, non solo per la deprivazione del futuro di intere generazioni (pensiamo solo alla preoccupazione per tutti gli italiani che avevano scelto l’Inghilterra per costruirsi un futuro e si trovano di fronte alla Brexit), ma anche sulla struttura stessa del Paese.

L’esperienza del terremoto e poi del maltempo, o anche le difficoltà di una grande città come Roma, restituiscono l’immagine di un paese allo stremo, senza infrastrutture, piegato dalle privatizzazioni e dall’austerità. Cosa si deve pensare di fronte a un Presidente di provincia che ammette di non avere a disposizione 15.000 euro per riparare una turbina, in un territorio che tutti gli inverni ha a che fare con la neve?

Certo l’Europa, le sue politiche, la sua natura sempre più intrinsecamente legata alla stagione liberista rimangono al centro dello scontro. È in gioco la sua stessa esistenza. L’Europa sta misurando tutta la angustia delle politiche liberiste e di austerità. Rischia di finire schiacciata e nessuno la difenderà.

La sinistra sembra però rimanere chiusa dentro una discussione concentrata a definire se stessa, il proprio futuro, la propria collocazione. Sembra rimanere all’interno del proprio recinto, impegnata a definire le proprie differenze, invece di interrogarsi e cercare di capire quello che sta succedendo. E’ emblematico l’attardarsi nel dibattito sulla possibilità di rilancio o meno del centrosinistra. Come non capire che solo l’evocazione del termine “centrosinistra” non può che riportare alla mente una sinistra convinta della necessità di dover scendere a patti con l’avversario, che ripone ogni speranza soltanto nella dimensione del governo, che rievoca una stagione in cui la sinistra ha di fatto accettato come unica possibilità quella di attenuare le conseguenze devastanti della globalizzazione liberista. La discussione che sta avvenendo nella sinistra alternativa mi sembra del tutto inadeguata, tutta ancora legata, nei fatti, o per rilanciarlo o per contrapporsi, allo schema del centrosinistra, come unica possibilità di esistere nella politica e competere nell’agone politico.

Ma la crescita delle posizioni di quello che confusamente definiamo populismo ha cambiato profondamente il quadro. Non si tratta più di distinguersi, separarsi, contrapposti a quella parte della sinistra che si è resa subalterna.

Oggi noi, la sinistra alternativa, abbiamo a che fare con una concorrenza forte e molto agguerrita sui temi che ci sono propri. C’è un’altra opposizione al liberismo e non è la nostra. Il rifiuto delle politiche e delle idee liberiste prende altre strade.

Tacciare queste forze, questi movimenti di essere di destra, come in effetti anche sono, può essere consolatorio, ma conferma la nostra insignificanza.

È così si finisce ancora una volta per perdere di autonomia e oscillare tra il fascino delle posizioni populiste e il terrore di perdere il rapporto con l’esperienza socialista.

Eppure i messaggi di destra sono molto chiari e pericolosi. Ma noi non riusciamo a contrastarli o comunque non riusciamo a far emergere una alternativa credibile.

Un messaggio xenofobo: Non si possono accogliere gli stranieri quando ci sono i “nostri” poveri e quindi dobbiamo difendere i “nostri” lavoratori, il nostro “welfare”.

Un messaggio autoritario: la democrazia non è utile. È il terreno dei ricchi,  dei politically correct. Rappresenta la vecchia politica.

Il populismo coglie due punti fondamentali del fallimento neoliberista: la creazione di povertà nuove, estese e disperate, la crescita di quelli che papa Bergoglio chiama “gli scartati”.

Il fallimento di tutte le ipotesi di riduzione del danno, di correzione degli eccessi delle politiche liberiste, che hanno trascinato con sé l’idea della inefficacia delle forme della democrazia parlamentare e della delega.

Su questi messaggi si infrange il buonismo riformista e perdono i socialisti e perdono insieme l’anima e le elezioni. Le politiche sulle migrazioni ne rappresentano un esempio chiaro. I migranti vanno salvati, ma non accolti. Va loro salvata la via, ma vanno respinti, rinchiusi nei Cie, bloccati alle frontiere.

Ma su questi stessi messaggi non può che infrangersi anche una discussione della sinistra radicale tutta concentrata sulla collocazione all’interno della politica, ma anche di una pratica sociale parcellizzata e autoreferenziale.  Certamente sta avvenendo in Italia. Altro è in Grecia o in Spagna dove la sinistra ha fatto la fatica di misurarsi in forme diverse con le sfide e le contraddizioni contemporanee.

Al di là della soluzione elettorale che si troverà, noi dobbiamo porre il problema, non più di ricostruire o unire la sinistra (questi possono essere strumenti, non fini), ma ridefinire i temi e le possibilità di una lotta, che abbia sempre una dimensione globale, ma che sia in grado di sfruttare tutte le sedi e le occasioni che si presentano, a livello, locale, nazionale o internazionale e che:

– Unisca le vittime del liberismo, metta insieme i poveri, migranti e non, in una battaglia che cambi l’Occidente e sconfigga i liberisti,

– Affermi la necessità della democrazia e della rappresentanza ovunque si assumano le decisioni, a livello nazionale, europeo, delle istituzioni internazionali.

Le prossime scadenze elettorali, quella referendaria e quella politica, che dobbiamo chiedere che si svolgano entro l’anno, potrebbero essere l’occasione per costruire presenze politiche che ridefiniscano la nostra funzione, la nostra utilità per gli elettori e per il Paese.

Noi dobbiamo avere l’ambizione e sentire la responsabilità di essere quelli che si propongono di rispondere agli “scartati” d’Europa e a quelli che vogliono venire in Europa, proponendo, non la guerra tra poveri, ma un futuro dignitoso e sicuro per tutti e tutte, che vogliono rendere protagonisti i lavoratori demansionati e malpagati, i precari senza futuro e senza certezze, i migranti respinti, i lavoratori pubblici disprezzati, i professionisti delle partite IVA, di una battaglia democratica e di emancipazione.

In questo modo potremmo giocare un ruolo, tenere aperta la contraddizione del fronte populista, in Italia particolarmente confuso e diviso, far balenare la possibilità di un futuro non necessariamente e inevitabilmente giocato solo dal movimento 5Stelle, Destra e Grande Coalizione.

Questo sarà un processo complesso, lungo che non si esaurirà in una vicenda elettorale. Anzi dovremmo evitare di dare l’impressione che vogliamo solo salvare le “poltrone della sinistra”

Dobbiamo perciò nella assemblea del 28 gennaio lanciare un appello alla ripresa di un percorso a sinistra. Questa è una responsabilità urgente e drammatica.

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