Cinque stelle, ultima fermata Roma

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In attesa di sapere se e come Roma passerà la nottata di capodanno, se sui ponti del Tevere o al Circo Massimo, se per qualche ora o per tutta la giornata,  al mattino o perfino di pomeriggio, viene da chiedersi come Roma passerà il resto dei suoi giorni.

Poiché la città è messa proprio male. È tristemente evidente. E se quelli di prima non andavano più bene, quelli di adesso non sembra proprio che se la stiano cavando. Anzi, appaiono sempre più disastrati. Che sia per loro o altrui responsabilità, vivono stentatamente la loro esperienza politica e la città ne risente.

E soprattutto danno l’impressione di non saper bene cosa fare. Hanno presentato il loro primo documento di politica economica (un bilancio, c’è da dire, senza infamia e senza lode) e l’hanno immediatamente ritirato perché non è piaciuto ai revisori ministeriali. Invece il Campidoglio dovrebbe approvarselo così come l’ha previsto, il suo bilancio. Anzi, dovrebbe emendarlo con ulteriori voci di spesa sociale e manutenzione urbana, trasporto pubblico e attività culturali, che sono le cose più necessarie a Roma. Piuttosto che garantire gli interessi di creditori, cravattari e speculatori, come gli viene ordinato da angusti revisori. Fare insomma come invoca il suo abitante più illustre, papa Francesco: contrastare povertà e degrado, non finanziare le banche.

Ma non sembra che gli amministratori cinquestelle ne abbiano intenzione. Queruli e balbettanti, sono già lì a rattoppare i conti per rientrare nella prigione economica da dove erano evasi, forse più per imperizia che per volontà. Eppure solo così, solo forzando vincoli e aggirando compatibilità, possono sperare di salvare la città dal suo declino. Congelando il debito e rifiutandosi di pagare gli interessi passivi, e nel contempo investendo risorse dove la città ha più bisogno.

È di qualche giorno fa una sentenza della Corte costituzionale, la numero 275/2016, che ha dichiarato illegittima la legge di bilancio della Regione Abruzzo perché non assicurava il trasporto scolastico ai ragazzi disabili, per evitare di sforare i vincoli finanziari del proprio esercizio. «È la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio – afferma – e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione». Sarà per il nuovo clima post-referendario, ma certo si tratta di una sentenza che ribalta completamente la logica con cui da anni vengono confezionati i bilanci negli enti locali. E non sfugge quanto possa rappresentare un formidabile strumento di opposizione alle politiche neo-liberiste che si scaricano sui territori.

Se la metafora sul «pilota automatico» dell’ultrabanchiere Mario Draghi viene riferita agli stati ex sovrani, a maggior ragione viene imposta nei governi locali. E a Roma la si applica in modo ancor più severo, a causa del voluminoso debito accumulato lungo i decenni. Inoltre, ad aggravare una condizione finanziaria già stremata sono state le scelte politiche con cui negli ultimi anni si è tentato un improbabile risanamento. Impegnandosi in piani di rientro, che invece di migliorare la tenuta economica comunale hanno finito per peggiorarla. Ed è per questa ragione che a Roma non funziona più nulla, i servizi sociali chiudono, gli autobus non passano, le strade si sbriciolano, i parchi s’inselvatichiscono, la città è malinconica, estenuata, incollerita.

Dopo le infelici traversie delle amministrazioni precedenti, con l’arrivo della nuova sindaca sulla spinta di una valanga di voti, si era accesa una squillante speranza. Sembrava esserci la possibilità di aprire una stagione nuova e promettente. Quanto è poi successo, tra litigi, abbandoni, dilettantismi, scelte incaute, nottate tormentate, dolori e lacrime, oltre a una raffica di inquietanti inchieste giudiziarie, lascia oggi affiorare altre delusioni, tristi rammarichi, ancora avvilimenti. Godeva di una larga e speranzosa indulgenza popolare, Virginia Raggi: e forse non l’ha ancora del tutto dispersa.

Ma di sicuro la sua esile freschezza, che tanto era piaciuta, nascondeva limiti politici oggi evidenti, se non proprio ingannevoli retaggi. Gli stessi che l’hanno indotta a decisioni e affidamenti con tutta evidenza alquanto discutibili.

Roma sta vivendo una crisi profondissima, che non riguarda solo le stridenti difficoltà dell’amministrazione cinquestelle. È una crisi strutturale, che sta ipotecando il futuro. Oggi è una città impoverita e bisognevole, rattrappita e spenta. Non possiamo continuare a maltrattarla.

( da Il manifesto del 24 dicembre 2016)

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