Marco Revelli- note per la discussione

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Firenze, 18 settembre 2016- Marco Revelli

(Note per la discussione)

È una buona occasione, quella dei nostri due giorni fiorentini, per parlarci tra di noi e mettere a punto le linee che orienteranno la nostra azione comune nei prossimi mesi (mesi, come sappiamo cruciali). La sfrutteremo tanto meglio, quanto più chiaro ci parleremo. A costo di dirci cose sgradevoli. Magari crude, ma chiare.

Incomincio da un fatto (che è anche una notizia): all’Assemblea generale della CGIL dello scorso 8 settembre non c’è stata solo la decisione di pronunciarsi esplicitamente per il NO al Referendum costituzionale, ma si è discusso anche – per la prima volta pubblicamente – sul fatto che PER LA PRIMA VOLTA NELLA SUA STORIA (quante prime volte!) ormai più che secolare il più grande sindacato italiano non ha un riferimento politico. Perché il PD non è più tale – è piuttosto controparte politica! Soggetto in qualche modo ostile, che “sta dall’altra parte” ormai in modo strategico e non solo contingente -; e perché a sinistra del PD non c’è più NULLA (un’organizzazione di milioni di lavoratori non può ridurre il proprio riferimento politico a frammenti da 3% o meno…).

E’ esattamente così. Dobbiamo ben dircelo: a sinistra OGGI NON C’E’ NULLA. NULLA di rilevante, intendo. Nulla in grado non dico di muovere il quadro, ma anche solo di figurare come dettaglio visibile nel quadro. E devo anche aggiungere, per quel dovere della chiarezza di cui parlavo prima, che non ci sarà nulla nel prossimo immediato futuro. La caduta del progetto costituente du una sinistra all’altezza delle sfide e dei tempi in Italia, non è contingente o temporanea. Apre un VUOTO destinato a durare (le amministrative ce l’hanno confermato). Quella rottura ha mostrato da una parte l’inadeguatezza “soggettiva” di ciò che prova a muoversi: la povertà dei soggetti, dei protagonisti, delle mediocri leadership di ciò che resta di (provvisoriamente?) organizzato, l’assenza di visione, di responsabilità, di coraggio, la vista corta, il pensiero stretto, l’autoreferenzialità (il cahier de doléances potrebbe allungarsi ancora, con la testimonianza di chi a quel “tavolo” ha partecipato e ne ha visto i protagonisti da vicino, traendone l’irreversibile conclusione che, nell’immaginare una qualche nuova presenza di alternativa non si può procedere, nemmeno come precondizione embrionale, per riaggregazioni e assemblaggio dell’esistente…). Ma ha anche rivelato – quell’atto mancato – una condizione OGGETTIVA, “storica” (a voler usare parole grosse), che rende IMPROBABILE (se non IMPROBA) la ricostruzione di una sinistra non testimoniale (e forse persino di una “sinistra” tout court): un mutamento di scenario – sociale, geo-politico, antropologico) che richiede un mutamento di categorie mentali.

Provo a elencare qualche punto:

La lotta di classe dopo la lotta di classe. È il titolo di uno splendido libro di Luciano Gallino. Un libro che ci ha messo di fronte a una realtà che intuivamo, ma che avevamo difficoltà a mettere a fuoco con la precisione che apparteneva all’apparato scientifico di Luciano. Ed è anche una categoria di lettura dei mutamenti del mondo che continua a lavorare, nel profondo, aiutandoci a orientarci. Con quella felice espressione Gallino intendeva riferirsi alla lotta che è stata dichiarata da chi sta in alto contro chi sta in basso. È una sorta di lotta di classe alla rovescia, dopo che – lo cito – “la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino [la lotta di classe “di prima”, quella originaria]ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi”. Altrove dirà che è la lotta che la “classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori sta conducendo contro la classe dei perdenti”. E noi quella chiave di lettura l’abbiamo usata ampiamente, soprattutto per interpretare gli strumenti di quella vittoria (la globalizzazione, la deregulation, il salto tecnologico). E i vantaggi acquisiti dalle classi dominanti (l’immenso dilatarsi delle diseguaglianze, il concentrarsi della ricchezza in poche mani, il predominio del capitale finanziario…).

L’abbiamo cioè declinata soprattutto sull’alto quella categoria. Sull’oltranzismo egemonico dei vincitori: il paradigma neoliberista dominante ne è la sanzione, l’asservimento degli apparati statali la forma, l’arroganza del potere il tratto esistenziale. Ma ci eravamo concentrati assai meno sui vinti. Avevamo le idee abbastanza chiare su quanto è accaduto a chi sta in cima alla piramide sociale (li vediamo tutti i giorni in prima pagina a ostentare la loro vittoria, ci squadernano quotidianamente la loro antropologia kitch), ma ne sappiamo molto meno sui perdenti. Sul mutamento del mondo che erano “i nostri”. Su quello che la sconfitta ha prodotto in basso. E su cosa è successo a chi quel “basso” era nato per rappresentare.

Beh, cosa è successo hanno incominciato a rivelarcelo alcuni terremoti politici recenti. Brexit. Trump. Il voto metropolitano italiano… La old working class inglese, i lavoratori dipendenti dei tradizionali distretti industriali in declino e della stessa periferia londinese, orientati in direzione ostinata e contraria nei confronti di ogni establishment, compreso quello del proprio stesso partito d’un tempo… I white workers americani, disordinatamente ammucchiati dietro il tycoon più disgustoso del mondo, ma ben riconoscibile come simbolo di rifiuto di ogni politically correct e di ogni bon ton ipocrita da élite cosmopolitica (ostentatamente sporchi, brutti e cattivi…). E poi, fatte le dovute differenze e con molto maggior eleganza, gli elettori delle periferie romana e soprattutto torinese, usciti armi e bagagli dal tradizionale voto “progressista” come si diceva un tempo, con un exit di massa da ogni sinistra: quella non più identificabile come tale del PD a cui è rimasto solo il bacino alto-borghese dei Parioli o della Crocetta (con un significativo rovesciamento di 180 gradi d’insediamento sociale), e quella poco più che testimoniale nostra (a cui sono rimasti i decimali)… Si tratta in generale, con maggiori o minori accentuazioni, di un voto non più di “rappresentanza”, ma di vendetta – di “vendetta sociale” si potrebbe dire. Voto, nelle intenzioni di chi lo esprime, di rottura delle maglie della globalizzazione (intuita come terreno della propria sconfitta). Una forma di rinserramento nazionalistico che è insieme nostalgia di un welfare che aveva nello state il proprio baricentro (ha ragione Carlo Galli quando dice che è vero che il “popolo” è una costruzione e non un’essenza, ma che la costruzione di un “popolo europeo” è spaventosamente complessa, richiede tempi lunghi mentre sui tempi brevi della politica prevalgono le vecchie matrici nazionali, i vecchi calchi statali come passaggio ineludibile da utilizzare nel conflitto spazialmente più ampio).

E’ dunque, quello che si esprime “in basso” e che ha per agenti i loser della globalizzazione, un voto “sporco” – in qualche misura torbido, prodotto a sua volta di quel dis-allineamento tra soggetti sociali e culture politiche di cui si è parlato già nell’incontro di Roma sulle Città in comune. Espressione con cui si intendeva dire che i gruppi sociali così come sono stati ridisegnati e riconfigurati dalla sconfitta e le culture politiche nelle quali nel Novecento si erano tradizionalmente riconosciuti (il lavoro subordinato e i partiti socialisti e comunisti, la borghesia e i partiti liberali, i ceti medi o i contadini e i “partiti popolari” o democristiani, non sono più in asse. Hanno rotto le tradizionali connessioni e interdipendenze. Fluttuano liberamente in uno spazio politico indifferenziato e “liscio”, spesso si scambiano di posto (i vecchi partiti operai diventano rappresentanti delle nuove oligarchie del privilegio, i partiti di massa del vecchio ceto medio si svuotano e diventano partiti d’èlite, gli ex partiti piglia-tutto non prendono più nulla…); più spesso si sgonfiano e si svuotano per esodi improvvisi mentre altri, fino a ieri minoritari si gonfiano fino a scoppiare inglobando masse indifferenziate e fangose di scontenti… E’ una gigantesca rottura di legami tra antiche masse e antiche élites, tra i rappresentanti e i rappresentati di ieri, che travolge in primo luogo la sinistra – il concetto stesso di sinistra come “partito del progetto egualitario”, o partito degli ultimi e dei deboli che attraverso esso si fanno forti. La rende un termine impronunciabile.

 

Il nuovo spazio sociale e politico. E la nuova antitesi “ALTO/BASSO”. Ha ragione Musacchio quando ci dice che “il Referendum costituzionale non è un episodio interno ma un momento del processo costituente dell’Europa reale figlia della globalizzazione finanziaria liberista”. Vuol dire che in politica non ci sono più spazi “esclusivi”, segmentati in termini nazionali. Che nelle questioni di fondo conta il nuovo spazio continentale, nel quale quella che gioca è “LA STABILITA’ INSTABILE” – così l’ha definita Roberto nella sua bella introduzione stamattina -; all’interno della quale anche l’antitesi binaria “ALTO/BASSO” – e non solo quella tradizionale “DESTRA/SINISTRA” perde la propria linearità e chiarezza. Si fa opaca e mobile. MUTANTE.

Si pensi a come nel Regno Unito l’ALTO ha usato il BASSO per riaffermare la propria egemonia proteiforme. A come l’establishment, che aveva fatto carte false pur di far trionfare il “Remain” abbia, a scrutinio ancor caldo, utilizzato il “Leave” per riprendere le redini del gioco e segnare punti: questo è la Theresa May che ha istantaneamente rilevato il testimone dal rottamato Cameron per trasformare, appunto il “leave” in un “successo” (per i “suoi” supporter, naturalmente, cioè la finanza della City e il mondo degli affari che vuol continuare a fare affari). Oppure si pensi a come negli Stati Uniti l’immenso conglomerato di potenza economica e di ricchezza astratta (di denaro nomade) potrebbe utilizzare Trump o indifferentemente Hillary per consolidare il monopolio delle proprie risorse (vinceranno comunque, chiunque prevalga tra i due candidati meno popolari di tutta la storia americana – non ci saranno sicuramente vantaggi per gli operai bianchi semidismessi del midwest settentrionale che si sono trasferiti in campo repubblicano dietro al primo, o per i chicanos che sembrano far la differenza per la seconda). Ma è anche interessante riflettere su come in Italia (e per certi versi pure in Francia) i vecchi rappresentanti del “basso” – dei movimenti dei lavoratori, delle cosiddette “classi subalterne” chiamate al riscatto… – siano diventati, oggi, i migliori interpreti degli interessi e del punto di vista delle oligarchie globali. Gli esecutori fedeli dei diktat di JP Morgan (originario mandante della manomissione della Costituzione antifascista e oggi capofila dell’operazione Mps), di Sergio Marchionne (a casa del quale è stato addirittura ospitato un “vertice” con la Merkel), dei vari Tim Cook (i cui prodotti sono più promossi delle tradizionali salamelle alle Feste dell’Unità), delle lobbies petrolifere (ricordate il referendum sulle trivelle e gli interessi della Total?)…

Si tratta di uno scambio di posizioni – di un vero e proprio rovesciamento – che sta tutto dentro la “Stabilità instabile” così come l’ha concettualizzata Musacchio e che spiega in buona misura il fortissimo disorientamento che caratterizza la situazione attuale. La difficoltà a collocarsi, a formulare giudizi, a usare lo stesso consueto linguaggio e i consolidati “punti cardinali” (l’impressione di confusione e di caos che domina l’agire politico). A cui va aggiunto un altro sintomo, se così vogliamo chiamarlo. O un altro pezzo di fenomenologia del presente che accentua ulteriormente, se possibile, lo spaesamento. Ed è quello che chiamerei “lo spirito gregario delle èlites”. La loro (relativamente nuova) vocazione al mimetismo. O all’assunzione di uno stile “plebeo”. L’espressione “spirito gregario” era stata coniata all’inizio dell’altro secolo dei cosiddetti “Teorici dell’élite” che l’avevano però usata con riferimento alle masse: Roberto Michels, nella sua Sociologia del partito politici, nel 1911, aveva parlato appunto di “spirito gregario delle masse” a proposito della istintiva tendenza dei militanti e dei simpatizzanti del primo partito di massa nato in Europa, l’SPD, a delegare le decisioni e l’attività del partito a ristretti gruppi dirigenti (quella che lui chiamava leadership e che costituiva appunto un’élite governante) sia perché così veniva comodo (non tutti potevano dedicare la maggior parte del proprio tempo alla politica), sia per una sorta di naturale bisogno e piacere a essere comandati e diretti, sollevati dalle responsabilità, protetti da leader virili e decisionisti… L’onda lunga di quello “spirito gregario” la si vedrà, pochi decenni dopo, nell’esperienza tragica delle dittature totalitarie e nei diversi culti della personalità (di destra e si sinistra). Oggi sembra di assistere invece a un fenomeno simile ma rovesciato: a una sorta di mimetismo dei leader rispetto alle nuove folle (o alle nuove plebi), di cui si imitano linguaggi, gesti, atteggiamenti… Semplificazioni e trivialità. Luoghi comuni e banalità, in una rincorsa verso “il basso” nella gara a chi sembra più simile ai più rozzi dei propri potenziali elettori. Matteo Renzi è un campione in questo sport (le maniche di camicia come divisa, l’Iphone sempre in mano come uno studente medio coatto, la battuta insistita quasi come le barzellette osée di Berlusconi e, naturalmente, il taglio della sua campagna referendaria per il sì con gli argomenti più vieti come i soldi risparmiati col nuovo senato…). Ma Manuel Valls non scherza. E gli stessi compassatissimi inglesi, Cameron in testa per non parlare di Boris Johnson ma anche a suo tempo di Tony Blair, hanno offerto un bel repertorio di esempi (solo Jeremy Corbyn spicca, all’inverso, per stile alto e rigore di linguaggio e di atteggiamento)…

E’ appunto lo “spirito gregario delle élites” in un’epoca in cui chi sta “in alto” in modo visibile, per servire meglio chi sta ancora più in alto di lui ma, per così dire, “fuori vista”, deve mimetizzarsi e fingere di omologarsi con chi sta “in basso”: un’élite (un “ceto” per meglio dire) costretta a obbedire a padroni esigenti e a farsi interprete di interessi anti-popolari, deve fingersi popolo (o in qualche misura popolare) per farsi obbedire dai destinatari finali di quegli ordini indigeribili. Anche questo è un modo di manifestarsi di quella “STABILITA’ INSTABILE” di cui ha parlato Musacchio, e del frequente rovesciarsi e scambiarsi delle parti tra ALTO e BASSO di cui si parlava prima.

 

Che fare, dunque? (solo qualche spunto per la discussione) …

  1. Usare il Referendum per fare chiarezza su chi vuole cosa e perché (“Loro votano sì – NOI… NO”). Che cosa c’è dietro la Riforma, quali poteri, quali interessi, quale Europa (quella che ha prodotto il disastro attuale) e sul fatto che una vittoria del NO riaprirà i giochi, qui in Italia e anche, forse soprattutto, in Europa (non per niente gli oligarchi europei sostengono il Si).
  2. Essere consapevoli per una fase – non sappiamo quanto lunga – i 5Stelle saranno l’unica realtà in campo in grado di complicare i progetti di sia pur relativa stabilizzazione autoritaria.
  3. Non lasciarci impaniare nella rete di progetti spirati – quello di Sinistra italiana in primo luogo, con quello che resta di Sel che offre uno spettacolo miserando (pensiamo alla regressione di Pisapia, alla recentissima uscita di Zedda sulle Olimpiadi, alle figuracce quasi quotidiane di questo o quel parlamentare eletto nella lista di Sel… Tenerci alla larga dalla stagione dei Congressi…
  4. Lavorare a una “mossa del cavallo”. Su questo rinvio all’intervento di Massimo, che è particolarmente incentrato sul tema. Vorrei però accennare a qualche rudimento di tecnica scacchistica elementare (mi scuso con gli esperti). La “mossa del Cavallo” – evocata per la prima volta in politica da Vittorio Foa all’inizio degli anni ’90 per tutt’altro progetto – viene solitamente confrontata (e contrapposta) alla “mossa della Torre”. Questo pezzo infatti muone per linee rette perpendicolari – non conosce la linea obliqua e se incontra un ostacolo o si ferma o lo abbatte… Il cavallo invece muove “per salti” (due caselle avanti e una di lato – o una di lato e due avanti) e può scavalcare un altro pezzo messo in mezzo. Per questo è particolarmente utile nel cosiddetto “centro di partita”, quando ci sono ancora molti pezzi sulla scacchiera ed è importante controllare le caselle centrali (ogni cavallo può raggiungere ben 8 caselle dalla propria posizione). La Torre invece è utile nel cosiddetto “finale di partita”, quando il campo è libero e si può correre per linee orizzontali o verticali… Il pedone, invece, è utilissimo nelle aperture, quando bisogna impegnare gli spazi e spezzare le linee di movimento dell’avversario (per questo non assimilerei le nostre “Città in comune”, che sono uno dei pochi aspetti positivi della fase attuale, alla mossa del Cavallo, ma le considererei un possibile esempio di mossa del pedone, nel senso più nobile che questa assume nei manuali di scacchistica). Quando noi parliamo invece di “mossa del Cavallo” da inventarci per i prossimi mesi, in particolare per il dopo-Referendum e in vista delle prossime elezioni politiche, dovremmo pensare a qualcosa che sparigli le carte. Che costituisca in qualche modo una “sorpresa”, come lo era stata appunto la decisione alla fine del 2013 di lanciare la lista “per Tsipras”, con tutto quello che significava il riferimento a un volto forte e nuovo, inaspettato, di livello non nazionale ma europeo…
  1. Scusate, dimenticavo… Sempre i manuali di scacchi, ragionando sul valore dei vari pezzi, dopo aver dato al cavallo quel che è del cavallo, mettono però in guardia sul fatto che, nel “finale di partita”, se si rimane con solo due pezzi e se – oltre al Re – il secondo è il Cavallo, non si può chiudere. È impossibile lo scacco matto. Se invece è una Torre, e si è buoni giocatori, si può vincere. Voglio dire, fuor di metafora, che se la partita politica può accontentarsi di armi leggere, per intervenire sul livello che in ultima istanza conta, sul sociale – cioè per lavorare sullo sfarinato agglomerato che occupa la parte bassa del campo per tentare un qualche tipo di ricomposizione – servono pezzi ben più pesanti, e un lavoro di più lunga durata. Servono, appunto, le Torri…
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