Giulia Rodano- intervento

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Firenze 18 settembre 2016- dibattito del mattino

Marco Revelli e Roberto Musacchio hanno incentrato la loro riflessione sulla incapacità della sinistra di dare parole alla crisi drammatica che stiamo vivendo e alla centralità che in questa crisi e anche in questa afasia della sinistra ha il tema della immigrazione.

Penso che nell’incrocio di queste due parole stia forse una traccia della ricerca e del cammino che dobbiamo compiere. Non può non angosciare la consapevolezza della incapacità della sinistra e della sua stessa impossibilità come parola di esprimere speranza e offrire vie di uscita.

Sto cercando di interrogarmi sul perché, a differenza per esempio del socialismo reale e delle stesse esperienze socialdemocratiche, il liberismo reale , quello che conosciamo e che si è dispiegato in questi ultimi 30 anni, di fronte al fallimento delle sue stesse promesse, di fronte all’accavallarsi sempre più drammatico di instabilità politica, impoverimento crescente, guerra, devastazione ambientale, non sembrerebbe almeno in Europa incorrere in una simile prospettiva e i tentativi di cambiamento rischiano di venire repressi, mentre le rivolte sembrano impotenti.

Una ipotesi di ricerca è quella che continuamente ripete in questi mesi Papa Bergoglio. E’ una suggestione a cui sono sensibile e che mi fa riflettere e che d’altra parte riecheggia tanta parte della denuncia dei tanti movimenti antiglobalizzazione, in particolare dell’America latina.

Lo sviluppo neoliberista non produce soltanto oppressi. Produce scartati. Milioni di persone sono non solo ridotte in povertà, ma private del lavoro, del reddito, della dignità, della speranza. Sono lo scarto del sistema e tali si sentono e come tali si percepiscono, andando ad ingrossare le tante periferie geografiche, sociali e culturali del nostro pianeta.

Anche in Europa stanno crescendo le periferie, dentro il nostro ricco continente.

È per impedire che dagli scartati emerga una alternativa, che lo scarto si trasformi in opposizione, che sono organici alle politiche liberiste la riduzione della democrazia, l’eliminazione dei corpi intermedi, la distruzione dei sindacati, l’attacco alle costituzioni antifasciste e progressive come quella italiana.

Gli scartati devono essere e soprattutto sentirsi impotenti.

E in questi anni ha proceduto, anche al di là della nostra stessa percezione, un vero e proprio processo di restrizione autoritaria dei poteri democratici e si è via via sottoposto e sottomesso il potere democratico, eletto, alla dittatura delle tecnocrazie orientate dai poteri economici.

L’obiettivo è impedire che i molti possano insieme mettere in discussione le scelte dei pochi.

In Italia ne abbiamo esempi continui: dal potere della burocrazia del MEF sulle autonomia locali e in genere sulla spesa pubblica, alla crescita di poteri come l’Autorità anticorruzione di Cantone, per non parlare naturalmente delle burocrazie finanziarie europee, quelle stesse che invocano il pilota automatico, contro le turbolenze che l’espressione democratica della volontà dei molti può provocare.

L’unico vero impaccio, quello che sta mettendo in discussione l’Europa liberista e con essa rischio di mettere in crisi l’intera costruzione europea, è la migrazione di centinaia di migliaia di esseri umani, migrazione che contemporaneamente denuncia la tragica disuguaglianza esistente nel mondo e la altrettanto tragica incapacità dell’Europa di affrontarla.

Ma anche la sinistra non è in grado di affrontarla e l’unica risposta che si dà ai migranti è quella del contenimento e del respingimento, più o meno accentuato, più o meno feroce.

Sta passando, senza reazione vera, la divisione tra i poveri, lo scatenare della rabbia degli scartati contro gli immigrati che vengono a contendere le briciole che a malapena cadono dalla mensa dei poteri economici e finanziari.

Noi dobbiamo credo assumere con rigore e coerenza il punto di vista degli scartati. Esattamente al contrario del processo che ha portato i socialisti europei ad abbandonare il punto di vista dei lavoratori ed ad accettare scelte, valori e persino filosofia di vita dei neoliberisti.

Non esiste possibilità di accoglienza e integrazione dei migranti, non esiste possibilità di affrontare la grande contraddizione della disuguaglianza crescente del nostro secolo, senza costruire le condizioni per ridurre le disuguaglianze tra i cittadini europei e non esiste possibilità di combattere le ingiustizie interne all’Europa senza cambiare profondamente le politiche europee, le stesse politiche che impongono oggi i respingimenti e le chiusure verso i migranti.

Mentre i poteri europei giocano sulla divisione e contrapposizione tra i poveri e gli scartati, noi dobbiamo puntare sulla loro alleanza contro le politiche liberiste, contro le idee, l’immaginario, la cultura che le sostiene.

Assumere un punto di vista simile, non solo dal punto di vista delle politiche, ma dei soggetti che le incarnano e ne sono vittime, richiede e consente di articolare la nostra azione in campagne, obiettivi, battaglie locali e nazionali, ma di avere una lettura comune e unitaria.

Concordo con Revelli e con gli altri che hanno sostenuto che la costruzione del soggetto unitario e nazionale non sembra all’ordine del giorno delle cose possibili a breve, ma rimane certamente all’ordine del giorno delle cose necessarie il più presto possibile.

Anche la difficoltà dei 5Stelle che si scontrano non solo con la durezza del governo, non solo con le ambiguità dei loro riferimenti sociali e del loro messaggio politico, ma anche con una realtà che è già, in una qualche misura, diventata autoritaria e tecnocratica nei confronti dei poteri locali, ci dicono che l’esigenza di un soggetto nuovo, non so se più o meno tradizionalmente di sinistra, ma certo non ambiguo nella scelta del punto di vista e dei soggetti di riferimento, è questione su cui dobbiamo continuare a lavorare.

Non so come si svilupperà la situazione, quale sarà l’orientamento delle forze della sinistra, cosa produrranno i loro congressi, cosa succederà con e dopo il referendum.

Tuttavia abbiamo qualche elemento su cui lavorare. E uno di questi è costituito dalle città in cui, in occasione del voto, si sono costituite liste unitarie, che in condizioni praticamente impossibili, hanno persino ottenuto dei risultati. Queste liste, almeno nella mia esperienza, hanno comunque determinato elaborazione di contenuti, costruzione di relazioni, e hanno spesso eletto consiglieri. Sono una realtà unitaria che non dobbiamo lasciare morire e dalla quale, anche senza illuderci che possa alimentare chissà quale processo, possiamo invece alimentare esperienze che aiutino la prospettiva di alternativa a radicarsi e che possono diventare protagoniste di campagne e battaglie che consentano agli elettori di identificarci e riconoscerci.

Tutto possiamo fare, tranne che ricominciare da zero.

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