Corrado Oddi- contributo al dibattito

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Firenze 18 settembre- Quella che segue è semplicemente una scaletta di argomenti, che ho posto al centro del mio intervento nella discussione seminariale di Altra Europa svoltasi a Firenze domenica 18 settembre.

Sto allo spirito della discussione che vuole essere, come ci siamo detti, aperta e libera. In sintesi, la mia opinione è che serva lavorare almeno su 4 questioni, e che qui va collocato il ruolo che possono avere Altra Europa e altri soggetti per far avanzare i nostri obiettivi.

  • La prima è che siamo nel vivo della battaglia referendaria per il NO alla deforma costituzionale a cui seguirà, se non ci saranno sconvolgimenti, ad oggi imprevedibili, del quadro politico, la stagione referendaria sul lavoro e, si spera, sulla scuola. A me pare che dovremo caratterizzare il nostro NO, oltre che come “NO europeo”, come è stato detto, a partire dal fatto che sono i poteri forti e la finanza – vedi JP Morgan- che, in primo luogo, reclamano lo stravolgimento del dettato costituzionale e che, al di là degli aspetti formali,la riduzione degli spazi democratici e la subordinazione del Parlamento al potere esecutivo sono funzionali all’attacco portato avanti nei confronti dei diritti fondamentali, sanciti nella I parte della Costituzione. In questo va visto e fatto emergere il nesso con la successiva vicenda referendaria sul lavoro ( e la scuola), come due lati della stessa medaglia.
  • Ritengo sempre più urgente provare a dedicarsi a ricostruire una nostra visione compiuta del mondo, un pensiero che fornisca una chiave di lettura dei processi in atto e sia strumento di una critica forte dell’esistente. Non mi pare un’esigenza astratta o intellettualistica, ma una questione politica di prima grandezza. Non si dà possibilità di trasformazione radicale dell’esistente senza avere anche un pensiero ben strutturato. Del resto, il Novecento si è concluso anche con il fatto che le grandi idee di rottura e trasformazione sociale del secolo, pur nella loro diversità, quella comunista e quella del compromesso socialdemocratico, hanno sostanzialmente esaurito la loro funzione di traino e mobilitazione, sia dal punto di vista della comprensione del mondo che da quello del suo cambiamento radicale. Ovviamente, quest’operazione richiede tempi medio-lunghi, anche se possiamo avvalerci di parecchio materiale già prodotto, ma ciò, per dirla a mo’di battuta, che poi non la è, non può che avvenire se non con la costruzione di una soggettività che sappia essere e lavorare come “intellettuale organico collettivo”. Per esemplificare ricorro a due immagini molto diverse tra loro, ma che ci possono dare un’idea della necessità di quest’impegno. Mi chiedo quanto un ragazzo di venti anni ha strumenti e chiavi di lettura adeguati per capire cosa sta realmente succedendo in Medio Oriente, oppure – complice qualche lettura estiva- mi viene da pensare all’impresa che diversi “pazzi torinesi”, agli inizi degli anni ’60, nel pieno del boom economico, e in un contesto egemonizzato dall’idea che ormai la classe operaia si era “integrata” e i “vecchi migranti” meridionali che arrivavano nelle aree industriali del Nord erano privi di “coscienza di classe”, mettevano in campo tornando a studiare le trasformazioni tecnologiche delle fabbriche e la soggettività operaia. Forse dovremmo costruire qualcosa di analogo, ovviamente avendo presente che sono cambiati i luoghi dello sfruttamento ( meglio sarebbe dire della mercificazione) e i soggetti che ne sono investiti. Assumendo, come diceva Marco Revelli stamattina, il punto di vista dei “vinti”, ragionando su chi sono, dove e come vivono e come è possibile entrare in relazione con loro.
  • Occorre anche stare dentro i luoghi del conflitto e della possibilità della proposta alternativa. In questo senso, anch’io considero importante l’esperienza che è in corso delle “città ribelli e alternative” e il tentativo di connetterle tra loro. In primo luogo, perché è proprio nelle città e nei territori dove più si evidenziano le contraddizioni che scaturiscono dalla crisi, dove più forte è la “solitudine competitiva” in cui sono costrette le persone di fronte alla potenza del mercato, ma dove, contemporaneamente, maggiormente emerge il conflitto ed è possibile ricostruire nuovi legami sociali. A patto di non intendere questo terreno semplicemente come sommatoria di liste ed esperienze elettorali, ma, invece, luogo politico in cui si ragiona e si promuove il conflitto sociale, la capacità di proposta alternativa e di nuova rappresentanza.
  • Poi, rimane anche il tema di una ricomposizione politica dei soggetti che lavorano per l’alternativa al neoliberismo e al PD, avendo come prospettiva quella della costruzione di una nuova soggettività politica nazionale. Su questo punto, peraltro, non solo non si possono ripercorrere strade che non hanno dato i risultati sperati, ma si tratta di avere la consapevolezza che tale processo dovrà essere realmente innovativo, assolutamente impraticabile se concepito come pura aggregazione delle forze esistenti e che, soprattutto, non si presenta come sbocco immediato o comunque ravvicinato. E, anzi, potrà essere posto all’ordine del giorno solo una volta che i percorsi prima delineati abbiano già compiuto un buon tratto di strada.
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