La morte di Ermanno Rea

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Le compagne e i compagni dell’Altra Europa con Tsipras partecipano commossi al dolore che ha colpito la sinistra italiana per la morte di Ermanno Rea. Di lui ricordiamo l’impegno militante, prima da comunista non allineato, poi a sostegno delle motivazioni di una sinistra critica e ragionante.I suoi scritti sulle vicende del PCI napoletano si intrecciano con quelli che leggono la storia della città, del mezzogiorno, della sua deindustrializzazione. Di Rea va altresì ricordata la attenzione puntuale nei confronti di una altra figura “anomala” della storia della sinistra italiana, l’economista Federico Caffè.
Insieme al ricordo la espressione della gratitudine per il contributo e gli insegnamenti che ci sono stati trasmessi nel corso della campagna elettorale per il Parlamento Europeo del 2014 che vide Ermanno Rea capeggiare la lista nella circoscrizione meridionale. E con il racconto che scrisse per la campagna elettorale, all’interno dell’antologia di racconti “Avviso ai naviganti” che segue.

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Nove anni a Louvain

di Ermanno Rea

Luisa, amore mio, perdonami se scrivo, seppure in breve, la storia della tua vita, se rivelo dettagli che, ne sono sicuro, tu preferiresti che restassero riservati. Ma io, essendo tuo padre, sono indotto a disporne quasi come “roba” mia, pur sapendo benissimo che le cose non stanno affatto così. D’altronde, è una storia bella, perché non raccontarla? Bella e complessa, anzi difficile. Soprattutto agli inizi.

Infatti, del tutto inspiegabilmente, tu mi nascesti cattolica fervente (e quando dico fervente dico proprio fervente). Per colpa dell’ambiente familiare? Macché. Non ebbe responsabilità di sorta riguardo a questa tua morbosa preferenza, tanto è vero che perfino nonna Anita, che pure credeva in Dio e di tanto in tanto si faceva il segno della croce, poteva essere annoverata tra gli spiriti dotati di pratica laicità. Insomma era una donna aliena da ogni accanita osservanza della precettistica di santa romana

Tu invece credevi nell’aldilà con tutte le tue forze (stavo per dire disperatamente). Non ammettevi di poter perdere neppure una messa domenicale, ovunque ti trovassi, costringendo noi genitori – il giorno in cui andammo in vacanza tra le montagne iugoslave – a rocambolesche ricerche di un tempio di rito romano onde placare la tua mistica ansia di congiungerti con il tuo Dio nel luogo e nei modi prescritti.

Passarono gli anni ma la tua fede non scolorì. Anzi crebbe fino a raggiungere una temperatura francamente preoccupante, provocando, in più occasioni, veri e propri momenti «bellici» in ambito familiare. Soprattutto tra te, irriducibile a ogni trasgressione dal tuo grigio e castigatissimo vestire, e tua madre che invece avrebbe voluto vederti agghindata con nastri tra i capelli, le labbra velate di rosso, una sgargiante minigonna incollata ai fianchi.

Io cercavo di restare neutrale in questa guerra al femminile. Soltanto un po’ preoccupato, forse, per quel tuo eccessivo disapprovare la frivolezza delle tue coetanee, la loro ansia di esperienze sentimentali, il loro inseguire idoli «futili». Dicevi più o meno così, ma senza supponenza, anzi quasi con rammarico, come se quel tuo difforme sentire, quel diverso comportarti rispetto alle coetanee fosse più che altro una tua lacuna, un tuo umano deficit.

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Com’era inevitabile, a lungo andare, tua madre finì in preda all’angoscia e alla paura. Mica vorrà farsi suora?, mi chiese un giorno quasi in lacrime. Mica se ne vorrà andare missionaria in qualche terra di lebbrosi e di serpenti?

Cercai di rassicurarla: vedrai, passerà, quella ragazza ha sale nella zucca.

Non lo dicevo tanto per dire: ho sempre avuto una grande considerazione della tua intelligenza. E anche del tuo equilibrio. Naturalmente ti osservavo a mia volta con attenzione, preferendo però registrare più i lati positivi della tua personalità che non le tue presunte «anomalie». Restavo immancabilmente colpito dai tuoi giudizi sempre penetranti, dalla tua tendenza a mettere in risalto gli aspetti più in ombra delle questioni, ad addentrarti negli interstizi inesplorati di certe controversie.

Ricordo per esempio quando cominciasti a incuriosirti e perfino a schierarti dalla parte, se non di tutti, almeno di uno degli accusatori di Socrate, di quel Meleto rimasto noto come “poeta mediocre”. Ma per te Meleto era più che altro uno strumento della tua immaginazione creativa; un’astuzia dell’intelligenza alla ricerca di eventuali punti deboli nel pensiero del padre della maieutica; il pretesto, ai confini tra gioco e non gioco, per uno scandaglio nelle tenebre dell’animo umano. Il «mediocre poeta» ti faceva inorridire e ti affascinava nello stesso tempo.

All’università (la Cattolica di Milano) ti iscrivesti a filosofia. Avevi imparato da tempo a coniugare attività speculativa e spiritualità, anche grazie a quella pratica interreligiosa, nuovo approdo della tua inquieta vicenda interiore, che aveva reso questa spiritualità tanto più ricca e accogliente.

Come andavi orgogliosa di quella scoperta. Anzi, di quella svolta. Siamo tutti a bordo della stessa nave, dicevi con gli occhi che ti scintillavano dalla gioia, valdesi, avventisti, ebrei, musulmani, ortodossi, cattolici … siamo tutti “pezzi” di una variopinta scacchiera in cui Dio si rispecchia in maniera imparziale, senza identificarsi con nessuno in particolare, ma con tutti contemporaneamente.

Ti laureasti con una tesi su un pensatore ebreo, Emmanuel Lévinas. La vivesti come un omaggio a un testimone non certo indifferente delle tragedie novecentesche vissute dalla discendenza di Abramo. Risultato: centodieci e lode, le congratulazioni della commissione di esame e un assegno di dodici milioni di lire da parte dell’università come viatico per un’esperienza post-laurea da effettuare in Belgio, presso l’ateneo di Louvain-la-Neuve, altro baluardo del cattolicesimo universitario europeo.

Chi la dimenticherà più Louvain-la-Neuve con le sue palazzine di mattoni rossi tutte eguali, figlie di un compasso incapace di qualunque trasgressione? E’ un centro universitario quasi nuovo di zecca, creato a tavolino in territorio francofono, a differenza dell’altra Louvain, anzi Leuven, non molto distante, che è fiamminga, ha non so quanti secoli di storia alle spalle ed è tanto più bella e sontuosa. Pazienza. In compenso la gioventù che popola la Louvain francofona è un variopinto spettacolo che non parla soltanto agli occhi ma anche al cuore e alla ragione, ipotesi vivente di una Europa diversa, che oggi non c’è, ma che potrebbe sorgere, un giorno, proprio a immagine e somiglianza di questa straordinaria cittadina belga.

Dimmi, Luisa, fu quella strabocchevole folla di ragazzi provenienti da ogni parte del mondo – africani, asiatici, sudamericani, europei, australiani, canadesi – tutti armati di sorrisi smaglianti e di tanta voglia di fondersi tra loro gettando il cuore oltre le differenze, a provocare il tuo primo sobbalzo autocritico, quel moto destinato a produrre tante trasformazioni dentro di te negli anni successivi? Fu questa Europa delle meraviglie a generare il miracolo? Intendo il tuo miracolo, Luisa. Rimanesti incatenata a Louvain-la-Neuve nove anni filati, tanti quanti suppongo ne occorrano a chiunque per rinascere a nuova vita, per scoprire che la virtù è una scelta e non un comandamento, che non c’è altro dio al di fuori della propria coscienza e la laicità, anzi il laicismo, può essere altrettanto e perfino più appassionato di una fede.

Non è facile racchiudere in poche righe un travaglio lungo nove anni. So ben’io quanto ti costò attraversare il tuo deserto, cercare te stessa. Ma alla fine ci riuscisti, arrivasti in porto. Ricordo con infinita commozione la tua faccia sorridente, distesa, i tuoi occhi sgranati in cui si rifletteva la consapevolezza di una passione tutt’altro che smarrita, ma soltanto liberata da ogni sovrastruttura trascendente. Ho perduto per strada l’ontologia, mi dicesti ridendo, però conservo intatto, anzi più furioso che mai, l’amore per gli altri, per il mondo intero.

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Oggi, Luisa, sei diventata titolare di una cattedra universitaria. In Brasile, a Sao Francisco do Conde, nello stato di Baia. Non desideravi che questo, con tutta te stessa (salvo il rammarico per la lontananza da me e da tua madre, va da sé). Non desideravi altro che misurarti con un’esperienza «grandiosa», pionieristica, nel cuore di quello sterminato laboratorio antropologico che è la società sudamericana.

Giorni fa, conversando via computer, mi hai detto spiritosamente che a Sao Francisco do Conde non ci sono né lebbrosi né serpenti, bensì un Brasile impaziente di crescere. Volevi dire che l’Europa è vecchia e stanca? Credo che volessi dire proprio questo.

Lo penso anch’io. Ed è anche per questo motivo (oltre che per il mio egoismo di padre) che spero in un tuo rientro europeo, un giorno non troppo lontano: per dare una mano a liberare dai suoi egoismi questo nostro continente così pervicacemente conservatore.

 

 

 

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