Dopo il voto amministrativo

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ROMA 9 LUGLIO 2016- Ringrazio di cuore Adriano, Fabio e Sandro, che hanno voluto e organizzato questo incontro, importante, perché esprime la volontà di non disperdere le “esperienze nelle città” – come ha detto Adriano – e insieme di affermare “un modo di stare insieme”. Col suo solo esserci, questa sala rende visibile – fisicamente visibile – il prodotto del nostro lavoro nelle elezioni di giugno. E’ la prova della nostra esistenza.

Voglio prendere anche molto sul serio quanto è stato detto in apertura sia da Fabio, che ci ha invitato a un confronto “in maniera non formale”, sia da Sandro che ci ha chiesto di bandire diplomazie e ipocrisie per – soprattutto – parlarci chiaro, perché non sono più tempi di cautele e reticenze quando si discute su “come si pensi – e se si pensi – di andare avanti”.

E allora, in questo spirito, vorrei dire un paio di cose con franchezza, anche a costo di essere sgradevole. Anzi, vorrei cominciare proprio dalla più sgradevole, e fare un piccolo passo indietro nella nostra storia (meglio, nella nostra cronaca) a quel maledetto novembre, quando il cosiddetto “processo costituente” a cui si lavorava da un anno si è infranto malamente. Lo faccio non per il gusto di rivangare il passato. E per alzare l’indice nell’antipatico “l’avevamo detto”, ma perché sono convinto che il non detto fa male, marcisce dentro e produce tossine. E che la rimozione, come diceva Freud, produce alla fine nevrosi e patologie psichiche gravi. Ebbene, il 30 novembre – subito dopo la penultima riunione del cosiddetto “gruppo di contatto”, finita con gli stracci che volavano, scrissi – a nome de L’Altra Europa – una lettera personale a Stefano Fassina, Paolo Ferrero, Andrea Ranieri, Claudio Riccio – le persone cioè che portavano la responsabilità personale, col proprio agire, dei possibili esiti di quel “tavolo” -, in cui lamentavo il confronto “tra sordi” svoltosi in quella riunione, e la portata della grave rottura consumatasi e dalla cancellazione dell’”evento” che avrebbe dovuto dar inizio al processo costituente già annunciato per gennaio, con queste parole:

“Spero che nessuno di voi si illuda di poter sopravvivere politicamente a una tale caduta. L’ho detto in riunione e lo ripeto più a freddo: separati, nessuno di noi andrebbe oltre l’irrilevanza politica. In un contesto di competizione a sinistra, non ci sarebbe speranza di vita per nessuno. Credi davvero Nicola che Sel, pur con l’accorgimento, magari, di sciogliersi per rinascere il giorno dopo come Sinistra italiana andrebbe oltre il tre per cento (i sondaggi già oggi la danno al 3,5, e gode ancora dell’alone d’immagine del “processo unitario”)? Con Civati e Rifondazione allo 0,5, o magari meno? Con l’immagine atroce di un’accozzaglia di residui che finiscono, leticandosi, in una sorta di “bed company” della politica, somma di tutte le proprie sofferenze e fallimenti, secondo l’immagine che un caro amico, che ci conosce tutti molto bene, e da vicino, ferocemente ha suggerito. E credete di poter “gestire” il contraccolpo emotivo e non solo, tra i tanti (ma forse non sono più così tanti, dopo che li abbiamo estenuati per mesi) e comunque i non ancora pochissimi che attendevano un nuovo inizio, con l’apertura di un processo costituente in grado di attrarre energie nuove – per dirla con Gobetti – e che invece si troveranno davanti il peggiore spettacolo dell’eterno ritorno dei vizi della sinistra a sinistra.”

Alla fine la lettera concludeva:

“Fuori c’è un mondo che va a rotoli. Giorno dopo giorno si paga l’assenza o l’insufficienza di una forza in politica, che ci permetta di “restare umani”. Ci sono la guerra, i migranti, le stragi, l’abbandono dei diritti dell’uomo nella città che li ha proclamati, l’Europa che va in pezzi, le socialdemocrazie che collassano, la Costituzione devastata…., e noi ci accapigliamo per una parola? Nessuno di noi sopravvivrebbe per un’ora alla discussione in pubblico di ciò che abbiamo combinato in quella stanza. Per questo vi prego, per favore, riparlatevi e provate a salvarvi.”

Nessuno si è riparlato. E nessuno si è salvato.

E vengo alla seconda questione. Cioè alla riflessione sul voto alle amministrative di giugno. Voglio dire subito che se è vero che abbiamo affermato la nostra esistenza, non abbiamo però fugato il dubbio sulla nostra irrilevanza”. I risultati di questa campagna elettorale sono stati, nel loro complesso, al di sotto delle necessità e delle esigenze. Sono, è vero, risultati in qualche misura eterogenei, migliori nelle città medie e nei comuni piccoli, in qualcuno dei quali abbiamo anche registrato significativi successi, assai meno buoni nelle grandi città. In alcune di queste si è lavorato molto bene, come a Roma, dove il percorso e il confronto politico sono stati intensi e non formali, con un’indubbia crescita della consapevolezza collettiva, o come a Torino, dove si erano create per certi versi le condizioni ideali di unità e affiatamento, e dove c’era fin da subito un candidato forte, per storia e discorso, come Giorgio Airaudo. In altre, come a Milano, si è lavorato male – dobbiamo dircelo, senza fare processi ma neanche senza nasconderci i problemi -, per le divisioni, le defezioni e i ritiri iniziali, per un eccesso (diventato via via stucchevole) di diplomazia formale, infine per la subalternità sostanziale di fronte a un confronto tra due cloni, a dimostrazione dell’arretratezza politica del quadro milanese complessivo e dell’esito fallimentare della cosiddetta “eredità Pisapia” (un mandato che si conclude con quell’alternativa misera e quella passività sociale non può essere considerato che un fallimento). Ma in ogni caso non si è andato oltre a valori percentuali che non superano, se non a Bologna, il 4 percento (fa eccezione Napoli dove la presenza di una leadership pigliatutto ha aperto la strada all’alternativa e ci ha permesso di restare in scia).

Sono risultati al di sotto del “minimo sindacale”. Che ci impongono, se vogliamo sfuggire alla maledizione dell’irrilevanza, di “cambiare pelle”, come ha ben detto Sandro Medici nella sua bella introduzione: di “prenderla a spallate questa strettoia”. Rifiutando fin da ora, senza se e senza ma, la tentazione di “consolidare l’esistente”. Di continuare a rimescolare e ricombinare “quel che c’è”, accontentandoci di “quel che siamo”. E decidendo una buona volta di “acquistare [sul serio!]un’altra forma” in grado di rimettere in gioco i nostri contenuti. E a sua volta di riverificare i nostri contenuti alla luce dei principii, da una parte, e del contesto, dall’altra: cioè del corso che ha preso la nostra società, in primo luogo, ma soprattutto della deriva che hanno assunto le società occidentali nel loro complesso in questo vero secular devide, “cambio di secolo” in cui tutto, ma veramente tutto, sembra non rispettare più il vecchio ordine (“time is out of joint” direbbe Amleto). Questo per dire che più che un’”analisi del voto” dovremmo tentare un’”analisi del mondo”. O, per fermarci ai compiti di oggi, del rapporto tra voto (che non intercettiamo più) e mondo (che non comprendiamo più)…

Prendiamo ad esempio il caso di Torino. Qui il voto in generale ci offre l’immagine di un “mondo alla rovescia” se confrontato con quello che in questa stessa città accadeva appena qualche lustro fa, o qualche decennio, quando la topografia elettorale ripercorreva una sorta di geografia politica e sociale con il Pci prima (che in questa città ha radici fondamentali) e poi le sue più o meno spurie discendenze ben insediati nelle “barriere operaie” (Barriera di Milano, Borgo San Paolo, Mirafiori sud e nord…) e il centro borghese ben allineato al centro (sono le “due città” di cui aveva parlato su La rivoluzione liberale Carlo Levi). Nel voto di giugno quella geografia è capovolta: se si guarda la mappa della città con i suoi 919 seggi si può notare come il Pd con il suo candidato “sicuro” Piero Fassino abbia prevalso al ballottaggio in una sola delle 7 circoscrizioni – a Crocetta-Centro, l’equivalente dei Parioli a Roma – mentre appena si esce dal cerchio centrale dei quartieri del privilegio incomincia a prevalere l’outsider assoluta Chiara Appendino, prima di non molto (55 a 45%) poi sempre più nettamente mentre ci procede verso le periferie per giungere negli antichi quartieri proletari (Vallette,  Falchera, Mirafiori nord…) a percentuali che sfiorano il 70%. Un voto più “geografico” che politico, si direbbe. Ma il fatto per noi sconvolgente è che i nostri risultati, al primo turno, non si sono discostati, nella loro distribuzione territoriale, da quelli del Pd: siamo andati bene dove il Pd ha “tenuto”, siamo andati male o malissimo dove il Pd ha ceduto o ha collassato (cioè abbiamo “tenuto” al centro e alla Crocetta e siamo pressoché scomparsi alle Vallette o alla Falchera). Il che significa che il nostro voto non è visto come “alternativo” al Pd ma in qualche misura “complementare”. Che non intercettiamo il fiume in piena in uscita dal Pd ma tratteniamo qualche residuo del nostro passato contiguo. E soprattutto – ed è questo che vorrei sottolineare – non siamo considerati come alternativi al Pd e al suo degrado, ma come membri di quella stessa famiglia. Parte di quella stessa “sinistra” che agli occhi dell’elettorato ha perduto e ha tradito. Quella che ha tradito per non perdere. E quella che ha perduto per non tradire. Il Pd renziano con i suoi pretoriani e i nuovi arrivisti da una parte, ma anche Chiamparino e Fassino con il loro racconto futuribile sulla Torino che va… E i nostri frammenti, barricati nelle proprie identità ossificate come tante crisalidi, a ripetere un vocabolario ormai fuori corso. Tutti accomunati in un rifiuto sociale prima che politico – in qualche misura “antropologico”, come a dirci che noi siamo della stessa razza, stranieri alle loro periferie e ai loro tormenti.

Una seconda questione riguarda il rapporto tra domanda sociale e offerta politica. E anche in questo caso dobbiamo registrare, non solo qui in Italia, non solo nel voto delle città, una sorta di “fine del mondo”, per dirla con Ernesto De Martino. Lo direi con questa formula: “I bisogni si sono separati dalle culture politiche”. In primis dalla NOSTRA “cultura politica. Non paga più il richiamo alla nostra tradizione: alla tradizione della sinistra novecentesca – socialista e comunista, la tradizione del “movimento operaio” – che voleva appunto le ragioni delle cosiddette “classi subalterne” – dei “lavoratori”, degli strati sociali più sfavoriti – rappresentate naturaliter dai partiti e dai movimenti collocati alla sinistra dello schieramento politico. La sinistra – ciò che ne rimane, ciò che continua a portarne i vecchi nomi, ma anche ciò che si rivendica tale – non è più riconosciuta come portatrice di quel “mandato sociale”. Si è realizzato un radicale DIS-ALLINEAMENTO tra i bisogni sociali dei settori “in sofferenza” e le culture politiche che tradizionalmente li hanno rappresentati e ora si presentano come assimilate al fronte sociale opposto. E’, in qualche modo, il frutto avvelenato del neo-liberismo – del lungo lavoro che il neo-liberismo ha compiuto sul corpo vivo della società, con il lenticolare processo di scomposizione degli aggregati e di individualizzazione; con la colonizzazione dei mondi vitali e dell’immaginario (fino alla manipolazione e al controllo delle stesse passioni, come hanno ben messo in evidenza Paul Ginsborg e Sergio Labate, e al trionfo della più solitaria ed egoistica di tutte, l’amore di sé, il narcisismo). Soprattutto con il passaggio, nell’uso del voto, dalla domanda di Rappresentanza all’esercizio della Vendetta.

E’ in fondo quello il senso del voto per il Brexit della white working class inglese (quel Leave sputato in faccia a tutti gli establishment, di destra sinistra o centro assimilati con l’”alto”). E anche – pur nella differenza abissale di senso e contesto – della moltitudine delle periferie metropolitane romana e soprattutto torinese alle amministrative, un voto privo di domande specifiche, di valutazione dei programmi, focalizzato su un unico messaggio che sembrerebbe dire ancora una volta all’establishment di ogni colore: “dal momento che voi ci avete cancellati dal vostro racconto, noi vi cancelliamo dal nostro voto”… E lo dicono a loro, ma anche a noi che non sembriamo abbastanza “diversi”… E che forse non lo siamo, effettivamente, abbastanza.

Forse anche questo sta dentro a quella forma nuova del conflitto che Luciano Gallino aveva chiamato “la lotta di classe dopo la lotta di classe”, che tutti noi avevamo interpretato come la guerra che chi sta in alto ha dichiarato (e vinto) contro chi sta in basso; di cui avevamo visto abbastanza chiaramente il modus operandi della parte più forte, dei “vincenti” appunto, insomma di chi “sta sopra”, ma di cui ci sfuggiva ciò che succede nella testa e nel sistema di rapporti di chi “sta sotto”. Ebbene, ora forse ce l’abbiamo davanti agli occhi: il leave, così come lo schiaffo di Torino, e di Roma, e di Napoli…, ma forse persino Trump, e gli sputi all’Europa degli oligarchi e dei tecnocrati, e il moltiplicarsi dei tanti “tribuni della plebe” nelle periferie d’Europa, sono tutte insieme, e nella loro eterogeneità, la forma che la lotta di classe dopo la lotta di classe assume sul versante che sta “in basso”. E che noi non sappiamo più non dico rappresentare, ma neppure interpretare e riconoscere…

Per tutte queste ragioni penso davvero che si possa dire che una ripartenza non avverrà da quell’algebra. Da una ricomposizione tardiva dei cocci. Per dirle un po’ trivialmente, “il dentifricio non rientrerà nel tubetto”. Avevamo considerato la confluenza di tutte le componenti della diaspora della sinistra in un unico soggetto unitario come condizione necessaria, anche se non sufficiente, per l’emergere una sinistra capace di trovare ascolto, visibilità, credibilità. Non era quello il vero e proprio “processo costituente” ma, nella nostra visiopne, la precondizione perché quel processo prendesse il via e si svolgesse nel quadro di una partecipazione dal basso ben più ampia, composita, ricca e articolata di quanto non fosse contenuto nelle mura ristrette delle piccole case. Ora dobbiamo constatare che non è più così. Quell’ipotesi è stata bruciata con irresponsabile leggerezza da chi ne aveva la responsabilità. Il ceto politico di quelle sinistre residuali è fin d’ora, e sarà in misura crescente nei prossimi mesi, destinato a essere subalterno al tripolarismo su cui si è strutturato il sistema politico italiano, divisi tra chi (con pragmatismo ottuso ma sul brevissimo periodo operativo) guarderà a un Pd riconquistato a una prospettiva non renziana, giocandosi il NO al referendum costituzionale su questo tavolo, chi al contrario coltiverà l’idea di costituire, direttamente o indirettamente, la “sinistra dei 5Stella, e chi, infine, scommettendo sul fallimento delle amministrazioni penta stellate cova l’illusione che presto i “pargoli ritornino a noi”. Tre ipotesi fallimentari, come quella di quanti – ce ne sono ancora – pratica con masochistica ostinazione la propria vocazione testimoniale.

Credo che da tutto questo dovremo tenerci attentamente alla larga. E che non potremo che ripartire dalle esperienze vissute (quelle che oggi qui prendono la parola): Da chi c’è e da cosa fa, a prescindere dalle collocazioni. E dalle contorsioni dei diversi spezzoni. L’autunno sarà una stagione di Congressi: personalmente – lo dico fin d’ora – non dedicherò un solo minuto del mio tempo alle vicende di quell’arcipelago. Guarderò, con distaccata attenzione, perché lì, sparsi trasversalmente, ci sono compagne e compagni eccellenti. Ma le dinamiche di quel tipo no, le considero stanchi rituali fuori dal tempo. E piuttosto, il tempo che mi rimane, lo dedicherò alla battaglia Referendaria, in particolare a quella più immediata e politicamente determinante, sulla deforma costituzionale, rispetto alla quale credo che sarebbe bene chiedere alle piccole formazioni di non partecipare in quanto tali, con sigle e bandiere, ma di sciogliersi in un movimento più ampio e sicuramente più credibile (e comunque meno respingente: quei simboli di partito temo che finirebbero per avere lo stesso effetti repellente della faccia di Dalema).

Quanto alla più “lunga durata” credo che dovremo riflettere a lungo sulla questione dello spazio di riferimento, in particolare sullo spazio europeo, di questa Unione europea in rapida disgregazione ma, proprio per questo, nello spazio che difinisce, divenuta il più politico di tutti i terreni. Quello in cui veramente il ruolo costituente dei diversi soggetti assume oggi una posizione centrale, rendendo la nostra scelta di lanciare l’adesione individuale e collettiva al Partito della sinistra europea quanto mai lungimirante, nella fase in cui, al contrario, lo spazio nazionale (lo dico in particolare a Stefano Fassina) diventa, altrettanto rapidamente, TOSSICO: avvelenato dalla sua dimensione troppo grande per intercettare le domande dei territori e troppo asfittico per lasciare intravvedere allenaze sociali più ampie.

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