Marco Revelli- #matteostaisereno – “Ci rivedremo a Filippi”

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Nella sua parte peggiore: quella che da quando esiste l’Italia unita ha sempre costituito la zavorra del Paese. Si è iscritto così d’ufficio – insieme al degno compare Napolitano – a quella che Gobetti chiamò l’”autobiografia della nazione”, pensando al fascismo ma soprattutto al carattere incivile degli italiani, alla loro diseducazione alla lotta politica (“da un popolo di dannunziani non ci si può aspettare serietà”). Tutto ciò contro cui la sinistra si è costituita o si è illusa di costituire l’alternativa. Il gatto e la volpe hanno scommesso sulla stanchezza, il menefreghismo, il disinteresse, la pigrizia e la passività, forse anche il rancore per il loro operato, per poter dire – facce di bronzo! – che ha vinto l’”Italia del fare”, “l’Italia che corre e che lavora”…

Non finisce qui. Quei 15.806.788 di votanti, soprattutto quei 13.334.754 di si, sono cittadini consapevoli. Quelli che stanno in grande maggioranza fuori della zona grigia. Anche al netto dell’”anti-renzismo di destra”, che a occhio e croce rimane assai marginale e che al di là delle dichiarazioni non ha fatto “campagna”, restano comunque un bel pezzo d’Italia (che non demorde): un paio di milioni in più rispetto a quelli che votarono PD alle europee e su cui Renzi continua a fondare il proprio discutibile credito. Con loro si può lavorare. Loro, quando si voterà per la Deforma costituzionale e non ci sarà quorum, ci saranno, con le idee più chiare. Comunque con la memoria dell’insulto subito. Hanno dimostrato di non lasciarsi manipolare dall’alto e di non ascoltare le sirene dei media mainstream e dei Palazzi. Sono una montagna piuttosto alta da scalare per gli apprendisti stregoni di Palazzo Chigi e del Nazareno.

Con il suo bando d’invito all’astensione Renzi ha finito per provocare involontariamente una chiamata simmetrica e contraria: il “nostro” esercito. Gli elettori virtuosi incazzati per essere stati battuti non da un punto di vista opposto ma da una assenza ingiustificata, non da un confronto nel merito ma dall’affronto di un “non gioco”. Quell’incazzatura può resistere e durare, e in autunno, quando conteranno le forze sul terreno e gli assenti varranno zero, potranno fare davvero la differenza.

*Nota erudita: La battaglia di Filippi si combatté – la seconda parte di essa, il turno decisivo potremmo dire – il 23 di ottobre [del 42 ac]e il minaccioso quanto celebre “ci rivedremo” fu pronunciato da un’ombra entrata nella tenda di Bruto e presentatasi come il suo “cattivo demone” (secondo Shakespeare il fantasma dello stesso Cesare) qualche mese prima, quando l’esercito degli uccisori di Cesare stava per imbarcarsi da Abido, nella Troade (oggi Turchia), non molto lontano da Lesbo (sic!), verso la Macedonia presso i cui confini si svolse lo scontro finale.

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