Senza Confini- testo di Francesco Martone

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Anzitutto, è evidente che oggi quanto mai l’Europa stia soffrendo una fase di grande crisi, di vocazione ed identità. Nulla di nuovo rispetto a quanto già è conclamato, non c’è un’Europa politica, la “governance” prende il sopravvento, i diktat di Berlino, l’affanno della Grecia, e la progressiva delegittimazione dell’esperienza di alternativa possibile di Alexis Tsipras. Una Grecia ed un “Sud Europa” esposti ad una serie di sfide e di prove che vanno dalla capacità di ottemperare ai vincoli di bilancio a quella di guardare le frontiere a fronte dell’avanzata di migliaia e migliaia di profughi che fuggono dalle guerre che stanno insanguinando il Medio Oriente. Ed allora di fronte alla nuda vita di persone, con il passaporto europeo o meno,  che cercano miglior vita, a quelle la cui dignità soccombe sotto la scure dell’austerity, credo sia urgente e necessario un cambio di passo, anche da parte di quelle forze di sinistra ed ecologiste che vorrebbero partecipare alla ricostruzione di uno spazio pubblico e comune europeo. Il primo sforzo è quello di contribuire a far fronte alla tragedia delle migliaia e migliaia di esseri  umani che cercano scampo dalle bombe e dal DAESH. Dice bene Etienne Balibar quando connette la crisi ed il venir meno dell’utopia di cittadinanza europea alla tragedia dei rifugiati, tradotta da Bruxelles in mera contabilità di vite e fondi da stanziare tra i vari paesi membri. Contribuire significa lasciare il campo della politica declamata e fare, creare solidarietà sul campo, praticare forme di mutualismo, costruire canali umanitari, e contrastare politicamente le politiche securitarie dell’Unione. Fare questo aiuta anche ad affrontare un altro tema, che va al di là del contrasto alla securitizzazione delle frontiere, ed è quello della securitizzazione e militarizzazione della politica estera dell’Unione. Ha fatto riflettere come all’indomani dei tragici attentati di Parigi l’Unione avesse parlato con una sola voce nel concedere solidarietà e supporto militare a Parigi, fa meno riflettere il fatto che oggi almeno in un caso l’Unione parla con una sola voce ed è quella della missione Euronavfor MEd al largo delle coste libiche , nata per il contrasto al traffico di esseri umani, ed in realtà pronta ad essere dispiegata in un’eventuale missione armata in Libia. Ecco, il nesso tra securitizzazione delle frontiere da una parte e militarizzazione della politica mediterranea dall’altra. Un nesso che va a mio parere contrastato e svelato. Per far questo oltre al contrasto politico, ed alla pratica del mutualismo va praticata una sana dose di disobbedienza. Disobbedienza come quella di quegli attivisti che hanno fatto attraversare a decine di disperati le reti di confine erette in Macedonia o chi tra Austria e Germania decise a suo tempo di contravvenire e trasportare rifugiati o fornire loro assistenza e cura. Quest’Europa è quella che restituisce un senso alla politica, che dovrebbe lavorare al servizio delle persone, e tutelare e promuovere diritti e dignità. Per questo credo che oggi non possa essere possibile evitare di considerare come la nuda vita debba essere il perno dell’agire politico. E questo significa ad esempio leggere i dati drammatici sull’aumento della mortalità in Italia diffusi di recente on come mero dato statistico ma come la radiografia di una violazione continua dei diritti delle persone e del diritto alla salute a seguito dell’imposizione delle politiche di austerità richieste da Bruxelles. Non l’avrà facile nonostante le chiacchiere il governo Renzi rispetto alle prescrizioni contente nella più recente lettera inviata a Palazzo Chigi. Non l’avra facile lui ma soprattutto noi. Che fare allora? Come cercare un atto di rottura e di ricostruzione? Credo che sia urgente riprendere le fila della proposta contenuta nel programma di Salonicco per una conferenza europea sul debito, partecipata, con un protagonismo primo dei movimenti e dei cittadini, di chi si spende per un piano B o per la democrazia reale, e chi scende in piazza contro il TTIP o altre nefandezze. Rimettere al centro il ripudio del debito come atto di rottura verso la “governance” europea e in alternativa lavorare a proposte quali quella che mi pare assai interessante fatta da Andrea Fumagalli e poi ripresa anche da Christian Marazzi di un “quantitative easing for the people”, una sorta di piano keynesiano fondato su reddito universale e investimenti pubblici, da costruire in rete, tra i vari movimenti europei e non.   Ad un certo punto nel dibattito su piano a e piano b per l’Europa si affacciò una proposta altra, il piano C si disse, fondato su pratiche di autogoverno, mutualismo e creazione di reti dal basso e di democrazia reale, decentrata di cura e protezione dei commons. Ecco io credo che questo sia il vero cambio di passo necessario per misurare la possibilità di costruire uno spazio comune di iniziativa e di lavoro collettivo.  

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