SENZA CONFINI/ Enzo Di Salvatore

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IL REFERENDUM DEL 17 APRILE 2016, l’intervento di Enzo Di Salvatore all’assemblea Senza Confini, Milano, 19 marzo, pomeriggio

 

I quesiti referendari promossi dalle dieci Regioni erano inizialmente sei.

 

Tre quesiti sono stati soddisfatti con le modifiche introdotte dalla legge di stabilità 2016: il Parlamento ha accettato di modificare le norme sulla strategicità, indifferibilità e urgenza delle attività petrolifere. Questo costituisce un innegabile successo, in quanto la dichiarazione di strategicità delle opere avrebbe comportato, ad esempio, il dimezzamento dei termini processuali nei ricorsi e una disciplina poco garantista per gli enti territoriali circa la loro partecipazione ai lavori della conferenza di servizi. Cancellata è anche l’assurda previsione del “vincolo preordinato all’esproprio” già a partire dalla fase della ricerca degli idrocarburi: con ciò il diritto di proprietà del privato è salvo. Il Parlamento ha inoltre accettato di cancellare quelle norme che consentivano al Governo di sostituirsi alle Regioni in caso di mancato accordo sui progetti petroliferi e sulle infrastrutture necessarie alla realizzazione di tali progetti: oggi non è più possibile arrivare ad una decisione sui progetti petroliferi se non aprendo una trattativa con le Regioni.

 

Due quesiti, purtroppo, sono rimasti insoddisfatti. Si tratta del quesito relativo alla durata dei permessi e delle concessioni su terraferma e in mare oltre le dodici miglia marine e del quesito sul “piano delle aree”. In relazione alla durata dei titoli: la Cassazione ha dichiarato che non si debba più procedere a referendum. Ma questa decisione nasce da una errata interpretazione delle norme. La Cassazione, infatti, non spiega perché mai la proroga della durata dei permessi e delle concessioni costituisce un problema per la ricerca e le estrazioni in mare entro le dodici miglia marine (e che quindi si debba andare a referendum), mentre non costituirebbe un problema per la ricerca e le estrazioni in terraferma e in mare oltre le dodici miglia marine (e che quindi non si debba andare a referendum). La decisione è contraddittoria e non pone rimedio all’elusione della proposta referendaria. Per quanto riguarda il piano delle aree, la decisione della Cassazione non poteva, forse, essere diversa: i promotori del referendum davano per scontato che il “piano delle aree” fosse da mantenere poiché dal 1927 ad oggi il rilascio dei permessi e delle concessioni è sempre avvenuto senza una previa pianificazione. In Italia si può cercare ed estrarre praticamente ovunque, senza che si tenga conto del fatto che esistano aree interessate da agricoltura di pregio, aree di interesse naturalistico, aree fortemente antropizzate, aree ad alto rischio sismico, e così via. Il piano avrebbe dovuto stabilire dove consentire la ricerca e l’estrazione (e dove no). Lo Sblocca Italia prevedeva, tuttavia, che il piano dovesse essere elaborato dal Ministero dello sviluppo economico, sentito il Ministero dell’ambiente e previa intesa con gli enti locali e le Regioni; esso, inoltre, precisava che, in attesa dell’elaborazione del piano, fosse possibile rilasciare intanto permessi e concessioni. La proposta referendaria mirava a rafforzare la partecipazione degli enti locali e delle Regioni alla elaborazione del piano e a vietare il rilascio di nuovi permessi e di nuove concessioni fino a quando non fosse stato adottato il piano. La legge di stabilità 2016 ha, però, soppresso la norma che prevedeva il piano e, in questo modo, è caduto anche il quesito referendario proposto: oggi non c’è più l’oggetto sul quale far votare i cittadini.

 

Per far sì che il “disegno” complessivo della proposta referendaria non restasse vanificato è stato, quindi, necessario promuovere due conflitti di attribuzione davanti alla Corte costituzionale nei confronti del Parlamento e della Cassazione.

 

Il 9 marzo scorso, la Corte costituzionale ha, tuttavia, dichiarato l’inammissibilità dei ricorsi (e non, come erroneamente si afferma, dei due quesiti referendari ai quali i ricorsi facevano riferimento), per un vizio – per così dire – di procedura.

 

Secondo la Consulta, infatti, i delegati regionali avrebbero dovuto far precedere la presentazione dei ricorsi da una nuova delibera dei rispettivi Consigli regionali di appartenenza (almeno cinque).

 

La decisione della Corte costituzionale è, invero, assolutamente discutibile, in quanto, mentre a gennaio la Corte ha ammesso la costituzione in giudizio del delegato regionale abruzzese per conto del Consiglio e contro le altre nove regioni senza che alle spalle vi fosse una previa delibera del Consiglio regionale, oggi ritiene che i delegati regionali – che pure costituiscono nell’insieme il comitato promotore del referendum – non possano agire senza che vi sia un previo atto di autorizzazione delle rispettive assemblee regionali. D’altra parte, a nessuno verrebbe in mente di sostenere che, nel caso del referendum promosso da 500.000 elettori, il Comitato referendario debba sollevare conflitto previa “delibera” di mezzo milione di persone almeno. In questo caso, la Corte costituzionale ha sempre ritenuto che fosse sufficiente che almeno tre dei membri del Comitato potessero agire in giudizio. In ogni caso, la decisione della Consulta non entra nel merito delle questioni poste dai delegati regionali e gli italiani non sapranno mai se vi sia stata effettivamente elusione dei quesiti referendari concernenti il piano delle aree e la durata dei titoli in terraferma e oltre le dodici miglia marine. 

 

Un quesito è stato riammesso dalla Cassazione e su questo si è pronunciata la Corte costituzionale: si tratta del quesito sul divieto delle attività petrolifere in mare entro le dodici miglia. Il Parlamento ha sì accettato di modificare la norma del codice dell’ambiente, che consentiva la conclusione dei procedimenti in corso, ma ha aggiunto una nuova norma, stabilendo che i permessi e le concessioni già rilasciati non avessero più scadenza. La Cassazione è quindi tornata a pronunciarsi sul punto e ha concluso che la modifica parlamentare non soddisfacesse la richiesta referendaria, e cioè che non corrispondesse alle reali intenzioni dei promotori del referendum. Successivamente, la Corte costituzionale ha dichiarato legittimo il quesito referendario.

 

Su tale quesito gli italiani saranno chiamati ad esprimersi il prossimo 17 aprile.

 

In caso di esito positivo del referendum, i permessi e le concessioni già rilasciati e relativi alle attività ricadenti entro le dodici miglia avranno scadenza certa e resteranno vigenti fino alla data fissata al momento del conferimento del titolo (sei anni per la ricerca e trenta anni per l’estrazione) ovvero fino alla scadenza delle proroghe eventualmente disposte.

 

Contrariamente a quanto si pensi, la norma attualmente in vigore consente di costruire nuove piattaforme e perforare nuovi pozzi (se così previsto dal programma originario di sviluppo del giacimento), in quanto il divieto riguarda solo il rilascio di nuovi permessi e concessioni per cercare ed estrarre idrocarburi entro le dodici miglia marine. La norma fa salvi i “titoli abilitativi già rilasciati” e però nell’ambito dei titoli già rilasciati è sempre possibile costruire nuove piattaforme. Solo se vincerà il sì dovrà essere garantito che non ci saranno nuove costruzioni in mare, in quanto la norma originariamente confluita nel referendum e trasferita sul nuovo quesito dopo le modifiche della legge di stabilità faceva cadere anche “i  procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi, nonché l’efficacia dei […] alla medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo e coltivazione da autorizzare nell’ambito dei titoli stessi, delle eventuali relative proroghe e dei procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi”. Questo vuol dire che se vincerà il sì occorrerà rispettare la volontà dei cittadini (e, dunque, l’obiettivo dei promotori del referendum); se vincerà il no non ci sarà nessun obbligo di rispettare ciò che si prefiggevano i promotori.

 

E appena il caso di precisare che il referendum non incide soltanto sulle concessioni, ma anche sui permessi di ricerca già rilasciati. La norma, infatti, si riferisce genericamente ai “titoli abilitativi” già rilasciati; e il Consiglio di Stato, in un parere del 2011, ha chiarito che per “titoli abilitativi” devono intendersi sia i permessi sia le concessioni. Questo vuol dire che i permessi già rilasciati non avranno più scadenza, e cioè risulteranno di fatto “congelati”. Con il permesso in tasca nessuna società petrolifera può al momento richiedere una concessione per l’estrazione, ma se un domani il Parlamento dovesse modificare la norma sulle 12 miglia, l’iter dei progetti riprenderebbe il suo corso a partire dai permessi già rilasciati. E’ questo il caso di Ombrina mare: ciò che è stato chiuso è unicamente il procedimento per il rilascio della concessione. Il permesso, al momento, scadrà nel dicembre 2016. Ma con la norma sulla vita utile non avrà più scadenza (in genere un permesso dura 6 anni ed è il presupposto perché possa essere richiesta la concessione). Non avendo più scadenza comporterà che la società petrolifera se lo tenga stretto nella speranza che un domani la norma sul divieto di nuove estrazioni entro le 12 miglia magari cambi. In questa evenienza l’iter riprenderà dal procedimento per il rilascio della concessione e non dovrà ricominciare da capo con la richiesta per il rilancio del permesso.

 

I sostenitori del no al referendum affermano, ancora, che se non si dovessero estrarre più idrocarburi in Italia occorrerà importare idrocarburi da fuori con un rischio maggiore di incidenti rilevanti. Che l’argomento sia pretestuoso lo si capisce dal fatto che analoga preoccupazione non è tuttavia espressa con riguardo alla imminente realizzazione di altri progetti petroliferi, come quello di Tempa Rossa, il quale prevede che il greggio estratto in Basilicata sia stoccato presso la raffineria di Taranto e poi raffinato fuori Italia. La realizzazione di detto progetto comporterà, infatti, un aumento del traffico marittimo di navi petroliere: 90 petroliere in più all’anno rispetto a quelle che già ci sono e che transiteranno nelle acque del Golfo.

 

Quanto all’argomento della perdita dei posti di lavori, al di là dei dati ballerini diffusi dai sostenitori del no (e da quelli dell’astensionismo), non suffragati da fonti di alcun tipo, occorre precisare che il giorno successivo ad una eventuale vittoria del sì non si perderebbe neppure un posto di lavoro. Questo problema potrebbe porsi nel medio e lungo periodo, in quanto collegato alla progressiva scadenza delle concessioni in essere. Ma è da considerare che il settore Oil&Gas è già in crisi per ragioni che nulla hanno a che fare con il referendum: solo nel ravennate si sono persi 900 posti di lavoro negli ultimi sei mesi. Quindi solo un investimento a tutto campo nelle energie rinnovabili può fornire uno sviluppo occupazionale, di tipo considerevole anche sotto il profilo quantitativo, in questo settore.

 

 

 

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