SENZA CONFINI/ Massimo Villone

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Una lunga stagione referendaria

Si è tenuta a Roma un’assemblea, affollata e partecipata, dei comitati referendari, per il lancio della campagna per la raccolta delle firme. Un passaggio importante, soprattutto per aver visto insieme i promotori dei referendum istituzionali e di quelli sociali.

Perché un forte iniziativa referendaria? Rodotà ha scritto (su Repubblica) di come le nostre istituzioni siano diventate indisponibili all’ascolto, traendo anche da questo la spiegazione del drammatico calo di fiducia degli italiani. Ha ragione. Perché e come fidarsi di istituzioni indifferenti?

Il punto è che non accade per caso. Un tempo, l’attenzione costante della politica e delle istituzioni verso la domanda sociale era assicurata da organizzazioni di massa – partiti, sindacati – forti e radicate. Attraverso quelle organizzazioni era possibile incidere su indirizzi di governo e orientamenti legislativi. Che il popolo fosse sovrano non era un mero omaggio verbale, ma si traduceva nelle forme di una democrazia ampiamente rappresentativa.

Oggi, i partiti sono sostanzialmente dissolti, e ridotti ad assemblaggi di comitati elettorali di capi e capetti, da attivare in occasione di elezioni o, al più, di primarie. I sindacati sono stati messi nell’angolo dal governo in omaggio alla concentrazione e verticalizzazione del potere, e – finita la concertazione – faticano a ritrovare un ruolo e la disponibilità alla lotta. Le assemblee elettive sono ridotte, anche per le leggi elettorali vigenti, a un obbediente parco buoi in cui le voci delle minoranze sono sistematicamente imbavagliate con forzature regolamentari e raffiche di voti di fiducia. Tutto è sacrificato sull’altare del decidere e del governare. Ma l’esito collaterale ultimo è l’azzeramento dei sensori che rendevano le istituzioni aperte e percettive rispetto agli orientamenti del paese.

Ed ecco l’indifferenza di chi governa verso manifestazioni e scioperi, anche quando interi mondi scendono in campo. Ecco la sordità verso petizioni e leggi di iniziativa popolare, per quanto fortemente sostenute. Ecco l’illusione che l’arte del governare sia decisione e comando piuttosto che confronto e sintesi. Ecco la caricatura di una democrazia in cui i cittadini siano usi a obbedir tacendo.

È per questo che il referendum rimane l’unico strumento attraverso il quale il popolo sovrano possa riguadagnare il ruolo garantito dalla Costituzione. Una via obbligata, ancorché difficile. I Costituenti avevano attribuito al referendum un ruolo ridotto, ritenendolo – giustamente – uno strumento marginale in un sistema rappresentativo di tutte le voci e fondato su organizzazioni di massa. La Corte costituzionale, con una giurisprudenza che nasce alla fine degli anni ’70, ha posto al referendum ulteriori limiti e argini. Ma anche quello era un tempo diverso. Oggi, il voto popolare si mostra come l’unica via per riguadagnare ciò che è stato per altro verso perduto. Dobbiamo saperlo ed esserne convinti.

Proprio per questo il governo teme i referendum. Per questo Renzi vuole costruire quello sulla riforma costituzionale come un plebiscito su sé stesso. Per questo ha ora scelto la data del 17 aprile per il referendum sulle trivelle, nella speranza di farlo fallire per mancato raggiungimento del quorum. Lo stato maggiore del Pd attacca con il trito argomento del costo, dimenticando che proprio il governo ha rifiutato l’accorpamento con le amministrative che avrebbe evitato la spesa. E altresì argomentando che con il Sì il popolo sovrano reca danno al paese. È falso. Ma poi come può dirlo chi va ad approvare una nuova Costituzione insieme al condannato Verdini, tassista di una nuova maggioranza?

Il 17 aprile sarà già in corso la raccolta delle firme per i referendum abrogativi del 2017 su scuola, ambiente, lavoro, Italicum. Subito dopo l’approvazione definitiva della riforma costituzionale, attesa più o meno per la stessa data, partirà anche la raccolta delle firme per la richiesta di referendum confermativo, che dovrebbe tenersi in ottobre. Andiamo quindi a una stagione in cui si intrecceranno referendum istituzionali e sociali, che partirà con la raccolta delle firme e il voto del 17 aprile, passerà per il cruciale No alla riforma costituzionale in ottobre, e si concluderà nel giorno in cui la metà più uno degli aventi diritto – questo è l’auspicio – andrà a votare Sì ai referendum abrogativi delle leggi renziane.

Non è una bulimia referendaria, né una sommatoria per fare numero. È invece importante far convergere nella battaglia referendaria mondi diversi, per dare il segnale che una parte importante del paese chiede con forza un cambio di rotta. D’altronde la connessione tra referendum istituzionali e sociali è nelle cose. L’attuale degrado politico-istituzionale avviene con la Costituzione vigente, prima della riforma. Questo dimostra che un No alla riforma può certo evitare maggiori guai, ma non basta a tirarci fuori dalla palude in cui siamo caduti. Non si può non guardare anche alla legge elettorale. Se dovesse rimanere in piedi il modello Italicum, ne verrebbe un parlamento non migliore – anzi peggiore – di quello del Porcellum. Quanto resisterebbero i risultati conseguiti dai referendum sociali in un tale parlamento?

L’esperienza dell’acqua pubblica insegna che il referendum può abbattere una legge, ma non cancella l’indirizzo politico che la esprime, e che può ripristinarla tradendo la volontà popolare. Cosi domani un referendum vittorioso sulla cattiva scuola potrebbe essere azzerato da una scuola peggiore. Solo i referendum istituzionali possono creare condizioni in cui i risultati dei referendum sociali non siano fatalmente effimeri.

Dobbiamo anche considerare che se vincesse sulla riforma della Costituzione, Renzi vorrebbe probabilmente sfruttare il successo con uno scioglimento anticipato e nuove elezioni, che gli consegnerebbero istituzioni riformate e un parlamento addomesticato. Un potere consolidato per la legislatura. Se ciò accadesse, i referendum abrogativi slitterebbero al 2018. E di per sé il passare del tempo non favorisce certo una battaglia referendaria. Per questo bisogna impegnarsi, da subito, sia per la raccolta delle firme sui quesiti referendari, sia per il voto del 17 aprile.

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