SENZA CONFINI/ Marina Boscaino

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Date da ricordare

Il 5 maggio 2015 la scuola italiana ha espresso l’apice di un processo di mobilitazione che, iniziato mesi prima, sarebbe durato fino al 13 luglio, data in cui il presidente della Repubblica ha apposto la propria firma sulla legge 107, la sedicente Buona Scuola.

Quella data, che ha fatto registrare lo sciopero più partecipato della storia della scuola, si colloca tra gli avvenimenti straordinari di una vicenda – gli ultimi 20 anni- che ha assistito ad un’impennata dell’ideologia più potente ed implacabile: il neoliberismo. Ideologia che ha permeato di sé – subdolamente e pervicacemente – coscienze e interpretazioni, scivolando inesorabilmente nell’immaginario collettivo come elemento di “normalità” e andando a sostituire – nel contenuto e nella forma – molti dei principi fondativi che la Costituzione italiana ha affermato e che hanno garantito, nei primissimi decenni della storia repubblicana, lo sviluppo della nostra democrazia.

Davanti all’attacco pluridirezionale in senso neoliberista ed autoritario che i luoghi e le condizioni della democrazia hanno subito dal Governo Renzi – dalle istituzioni al lavoro, dalla salute all’ambiente – la scuola ha reagito in modo più convinto nel non accettare supinamente l’epica dell’uomo solo al comando, i sedicenti dettami dell’Europa, la politica del fare e della rapidità, lo scavalcamento delle procedure democratiche.

Solo l’imposizione arbitraria e violenta del voto di fiducia e una grande responsabilità da parte delle decine di migliaia di persone che hanno animato la scorsa primavera il movimento della scuola hanno consentito al Governo di vincere una partita giocata con armi impari: l’arroganza verso la costanza delle ragioni.

Un’altra data – quella del 17 marzo scorso – ha suggellato un evento altrettanto significativo: quel giorno sono stati depositati in Cassazione 4 quesiti per intervenire sulle parti più pericolose della legge 107.

I quesiti referendari sulla scuola e la campagna dei referendum sociali

Per il movimento della scuola, sia chiaro, quel dispositivo continua ad essere inemendabile. Ma si tratta di una legge la cui formulazione sconsiglia il quesito abrogativo secco, a forte rischio di inammissibilità. Pertanto la folta compagine di soggetti che hanno preso l’iniziativa referendaria – in un percorso inaugurato il 12 luglio con una partecipatissima assemblea, cui ne sono seguite altre 3 deliberanti – (Comitato nazionale di sostegno alla LIP per una buona scuola per la Repubblica, Flc-Cgil, Cobas, Gilda, Unicobas, USB, CUB, Usi, UdS, Link, Coordinamento nazionale scuola della Costituzione, Associazione nazionale per la Scuola della Repubblica, Adam, Adida, AND, Mida, Retescuole, Cesp, Illumin’Italia, Partigiani della Scuola pubblica) ha dato mandato ad un comitato tecnico scientifico di costituzionalisti di lavorare su 4 temi specifici. Il risultato sono stati i quesiti depositati, che il CTS ha elaborato sotto il sapiente coordinamento del prof. Massimo Villone, a cui va tutta la nostra gratitudine per aver messo al nostro servizio la sua estrema competenza professionale e la sua passione politica:

– School bonus: le erogazioni liberali non dovranno più essere riservate alle singole scuole, ma all’intero sistema scolastico, scongiurando così anche la possibilità che le scuole private sfruttino tali meccanismi per eludere le tasse su una parte delle rette.

– Poteri del dirigente scolastico: abrogazione della chiamata diretta degli insegnanti da parte del dirigente scolastico sugli ambiti territoriali per incarichi solo triennali.

Alternanza scuola-lavoro: abrogazione dell’obbligo di 200 ore nei licei e 400 ore nel tecnico-professionale, lasciando le scuole libere di organizzare tali attività come hanno sempre fatto;

 – Valutazione del merito da parte del dirigente scolastico: abrogazione parziale dei relativi commi, allo scopo di ripristinare le funzioni precedenti del comitato di valutazione secondo il T.U. (Dlgs 297/94) e attribuzione alla contrattazione del fondo per la valorizzazione dei docenti.

A muoversi, però, non è solo la scuola democratica: a difesa dell’ambiente e contro i saccheggi delle risorse ecologiche ci sono anche il Forum italiano per l’acqua pubblica, il coordinamento Campagna devastazione e saccheggio ambientali e i comitati «Blocca Inceneritori». è stato presentato un quesito per l’opzione «Trivelle zero» e contro l’articolo 35 del decreto «Sblocca Italia», che assegna agli inceneritori «interesse strategico», prevedendone la realizzazione in diverse regioni. Inoltre è in via di definizione una petizione popolare per difendere l’acqua pubblica dopo che i governi hanno disatteso il referendum del 2011, che in particolare denuncia le prospettive neoliberiste del decreto attuativo della legge Madia sui servizi pubblici. Contestualmente alla campagna referendaria, raccoglieremo le firme sulla versione attualizzata della Legge di Iniziativa Popolare per una buona scuola per la Repubblicae sulla analoga legge per il diritto allo studio.

La campagna referendaria sociale partirà il 9 e il 10 aprile nelle principali piazze italiane e si chiuderà a inizio di luglio, come è stato annunciato nell’assemblea nazionale di lancio dei referendum sociali, tenutasi a Roma il 13 marzo. Si collocherà in continuità al referendum del 17 aprile che chiama i cittadini alle urne per decidere sulla cancellazione di una norma(introdotta con la legge di Stabilità) che permette alle società petrolifere di continuare, senza più limiti di tempo, a estrarre gas e petrolio lungo le coste italiane. Per il quale invitiamo convintamente a votare .

Nel frattempo, il 19 marzo si è conclusa la consultazione degli iscritti alla CGIL sulla presentazione da parte di questa confederazione sindacale della proposta di legge di iniziativa popolare denominata “Carta dei diritti universali del lavoro – Nuovo Statuto di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori” e di tre specifici quesiti referendari che propongono di modificare il Jobs Act e altre leggi sul lavoro su tre punti: disciplina dei voucher, norme sugli appalti e, soprattutto, sui licenziamenti, quelle che hanno abolito le garanzie previste dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori originario.

Una nuova prospettiva democratica

Insomma, molti quesiti, molti temi e molti soggetti mettono in moto un importante processo di riconquista della sovranità popolare, della capacità di decidere, nel rispetto degli esseri umani, dell’ambiente, della dignità del lavoro e della democrazia, che comprende nei fatti anche il referendum abrogativo dell’Italicum e quello confermativo della contro-riforma del Senato, che vede schierati per il NO il Coordinamento per la difesa della democrazia costituzionale e molti tra coloro che interpretano con allarme la progressiva erosione dei principi su cui si fonda la Repubblica italiana, così come era stata concepita e costruita dopo il ventennio fascista.

La cornice è quella del contrasto all’attacco frontale alla democrazia, che vede la necessità di dire NO al disegno autoritario del governo, che rafforza il potere esecutivo in palese violazione dei principi fondamentali della Carta Costituzionale e della Repubblica.

In questa situazione, dobbiamo davvero augurarci che le convergenze prevalgano sulle distinzioni, la collaborazione sulla diffidenza, la consapevolezza di avere finalità comuni sul desiderio di affermare le ragioni particolari.

Pensare ad una campagna di referendum comuni capaci di rafforzare la mobilitazione sociale che in questi anni ciascun movimento e soggetto sociale, con la propria autonomia e i propri percorsi, ha portato avanti ci è sembrata un’idea nuova e significativa rispetto al panorama in cui viviamo.

Referendum comuni capaci di estendere la sensibilizzazione e il coinvolgimento diretto delle persone e di disegnare un altro modello sociale, riaprendo la strada alla speranza di un futuro diverso per tutte e per tutti.

La scuola che vogliamo e il referendum abrogativo

Dal 9 aprile raccoglieremo le firme perché ci venga consentito di provare a sondare con il voto la volontà popolare relativamente ad un modello di scuola che la legge 107, ultimo e definitivo passaggio di abbattimento della scuola della Costituzione, ha spazzato via.

Noi, infatti, vogliamo una scuola che sia istituita in tutto il territorio nazionale, per ogni ordine e grado, dalla Repubblica, a garanzia di un sistema omogeneo che rappresenti alla stessa maniera diritti ed opportunità per tutti. Per questo siamo contro la possibilità che – a seconda della munificenza del singolo erogatore che per fini personali (il beneficio per i propri figli) o economici (i vantaggi determinati dal territorio) doni a qualcuno e non ad altri – si  generino scuole di serie A e di serie B, aumentando i divari tra scuola e scuola, tra territorio e territorio, ovviamente sulla base di destini socialmente predeterminati.

A fronte di questa prospettiva, vogliamo una scuola che enti e privati siano liberi di istituire, purché senza oneri per lo Stato, cioè non a carico della fiscalità generale: una scuola laica, pluralista, inclusiva, democratica. Vogliamo quindi una scuola fondata sulla democrazia e sulla partecipazione collegiale, sulla dialettica delle idee; una scuola, quindi, che poggi sul principio della libertà di insegnamento, non privilegio di categoria, ma garanzia del pluralismo dell’istruzione pubblica; affinché ogni cittadino, senza distinzione di genere, di preferenze sessuali, religiose o politiche, indipendentemente dalle proprie condizioni personali o economiche, possa entrare senza disagio in ogni scuola della Repubblica, che esiste ed opera in nome e con le risorse di quest’ultima.

Questo principio altissimo, su cui è stato fondato il profilo della scuola statale italiana, è stato violato dal governo in misura così pesante che moltissime ed autorevoli voci si stanno levando a sottolineare la possibile incostituzionalità della sedicente “Buona scuola”. Vogliamo, insomma, una scuola veramente “aperta a tutti”.

Per questo rifiutiamo l’uomo solo al comando, il dirigente che scelga la “sua squadra” (e se vostro figlio capitasse in una squadra di serie A, B, C per assenza di “giocatori” da reclutare e/o per incapacità dell’allenatore?) – o che valuti soggettivamente e in solitudine “il merito” dei docenti: impossibile da determinare sia qualitativamente, ma anche quantitativamente. Con il quesito abrogativo pertanto proponiamo che il dirigente scolastico non possa scegliere chi ingaggiare e chi premiare; che non abbia la possibilità di non rinnovare dopo tre anni l’ingaggio al docente, in spregio alla continuità didattica, al principio del diritto allo studio e all’apprendimento; e agli art. 51, 54 e 97 della Carta.

Vogliamo una scuola in cui i capaci e i meritevoli, benché privi di mezzi, abbiano la possibilità di salire ai livelli più alti dell’istruzione (indipendentemente dalle loro condizioni socio economiche) e tutti possano aver garantita un’istruzione che sia veramente tale e non l’anticamera dell’avviamento ad un lavoro non retribuito e precoce, con diritti negati sin dal nascere; una scuola abnegata ad una visione che sostituisca al sapere e al saper fare lo sfruttamento precoce e l’analfabetizzazione ai diritti dei lavoratori e del lavoro. Vogliamo una scuola in cui il valore legale del titolo di studio sia garanzia di unitarietà del sistema, in base al principio di uguaglianza degli accessi e delle opportunità.

Questa è la scuola che vogliamo e che proponiamo. Non la ristabiliremo con un referendum abrogativo, lo sappiamo bene: ci sono voluti anni ed anni di distruzione intenzionale per arrivare al risultato della 107.

La vogliamo nel panorama di esigibilità dei diritti primari che uno Stato dovrebbe garantire, i cosiddetti beni comuni, strumenti dell’interesse generale per la realizzazione della democrazia sostanziale: salute, ambiente, istruzione. In un modello di società ecologicamente sostenibile, ergonomica ai diritti e al benessere degli individui e delle formazioni sociali.

Un modello scalzato violentemente non – come si dice – dalla perdita delle ideologie; ma dall’affermazione e dalla vittoria dell’ideologia più implacabile, il neoliberismo, al quale non ci vogliamo e non ci dobbiamo sottomettere. Per tornare ad essere, come dice il primo articolo della Costituzione, popolo sovrano, la cui capacità di scelta e di decisioni dipende in larga parte dalla capacità della scuola di svolgere il proprio mandato: formare cittadini consapevoli. 

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