SENZA CONFINI/ Luca Raffini

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Luca Raffini – Associazione Sottosopra – Attivare democrazia

www.democraziasottosopra.it

Di introdurre “nuove forme di partecipazione” e di “rinnovare la forma-partito” si discute da anni, ma al di là di qualche sperimentazione non si è trasformata la pratica di assemblee, riunioni e campagne.

Porre la partecipazione come elemento costitutivo significa impegnarsi in un progetto di cambiamento culturale, prima ancora che organizzativo.

Ma cosa intendiamo quando parliamo di partecipazione?

In poche parole, direi, che il contributo, le idee, la passione di tutte e tutti venga valorizzata nella costruzione di un progetto collettivo di cui ognuno si senta parte. In cui tutte e tutti abbiano uguale capacità di esprimersi e di incidere sulle decisioni assunte.

Partecipare e decidere in maniera inclusiva passa per la costruzione di strumenti di confronto, di interazione, di cooperazione, di deliberazione, in cui i partecipanti possano trasformare reciprocamente le proprie idee arricchendole nel confronto dialogico aperto, tanto che l’iniziale opzione a, b, c, ecc, si possano trasformare in una opzione x o y, non nel conteggio di quale prevale tra quelle iniziali. Non avviene così nel Movimento 5 Stelle, in cui dietro la retorica del “ognuno vale uno” si celano meccanismi poco chiari e un modello di democrazia che Donatella della Porta ha efficacemente definito “democrazia del conteggio”, che non implica uno scambio e un confronto reale, e che non si pone il problema della disparità di conoscenze, di risorse e di potere che rendono difficile realizzare davvero il principio dell’uguaglianza. Lo stesso ragionamento vale per le primarie, che possono, sì, essere uno strumento di partecipazione, ma anche uno strumento di controllo e di indebolimento proprio degli spazi di confronto e di deliberazione, che finisce per legare il leader direttamente ai singoli elettori, bypassando ogni forme di intermediazione e favorendo derive mediatiche e plebiscitarie e una atomizzazione della partecipazione.

C’è poi, soprattutto, la questione della complessità e della pluralità. E questo mi porta ad avvicinarmi alla questione del soggetto unitario.

Costruire un’organizzazione democratica e fondata sui principi del coinvolgimento, della partecipazione, dell’orizzontalità, comporta prendere atto della complessità delle sfide di partenza: del fatto che la società è sempre più complessa, e questa complessità si riproduce anche all’interno di organizzazioni che, pure, sono caratterizzate da una comune visione del mondo. È la grande lezione di GSF, la costruzione di una progettualità collettiva comune oggi, non può basarsi su una automatica, preesistente, comunanza di interessi, di valori, di identità: è una unità nella diversità da costruire, più che da celebrare.

Spesso si parla della sinistra diffusa; la sinistra diffusa esiste perché esistono tantissime diverse sensibilità che hanno portato via via ad allontanarsi da soggetti monolitici e burocratici verso movimenti comitati, associazioni, legati a obiettivi più specifici e più flessibili e fluidi nelle interazioni,  Si dice che si sia compiuto il passaggio dal partito generalista al movimento single issue alla mobilitazione single event, i cui protagonisti non sono più, o non solo, militanti, ma attivisti e cittadini critici, che, a tutoli individuale. Che, facendo riferimento a una classica distinzione, prendono parte a singole mobilitazioni, magari con una attivazione soggetto ad oscillazioni e ondate, più che essere parte. Cittadini che sono attivi, consapevoli, informati, attenti, e disposti a mobilitarsi, ma sui temi, nelle forme negli spazi e nei tempi a loro congeniali, non partecipando ad assemblee di partito su base territoriale, in cui si parla di tutto e niente, e che impegnano dalle 21 a mezzanotte.

L’esistenza di una irriducibile pluralità può essere un grande fattore di ricchezza se la condivisione portano ognuno a sentirsi arricchito e completato dall’altro, altrimenti la diversità è solo fattore di frammentazione e di autoreferenzialità, come tante esperienze ci hanno insegnato.

Un’organizzazione politica può allora oggi essere pensata come uno spazio di connessione e di cucitura tra individui ed attori collettivi. Ma se deve essere un attore che accetta e valorizza la diversità, deve ripensarsi di conseguenza.

È qui che arriviamo all’associazione Sottosopra – Attivare democrazia, che rappresento in questa sede.

Sottosopra – Attivare democrazia (www.democraziasottosopra.it) è un’associazione senza scopo di lucro, fondata da un gruppo di persone che, a partire da esperienze e competenze diverse, di occupano di partecipazione e svolgono la funzione di facilitatori, che si propone di portare maggiore democrazia, capacità di ascolto, partecipazione o condivisione in organizzazioni politiche, movimenti, associazioni, ma anche in altri contesti, per esempio abbiamo collaborato alla realizzazione di laboratori e spazi di partecipazione in ambito scientifico. Anzi, siamo nati a seguito di una esperienza che era insieme politica e scientifica, il convegno internazionale sulla decrescita di Venezia, in cui molti di noi hanno lavorato per facilitare le sessioni.

Nel nostro manifesto scriviamo che “La democrazia non è una sommatoria di voti. La partecipazione democratica non si esaurisce con l’espressione di un sì e di un no quando richiesto, se richiesto.

La partecipazione democratica, la salute delle istituzioni democratiche, è data dal presidio costante dei cittadini dei propri interessi, nel rispetto e a sostegno dell’interesse comune, attraverso la partecipazione diretta, o mediata da intermediari organizzativi (partiti, sindacati, associazioni, etc.), alla selezione delle priorità, ai processi decisionali, alla progettazione, realizzazione e valutazione delle politiche, dei programmi e degli interventi”.

Abbiamo constatato che la crisi della rappresentanza degli interessi, dei partiti, abbia alimentato delle risposte, ma cercandole altrove. Per esempio nella realizzazione di processi di partecipazione ti tipo istituzionale: il tentativo di introdurre pratiche partecipative e deliberative nella politica e nel policy-making, nato fin dagli anni 70 come risposta a una percepita crisi di legittimità della democrazia rappresentativa, si è concentrato soprattutto su aspetti circoscritti dei processi decisionali, dalle destinazioni d’uso di strutture alla definizione della politica di sostenibilità tipica delle Agende21 locali. Che però avvengono a valle e non a monte del processo di rappresentanza, ma così si rischia di svuotare di significato il processo partecipativo, in quanto i benefici che esso comporta (dalla coesione sociale all’accesso a conoscenze e competenze diffuse) e i valori che lo sostengono (equità, giustizia, trasparenza, democrazia) vengono confinati in un recinto troppo ristretto rispetto alla loro importanza per il funzionamento sano delle istituzioni democratiche. Processi di partecipazione isolati e circoscritti, che siano le primarie o laboratori istituzionali, anche se raffinati, rischiano di produrre esercizi di democrazia in laboratorio, piuttosto che un laboratorio di democrazia.

La voglia di partecipazione, intanto, persa la strada di partiti pigliatutto e sempre più al servizio del leader, ha imboccato la strada della frammentazione in movimenti e associazioni, che, per natura, non sono orientato a sviluppare una idea generale di società e tanto meno a prendere il potere. Ma può la politica fare a meno dei partiti, ovvero di soggetti finalizzati a costruire il consenso attorno a una idea di società e a gestire il potere per affermarla?

Il vero tema su cui ci siamo confrontati è dunque l’apertura di processi di partecipazione e deliberazione, orientati a definire l’agenda, le priorità e i contenuti della politica, all’interno di quelle organizzazioni che hanno sempre funzionato da aggregatori e promotori delle domande politiche: i partiti in primis.  Aprire partiti e associazioni alla partecipazione può salvare questi soggetti dalla crisi di legittimità e il sistema politico dall’incapacità di decidere e di decidere democraticamente. Può favorire un confronto positivo con i movimenti “dal basso” e ridare voce a cittadini interessati alla politica ma che non trovano spazi in cui confrontarsi e costruire reti.

Sappiamo bene che partecipare e far partecipare non è facile.

La partecipazione, prima ancora che un metodo, è un approccio, è una cultura politica. Ciò significa che il presupposto fondamentale al fine di introdurre processi virtuosi non è solo disporre di competenze e di strumenti adatti, ma di impegnarsi in un progetto di trasformazione culturale, che impegni tutti i soggetti coinvolti. Ciò significa che non si può pensare di inserire un processo di partecipazione come un momento isolato all’interno di una struttura che continua a riprodurre dinamiche opache e chiuse. La partecipazione, al contrario, è la bussola, un principio di riferimento che se perseguito con convinzione può rivitalizzare i partiti, restituendoli forza e progettualità.

Noi cerchiamo di offrire degli strumenti, “attivando” all’interno del soggetto stesso energie e competenze che permettano di riprendere quel ruolo fondamentale di aggregazione e mediazione tra interessi e opinioni, fornendo strumenti e conoscenze utili a definire e condurre attività di partecipazione e deliberazione.

Lo strumento principe che utilizziamo è la PALESTRA DI PARTECIPAZIONE.

Si tratta di percorsi articolati di sensibilizzazione e di formazione sulle finalità e sugli strumenti della partecipazione, volti al coinvolgimento dell’organizzazione dove è attivata la palestra nel suo insieme, e all’accompagnamento di alcuni membri dell’organizzazione di essa (“attivatori di democrazia”) nella realizzazione di momenti partecipativi interni.

I soggetti così attivati, saranno sensibilizzati a riconoscere il bisogno di democrazia interna e a soddisfarlo con nuove forme di progettazione e di realizzazione del processo decisionale interno, condividendo nuove modalità di confronto tra i membri della propria organizzazione e favorendo così la formulazione delle priorità politiche in modo realmente condiviso.

Le palestre prevedono

– un incontro seminariale con tutta l’organizzazione (il circolo, la sezione, la sede, eccetera) sulle finalità e le pratiche esistenti di partecipazione. Il seminario ha la funzione di allineare tutta l’organizzazione su quella che deve essere la filosofia adottata per poter implementare correttamente dei processi partecipativi interni ed esterni, consapevoli delle opportunità e dei rischi che un processo realmente partecipato può comportare;

– una serie di incontri di approfondimento con alcuni membri dell’organizzazione (attivatori e attivatrici di democrazia), volti al trasferimento di alcune conoscenze e competenze di base sugli strumenti di facilitazione. La formazione si sovrappone all’accompagnamento alla realizzazione di un evento partecipativo interno;

– la co-progettazione e la realizzazione di un evento partecipativo interno. Nel fare si comprende appieno cosa altro si può imparare facendo e cosa invece prevede il coinvolgimento di facilitatori professionisti. Inoltre il coinvolgimento diretto in un evento partecipativo permetterà ai membri dell’organizzazione di sperimentare in prima persona quanto presentato nel seminario introduttivo. A partire dal presupposto che non c’è un metodo migliore di altri, sempre e comunque, si può utilizzare un OST, uno Scenario Workshop, un OST, ecc, e anche combinare più metodi, in base all’obiettivo (fare emergere tutti i punti di vista? Assumere una decisione? Progettare? Sviluppare e comparare diversi scenari? Valutare pro e contro di progetti alternativi?

Abbiamo, nei pochi anni di attività che abbiamo alle spalle, perché siamo una associazione giovane, vissuto tante esperienze che ci hanno arricchito.

Cosa abbiamo imparato in questi anni di confronto e interazione?

Che fare partecipazione è più semplice e al tempo stesso sorprendentemente più difficile di quanto si possa pensare. Più semplice, perché non serve essere esperti di OST o Pro-action Café o Consensun Conference: basta avere la reale volontà di decidere insieme. di non prevaricare e di non manipolare, di non inserire strategie, di non costruire canali paralleli, di non approfittare e ampliare le asimmetrie informative o approfittarsi del fatto che si ha più tempo per partecipare. È più difficile per lo stesso identico motivo: fare tutto ciò significa rinunciare a comportamenti che da sempre hanno caratterizzato il fare politica, rinunciare a rendite di posizione, “domare l’ego”, usando una felice espressione emersa tempo fa in una palestra.

Abbiamo imparato che la più grande trasformazione viene dalla volontà di mettere in discussione la “tradizionale assemblee territoriale, l’ora a cui inizia e finisce, la puntualità, la chiarezza dell’Odg, la chiara rendicontazione di cosa è emerso, regole chiare nei temi e modalità di intervento, nel tenere traccia, ecc. Dopo avere iniziato un percorso insieme, per molti è difficile tornare alla classica assemblea, convocata senza tenere conto delle esigenze di chi partecipa, che vedono presto la creazione di canali informali da cui passano le decisioni, che iniziano tardi e prendono per sfiancamento, in cui si parla di tutto, spesso abusando di retorica. Di cui non si sa che fine farà quanto si è detto.

Abbiamo imparato che le donne sono quelle che maggiormente apprezzano le nuove modalità di interazione che sperimentiamo insieme, perché le più penalizzate dalle vecchie logiche…

Il World Café su “Rappresentanza e forma partito”

Per la giornata di domani abbiamo pensato di introdurre uno spazio di discussione proprio su questi temi, sperimentando per farlo, uno strumento di partecipazione. facendo coincidere quindi forma e contenuto, perché l’idea di parlare di nuove forma di partecipazione con modalità tradizionali sembra un po’ una contraddizione.

Si è scelto il world café, uno dei metodi più semplici e intuitivi, che però, chi di voi ha avuto occasione di partecipare potrà spero confermarlo, consente di generare molte dinamiche virtuose, rispetto alla tradizionale assemblea frontale.

Cosa è il World Café? Un metodo che consente di discutere, condividere, scambiare idee con altre persone, in modo diretto e informale. Alla base dell’idea del World Café vi è una intuizione: sia in occasione delle assemblee (per esempio di un partito), sia in occasione delle conferenze scientifiche, le discussioni più interessanti e innovative avvengono durante la pausa caffè. Qui, liberi da rituali e schemi, le persone parlano di cosa interessa loro, intrecciano relazioni, costruiscono reti, sviluppano progettualità e idee innovative. Il World Café è uno strumento che permette alle persone di confrontarsi in forma autonoma, informale ed autogestita, all’interno di un quadro comune e sotto la guida di alcune domande di riferimento. 

Cosa succede in un World Café? Le persone siedono attorno a tavoli e discutono sulla base delle domande poste dai facilitatori, che vertono attorno al tema centrale. La discussione sarà organizzata in tre sessioni di discussione, della durata di trenta minuti ciascuna.

Quando arriverete nella sala dove sono allestiti i tavoli, sarete naturalmente portati a sedervi dove individuate persone che conoscete o con cui siete maggiormente in confidenza. Per esempio gli iscritti al vostro stesso circolo. Ebbene, vi chiediamo di sedervi dove ci sono meno persone che conoscete: è più utile e interessante che vi confrontiate con persone diverse da quelle con cui interagite di solito. 

Al termine della prima sessione di discussione non rimarrete seduti al tavolo. Vi alzerete e vi distribuirete negli altri tavoli. Lo stesso avverrà al termine della seconda sessione. Solo due persone rimarranno sedute allo stesso tavolo per l’intera durata del World Café: il padrone di casa e il rapporteur. Questi, all’inizio della nuova sessione, accoglieranno i nuovi arrivati, sintetizzando loro i principali punti emersi nella sessione precedente. I nuovi arrivati potranno integrare, se utile alla discussione, con quanto emerso al loro precedente tavolo. Non più di cinque minuti, dopodiché inizierà la discussione sulla nuova domanda lanciata dai facilitatori centrali. 

Perché il World Café prevede questo movimento tra i tavoli? Per massimizzare il vantaggio della discussione in tavoli con il massimo livello di contaminazione e di confronto tra i partecipanti. Al termine delle tre sessioni ognuno, pur partecipando a tavoli composti da una decina di persone, si sarà confrontato direttamente o indirettamente con un numero molto più alto di persone!

Come avviene quando ci si incontra a discutere al tavolo di un bar o al ristorante, ognuno sarà libero di scrivere e disegnare sulla tovaglia di carta. A ogni tavolo sarà presente un “padrone di casa” che, assistito da un’altra persona, avrà cura di prendere nota della discussione su un computer, di riportare la discussione sul tema, in caso di divagazioni eccessive, di vigilare sul rispetto di alcune regole di base.

Quali sono le regole da seguire? 

A – Al tavolo non vi sono esperti che parlano e non esperti che ascoltano e fanno domande. Ognuno ha qualcosa da dire ed è protagonista di un confronto collettivo. 

B – Può darsi che non si sia tutti d’accordo su tutto con gli altri. Succede. Ne prendiamo atto e procediamo, cercando di andare oltre nella discussione. L’obiettivo della giornata non è che tutti i partecipanti trovino il consenso su tutto.

C – Non parliamo per più di due minuti di seguito. Discutere ai tavoli non è come discutere in assemblea, possiamo intervenire più volte e interagire, non c’è bisogno di esprimere tutto quello che vogliamo dire in un solo intervento. 

D – Impegniamoci a silenziare il cellulare e a non alzarci dal tavolo durante la sessione di discussione, per non creare disturbo agli altri partecipanti. 

E – Sembra scontato, ma non sempre lo facciamo: impegniamoci ad ascoltare gli altri e non a pensare a cosa diremo mentre gli altri parlano!

Al termine del World Café i report prodotti dai padroni di casa e dai rapporteur saranno sintetizzati e resi disponibili a tutti affinché possano leggerli e commentarli tramite post-it, verranno postati in rete, dove potrà proseguire il confronto, e utilizzati come base per futuri laboratori.

Quando introduco le regole di un World Café, o di un altro strumento, finisco dicendo una ultima cosa: di divertirsi! Sporcatevi le mani con i pennarelli, scrivete e disegnate, esplorate idee nuove, dite quello che pensate e apritevi al confronto creativo. Cercate di stare al gioco, di fidarsi e di mettere da parte comprensibili e legittime diffidenze e dubbi.

Si tratta di un’ora e mezzo di tempo, nel quale potrete discutere con decine di persone faccia a faccia, ritrovare una dimensione umana che spesso manca alla politica, soprattutto in eventi grandi come questo, in cui non si conosce la maggior parte delle persone. E in cui, come non avverrà mai nell’assemblea, tutti si esprimeranno. Una ora e mezzo dedicata s discutere di argomenti chiaramente definiti, e che si conclude con un resoconto immediato. Difficile riuscire a realizzare questi obiettivi in una assemblea tradizionale.

Aggiungo una cosa, che si lega al titolo che è stato dato al seminario, una politica felice. La speranza è che confrontarsi in un modo più umano, più rilassato e meno agonistico, possa essere più divertente, e perché no, dare un po’ di felicità, e una politica felice è una politica che include, che attrae, e che non è respingente.

…E non è detto che una cosa divertente non sia una cosa seria!!

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