SENZA CONFINI/ Loris Caruso

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Rappresentanza e organizzazione

La crisi della rappresentanza colpisce soprattutto la rappresentanza politica – e soprattutto quella della sinistra -, ma riguarda in modo crescente, in Europa, anche la rappresentanza sociale (sindacati, associazioni degli imprenditori, associazionismo in genere, ecc.). Questa crisi è dovuta principalmente a tre fattori:

  1. La struttura organizzativa delle organizzazioni di massa della sinistra, partiti e sindacati, si è costituita alla fine dell’Ottocento sulla base dei modelli prevalenti in quella fase storica: la burocrazia statale, la burocrazia delle grandi imprese private, l’esercito, la Chiesa. Strutture piramidali basate sulla gerarchia e su una netta divisione dei ruoli. Questo modello non è più adeguato a questo tempo, perché non è più il modello dominante nella società, quindi non corrisponde alle rappresentazioni, alle aspettative e alle inclinazioni culturali presenti nel tessuto sociale.

I modelli organizzativi contemporanei (nel pubblico come nel privato) sono un insieme di verticalizzazione e orizzontalismo, di spontaneità e verticismo, di estrema apertura ed estrema chiusura all’ambiente esterno. Si pensi al sistema politico, apertissimo all’influenza delle lobby, chiuso a quella dei movimenti sociali.

Naturalmente non si vuole dire che partiti e sindacati debbano imitare questi modelli. Semmai il problema è quello di invertire la gerarchia che nello stato e nelle imprese c’è tra i due elementi costitutivi dell’organizzazione, l’orizzontalità e il verticismo. In queste organizzazioni la prima è funzionale al secondo.

Elementi che nella storia della sinistra sono stati considerati alternativi, e sulla cui base si sono costantemente innestai conflitti tra le sue diverse componenti, sono oggi da considerare come poli dialettici, distinti tra loro ma che non si devono escludere a vicenda, che devono essere costantemente correlati per limitare ciascuno le derive dell’altra. L’organizzazione può limitare le derive assemblearistiche e l’incapacità di iniziative stabili e strutturate cui tendono impostazioni troppo vicine a uno “spontaneismo” e ad un “basismo” di origine anarchica. Dall’altro lato, la costante immissione nelle organizzazioni strutturate di temi, soggetti, pratiche, modalità di azione e forme organizzative tipiche di gruppi più informali rispetto al partito e al sindacato, come i movimenti sociali, può contribuire a limitare l’autoreferenzialità, l’eterogenesi dei fini, l’ambizione, il carrierismo e il verticismo che spesso si diffondono nelle organizzazione politiche e sindacali della sinistra. Spontaneità e organizzazione, differenziazione dei ruoli e partecipazione allargata, azione locale e sintesi nazionale, struttura e informalità, non devono più essere considerati termini che si escludono a vicenda, ma elementi complementari tra loro.

  1. C’è una questione di cultura generale, che riguarda la crisi della parzialità, dell’essere partigiani, di avere e rivendicare un punto di vista particolare sulla società basato sui bisogni di soggetti e gruppi specifici, che possa sviluppare un pensiero (e un programma) generale proprio a partire da questa specificità. Si diffonde al contrario una voglia di “totalità”, basata sull’idea che esista un astratto interesse generale, che le forze politiche non debbano differenziarsi eccessivamente tra loro ma collaborare a un generico bene comune, e che le forze sociali non debbano confliggere: per esempio, che il sindacato non debba contrapporsi agli imprenditori, ma debba invece agire sempre nella direzione della cooperazione con la controparte. In questo contesto, i media veicolano l’idea che nella crisi la collaborazione tra lavoratori e imprenditori, e tra le rispettive organizzazioni di rappresentanza, debba aumentare fino a configurare una sorta di comunità-impresa in cui sono completamente oscurate le differenze interne di potere e di ricchezza. Così come sollecitano i partiti a non confliggere, a cooperare e convergere per risolvere insieme problemi comuni, definiti in modo apparentemente neutro.

Ma senza parzialità, senza partigianeria e senza polarizzazione tra interessi sociali, non esiste politica e non esiste rappresentanza.

Da questo punto di vista, compito delle forze politiche e sociali che difendono gli interessi delle classi popolari è quello di ricostruire un punto di vista parziale sulla realtà a partire da questi interessi, sviluppando un progetto che riguardi la crisi nazionale nel suo complesso e che sappia parlare a tutti i settori colpiti dalla crisi, che resti ancorato però a quel punto di vista originario.

  1. Il capitalismo contemporaneo è un flusso privo di soste di produzione, consumo, immagini, simboli, comunicazione, capace di includere tutto e valorizzare quasi tutto (economicamente), riconducendo a sé anche la critica e i soggetti e le pratiche conflittuali.

La rappresentanza invece è frutto di un complesso rapporto di inclusione/esclusione. Il rappresentante, e i valori, le idee, le rappresentazioni, le aggregazioni di interessi sulla base dei quali cerca di rappresentare, non è totalmente immerso nel flusso della produzione sociale quotidiana. È al contempo immerso nella realtà e separato, in modo da poter guadagnare quella distanza dai singoli dati empirici della realtà che permette di costruire rappresentazioni e rivendicazioni di ordine generale.

La rappresentanza è in crisi anche per questo motivo, cioè perché è sempre più difficile che un’organizzazione riesca a guadagnare uno spazio di elaborazione e di azione che le consenta di non essere travolta da emergenze e problemi immediati.

La conseguenza di questo fenomeno per chi voglia provare a ricostruire o rafforzare la propria presenza politico-sociale e la propria capacità rappresentativa, è che non può più esistere una rappresentanza che sia autoreferenziale rispetto ai soggetti e ai problemi che vuole rappresentare. L’autonomia dei rappresentanti dai rappresentati è vissuta come illegittima. Assumere le conseguenze di questo fenomeno significa coinvolgere a tutti i livelli dell’azione politica i soggetti che si ambisce a rappresentare, modificando le proprie strutture in modo che questo coinvolgimento sia possibile. Nessuna rappresentanza che si collochi al di fuori del processo sociale e dei soggetti e dei fenomeni che quotidianamente lo costruiscono, viene attualmente riconosciuta. Nella dialettica tra esclusione e inclusione tipica della rappresentanza moderna, il polo dell’inclusione deve diventare prevalente rispetto a quello dell’esclusione, l’appartenenza ai processi e ai soggetti deve prevalere sulla distanza e la separatezza, pur necessarie in una certa misura. Rappresentanti e rappresentanti devono tendere a coincidere.

La società è percorsa in questi anni da un insieme contraddittorio di sentimenti e rappresentazioni collettive, spesso presenti nello stesso individuo. Richieste radicali di partecipazione alle decisioni, tendenza alla delega e all’investitura plebiscitaria del capo, rassegnazione, radicalismo a volte ribellistico, pragmatismo utilitaristico, individualismo, cinismo, nichilismo, voglia di comunità e di legami sociali “avvolgenti”, richiesta e bisogno di nuove forme di appartenenza. Questi atteggiamenti convivono e costruiscono un panorama sociale contraddittorio le cui richieste appaiono difficilmente leggibili. È un insieme di atteggiamenti che, come già avvenuto storicamente, può condurre sia alla richiesta di una trasformazione radicale della prassi democratica e sociale in direzione dell’allargamento dei confini dell’azione politica e della richiesta di nuovi diritti, sia alla volontà di delegare la complessità della situazione sociale alla capacità risolutiva di uno o più capi.

Pur cercando di sviluppare la tendenze “progressive” a scapito di quelle “regressive”, non si può fingere che queste ultime non ci siano né, al contrario, assumerle cinicamente come dati di natura immodificabili. Bisogna invece provare ad agire sapendo che una parte consistente della società chiede al contempo di essere coinvolta direttamente e di essere protetta, di agire in prima persona e di potersi riconoscere in figure capaci di evocare mondi sociali e sintesi politiche, di poter trovare nelle organizzazioni politiche e sociali sia la risposta a bisogni materiali che un orizzonte culturale generale in cui identificarsi, la possibilità di agire liberamente all’interno di queste organizzazioni (senza che il peso della struttura ne frustri la voglia di intervento diretto) e il fatto che un’organizzazione stabile e permanente, capace di agire e di interloquire in modo efficace con le istituzioni, esista.

Anche dal punto di vista delle rappresentazioni, quindi, come da quello della dialettica spontaneità/organizzazione, non si può più separare ciò che è stato storicamente separato. Bisogna provare a rispondere e reagire a tendenze contraddittorie, provando a sviluppare quelle più favorevoli alla ricostruzione della democrazia e dei diritti sociali, ma sapendo che per farlo bisogna “utilizzare” anche le altre leve, gli altri sentimenti collettivi e le altre rappresentazioni, cercando di renderle funzionali alle proprie prospettive.

Bisogna essere al contempo orizzontali (forma-movimento) e verticali (partito). È all’unione di questi due aspetti che ci si riferisce quando si usa l’espressione di partito-movimento. Il primo aspetto è fondamentale per costituirsi come collettività e attrarre attivisti, simpatizzanti, militanti – quindi per fondare la propria comunità politica, internamente differenziata, eterogenea, diffusa in molte forme nella vita sociale. Il secondo aspetto è fondamentale per agire sul piano elettorale: una visione ideologica definita, solida, compatta, e una traduzione chiara e semplice di questa visione in discorso politico pubblico comprensibile all’esterno, fondato su poche polarizzazioni fondamentali; un’analisi scientifica della società in cui ci si muove, della sua stratificazione sociale, della conformazione degli interessi collettivi, delle rappresentazioni collettive più diffuse al suo interno; un approccio scientifico alla comunicazione politica e una formazione specifica di alcuni dei propri esponenti per intervenire sui media, e in particolare in televisione; un leadership del partito-movimento che sia rappresentativa di tutto questo, riconoscibile verso l’esterno e capace di attrarre voti.

La politica e la rappresentanza sociale della sinistra sono storicamente cresciute, oltre che per la capacità di proteggere i bisogni immediati delle classi popolari, per aver costruito delle “profezie” politiche, sociali e civili che parlavano del futuro della società, della possibilità di una trasformazione generale. Senza profezia non esiste politica, e senza un orizzonte politico generale anche il lavoro della rappresentanza diventa impossibile.

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