SENZA CONFINI/ Filippo Zolesi

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Oggi siamo qui per discutere di Forme della politica.

Ha senso fare questa discussione se l’Altra Europa si impegna a organizzare un laboratorio partecipativo permanente. Un laboratorio che non abbia l’ansia da prestazione di dover dimostrare qualcosa, ma che faccia con umiltà il proprio lavoro discutendo e formando persone in grado di attivarsi su questo tema per innescare un cambiamento che è ideale e culturale più che organizzativo. Per questo ribadisco l’idea che è emersa nel gruppo di lavoro che ha organizzato questo spazio: oggi discutiamo, domani sperimentiamo entrando un po’ più con i piedi nel piatto, ma mettiamo in cantiere fin da ora una giornata d’aprile dedicata al tema. Lavorando con l’umiltà di chi cerca di cambiare prima di tutto se stesso ed il passo calmo ma deciso di chi si impegna per affermare un’idea e non ha da preoccuparsi di litigare per spartirsi un assessorato.

A che scopo quindi discutere di forme della politica?

Le regole, esplicite o implicite, della società in generale o di un’organizzazione in particolare,  contribuiscono in modo determinante a come un insieme di persone si relaziona, condivide informazioni e decide insieme il proprio agire. Pensare che lo stato attuale della sinistra italiana non sia dato anche dall’inadeguatezza delle forme con cui le persone si sono organizzate finora significa coprirsi entrambi gli occhi con chili e chili di prosciutto.

Qualcuno più competente di me parlerebbe probabilmente della necessità di cambiare le sovrastrutture che regolano la formazione sociale “partito”.

Dobbiamo quindi analizzare le forme della politica del passato e del presente, individuarne le criticità e proporre alternative che siano teoricamente valide in modo da poterle mettere alla prova nella vita politica di tutti i giorni e verificarne la bontà.

Dato il poco tempo a disposizione  accenno brevemente solo ad paio di temi per  individuare le rotte da solcare domani mattina ed ad aprile.

  1. Vogliamo che un’organizzazione politica di massa formata da attivisti/e sia in grado di relazionarsi con le classi, ceti o blocchi di riferimento nella società in modo da poterlo veramente rappresentare. Come si può infatti pretendere che le/gli attivisti, che normalmente hanno una buona educazione, mezzi e tempo a disposizione per l’attività politica, siano in grado di rappresentare classi di cui, sostanzialmente, non fanno parte? Non è sufficiente, ma anzi controproducente nel lungo periodo, cooptare alcuni individui nell’organizzazione politica. C’è bisogno quindi di forme decisionali che siano in grado di coinvolgere in modo permanente ma non intensivo chi non è organico. Questo vorrebbe dire, circa, “aprirsi alla società civile” se l’apertura non fosse un generico “pigliamo chi viene” ma ci fosse una riflessione puntuale su come coinvolgere chi e per fare cosa: non ha senso chiedere a 10 insegnanti di elaborare una politica a riguardo delle occupazioni abitative se mai ne hanno fatta una, né si può chiedere loro di trovare un occupante e sentire che ha da dire. Basta dire che c’è bisogno di “una sinistra che sappia ascoltare”, io voglio una sinistra che sappia discutere con la gente nel modo giusto, non che pretenda di ascoltarla come fa un babbo con i figlioli e la moglie di un family day.
  2. Vogliamo una nuova etica collettiva e personale della politica e quindi delle forme che non incoraggino comportamenti sociali devianti, ma che al contrario influenzino in modo positivo i comportamenti delle persone. Le forme organizzate della politica hanno nel lungo periodo teso a selezionare sempre le persone con più pelo sullo stomaco, che sapevano sgomitare di più, che erano più in grado di fare manovrine alle spalle degli altri, quelle più aggressive. Com’è possibile avere un partito politico funzionante se questi comportamenti, che sono ritenuti spregevoli in altre situazioni, sono accettabili o sono la norma? Come può un’organizzazione che dovrebbe avere fra i suoi massimi principi “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!” promuovere al proprio interno principi essenzialmente egoistici, contrari a qualsiasi principio di solidarietà? Come può basare il proprio funzionamento su un capitalismo delle relazioni e del consenso?
  3. Vogliamo che le forme decisionali permettano un dibattito consono ai tempi a disposizione e agli scopi in cui si favorisca la sintesi politica. ma in cui la divisione fra eventuali maggioranze e minoranze non sia un fatto traumatico che porti ad una guerra di posizione ma che ci sia sempre più cooperazione piuttosto che competizione fra diverse opzioni politiche; questo comporta un’attenzione particolare al rispetto delle minoranze.

Tutti i nostri ragionamenti devono essere attraversati dalla questione di genere, dal femminismo e da un’attenzione al come comunichiamo fra di noi.

In particolare dobbiamo capire che non c’è una sfera virtuale e reale della comunicazione e della politica ma che internet e l’elettronica stanno cambiando in modo fondamentale le strutture con cui comunichiamo. È solo ovvio che le nostre sovrastrutture si debbano adeguare.

Altri punti che ho tagliato per cercare di stare nei tempi:

  1. Vogliamo un partito che sappia informare. Sia nel senso stretto di mettere a disposizione degli attivisti le informazioni necessarie per prendere delle decisioni sia nel senso più lato di formare le persone. Questo vuol dire anche saper comunicare in modo efficace con metodi e linguaggi diversi a seconda di chi si vuole raggiungere, vuol dire anche lavorare affinché si costruiscano linguaggi condivisi.
  2. Vogliamo un partito che non preveda un solo metodo deliberativo da applicare pedissequamente a tutti i livelli (fondamentalmente quel che accade con il metodo dei delegati e segreterie politiche), ma che abbia più metodi a disposizione a seconda del mezzo utilizzato, dello scopo politico, della platea di decisori. Questi metodi deliberativi devono essere chiari e trasparenti, anche se non necessariamente semplici, devono distribuire il potere, non concentrarlo.
  3. Vogliamo delle forme della politica che permettano ad un attivista normale di partecipare alla vita politica del partito senza sacrificare la propria.
  4. Vogliamo che il partito sia in grado di affrontare il problema delle leadership, sia a livello locale che nazionale: se da una parte c’è bisogno di persone in vista che siano in grado di rappresentare ai vari livelli il partito, come si fa ad evitare che i benefici sociali e materiali di tali posizioni diventino il fine e non siano semplici conseguenze della posizione raggiunta? Come far sì che le leadership non si trasformino in capibastone?
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