SENZA CONFINI/ Chiara Giunti

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Perché  questa  sessione “Una politica felice”


Un desiderio e un obbiettivo ambizioso e difficile a farsi, tuttavia indispensabile, quello della ricerca e della sperimentazione di una dimensione di piacere della politica: non come dovere sacrificale e totalizzante che esclude i più (e soprattutto le più, donne e giovani) ma come un’attività  creativa, passione positiva che vive di relazioni  fra persone – donne e uomini, giovani mature e più vecchie – che insieme cercano di cambiare il mondo ma anche se stesse.   Viviamo in una società infelice, in cui solitudine frammentazione e narcisismo sono la cifra sociale e antropologica (personale e politica) del capitalismo  globalizzato. È stato anche chiamato ‘liberismo interiorizzato’, credo a ragione. Una disumanità che agisce costruendo muri contro i profughi ma anche dentro chi come noi contro i muri lotta.

Impegnarsi a  costruire un unico processo di formazione di un soggetto politico unitario della sinistra, di ispirazione europea,  che sia all’altezza dei tempi difficili e cupi, per contribuire a renderli meno cupi, non significa soltanto elaborare una scala di valori e una piattaforma programmatica, ma richiede al tempo stesso – non prima e non dopo – di affrontare le ragioni della crisi profonda della democrazia e dei corpi intermedi che la rendono vitale, e che viceversa inaridendosi la fanno alla fine morire. Una crisi che investe sia partiti che gruppi, sindacati e anche movimenti, nel momento in cui questi ultimi declinano, producendo residui o sedimenti organizzati di movimenti. Vuol dire cercare un’alternativa all’organizzazione-al partito di massa novecentesco che non ci può  più essere in quella forma (sono i soggetti di riferimento in primis ad essere cambiati), senza cadere però nel modello leaderistico-mediatico-autoritario dei  corpi politici attuali.
Senza una riflessione e un’azione anche sperimentale,  per tentativi che non pretendano di risolvere tutto subito,  siamo destinati al fallimento. E le difficoltà,  le rotture, i contrasti e gli allontanamenti  di questi due anni di vita come Altra Europa e quelle di relazione  con e tra gli altri soggetti della sinistra (politici ma anche sociali – si veda ad esempio la parabola inconcludente della Coalizione sociale) molto è andata ad arenarsi su questo scoglio.

Siamo nati due anni fa come lista e come progetto politico su una prima scelta di rottura innovativa rispetto ai modelli di coalizione cartello-intergruppi, che è stata fattore di affermazione, invertendo la serie delle  sconfitte a sinistra, e abbiamo mantenuto pur nelle difficoltà una cifra di pluralità interna che ci permette anche di verificare un po’ su noi stessi  i problemi e le potenzialità di un soggetto politico plurale democratico aperto e inclusivo.
Dobbiamo e vogliamo per questo provare a misurarci sul terreno del confronto anche teorico ma soprattutto pratico e sperimentale su quale luogo, quale tipo di casa comune della sinistra e dei democratici  vogliamo contribuire a costruire…una casa che sembra sempre più un’araba fenice (come sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa…) ma che con tenacia intendiamo continuare a cercare ancora.
Questa sessione plenaria di oggi e quella partecipativa del World Cafè di domattina sono già il primo frutto dell’avvio di un lavoro collettivo, i primi passi di un gruppo nazionale e trasversale di lavoro sulle FORME della soggettività’ politica e  dell’organizzazione, un gruppo che da qui può allargarsi e consolidarsi. Ci diamo infatti già un appuntamento per un’intera giornata da dedicare a questo da qui ad un mese ca.

Gli assi  cardinali, per orizzontarsi nel mare squassato della crisi della politica della sinistra e della democrazia, li introdurrei adesso con alcune domande di fondo, sulla cui base sono anche impostati i primi contributi di oggi.


1. Quale organizzazione/soggetto/partito? Qual’è il senso di queste parole?
Vogliamo cioè un’organizzazione politica della sinistra che sia costitutivamente alla ricerca di un proprio rinnovamento o una polemica molto  strumentale e sterile fra le parole ‘Partito’ e ‘Soggetto’? O se non ci sembrano soltanto parole, quali sono le reali  differenze fra il soggetto o l’organizzazione politica che vogliamo e un partito?
Cominciando dalla prima questione della formazione del corpo sociale: adesione individuale o anche collettiva? La prima, senza bloccarsi su richieste preventive di scioglimenti né divieti a più tessere, ci appare senz’altro la meglio rispondente alle ragioni della massima apertura, unitarietà e inclusività. Ma occorre anche chiedersi quale tipo di articolazione organizzativa meglio risponda a queste stesse esigenze e all’efficacia dell’azione.
Come superare il modello gerarchico piramidale, basato sulla suddivisione territoriale-amministrativa tipico dei partiti (comuni-province-regioni), come anche delle associazioni nazionali e dei sindacati? Senza limitarsi tuttavia a una struttura solo territoriale. Integrandovi livelli e competenze nazionali e trasversali. Come superare la falsa retorica molto ideologica della contrapposizione alto-basso centro-territori. Insomma come diffondere il potere? Poiché questo è il punto: il potere esiste a tutti i livelli.
Utile qui un confronto con le esperienze internazionali, e possiamo anche ripensare, come Revelli stamani ha indicato, a tredici anni di distanza dalla nascita del partito della Sinistra europea, al superamento del suo impianto federativo di partiti nazionali, percorrendo la strada delle diffuse adesioni individuali.

2. Come si determina l’agenda, come si discute e quindi come si prendono le decisioni? Metodo del consenso e/o voto? Come combinarli?
Le prassi partecipative possono proprio qui contribuire a costruire un’organizzazione ampia e larga ma soprattutto democratica, che renda praticabile il potere di piuttosto che il potere su.
Servono metodi strumenti e pratiche che coinvolgano giovani e donne, solitamente i soggetti più esclusi dalla politica attiva. Poiché è vero che c’è chi della politica ha la “vocazione” (ricordando la citazione weberiana di Revelli stamani),  ma non vogliamo certo il partito leninista fuori dalla storia, un’organizzazione ristretta di élite,  vogliamo un’entità larga, e quindi ci poniamo la domanda di come ampliare l’insieme delle persone politicamente attive (definizione che preferirei al termine “militanti” troppo bellicista). Occorre perciò pensare a modalità ritmi e livelli diversi di impegno delle persone, con strumenti giusti che li mettano in relazione, senza emarginare chi non fa politica a tempo pieno o quasi. Infatti, e da diversi anni, a sinistra abbiamo un  volontariato dell’attivismo politico a tempo pieno o quasi, che ha sostituito in gran parte il funzionariato tradizionalmente professionistico di partito, ma questo porta a escludere chi ha meno risorse di tempo ed anche economiche (l’età media abbastanza matura e avanzata delle persone attive la dice lunga su questo).


3. Concludo sulla soggettività, personale che è politica e viceversa.  Infatti qualsiasi regola e qualsiasi statuto sono aggirabili e rimangono inosservati se non si opera consapevolmente sul piano delle relazioni. Se non riusciamo a renderle forti di passioni positive e sempre più controllate e limitate in quelle negative: empatia dell’ascolto al posto dell’antipatia del parlare su tutto e troppo a lungo, puntualità, dare spazio a chi ha difficoltà a esprimersi, non intervenire e poi andarsene…insomma dare valore ai comportamenti e alle emozioni. Così che la politica, i corpi individuali delle persone e il corpo collettivo che ne sono attori espressione  e strumento, diventi (ed anche torni) ad essere un bene comune di cui prendersi cura.

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