SeNZA CONFINI/ Beppe Caccia

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Non ho risposte alle domande cruciali da voi poste. E, se vogliamo, il quadro è ancora più complicato.

Fatico molto a distinguere e a isolare un discorso sul metodo e sulle forme dell’organizzazione politica che sia decontestualizzato. Non solo decontestualizzato storicamente, ma anche astratto dal punto di vista di chi parla. Proverò quindi a dichiarare il mio punto di vista. E a cercare di ricondurre la tassonomia, fin qui descritta, alla fase politica che stiamo vivendo. Assai diversa dalle altre fasi storiche che, nelle nostre pur differenti storie politiche, abbiamo attraversato.

Una delle grandi lezioni dei movimenti femministi dei decenni scorsi è proprio che non c’è narrazione valida che non parta da sé, da se stesse e da se stessi. E se dovessi situare il mio punto di vista in questo momento, lo collocherei tra due momenti che hanno segnato l’ultimo anno.

Esattamente un anno fa, era il 18 marzo del 2015, alcune decine di migliaia di attiviste e attivisti manifestavano a Francoforte, circondando e assediando la cerimonia d’inaugurazione della nuova sede della Banca Centrale Europea, rispondendo così all’appello della coalizione Blockupy.

Poche settimane fa, a Berlino, veniva presentato e lanciato questo “Manifesto per la democrazia in Europa”, DiEM25, che ha il suo primo estensore e promotore nell’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis.

Sono due momenti molto diversi: la prima polarità ci riporta alla dimensione del conflitto, della rottura dell’ordine costituito, attraverso la pratica nelle strade della disobbedienza civile. La seconda polarità ci porta sul terreno, diverso ma non meno conflittuale, della produzione di opinione pubblica, della produzione di discorso capace di intervenire nel mainstream, della costruzione, adeguata alla contemporaneità, di egemonia culturale nella nostra società.

Due polarità che non vedo in contraddizione tra loro. Che costringono a confrontarci con la storia straordinaria, e per certi versi incredibile, dell’ultimo anno.

Tutti dobbiamo riconoscere alla vostra esperienza un ruolo fondamentale, a partire dalla campagna per le elezioni del Parlamento Europeo del 2014, nel tentativo di “trans-nazionalizzare” il discorso politico italiano. Forse per la prima volta, si è costruita un’esperienza politico-elettorale, di cui sono stato un modesto militante di base, propagandista nella mia città a sostegno della lista, capace di parlare direttamente il linguaggio di una politica transnazionale, di una politica immediatamente europea. Un’esperienza che, giocando l’occasione offerta dalla candidatura di Alexis Tsipras a presidente della Commissione Europea, ha provato a fare una campagna elettorale in cui si riuscisse sul serio a discutere di Europa, di quello che in teoria un Parlamento Europeo dovrebbe fare.

Oggi viviamo, dopo l’anno incredibile che ci lasciamo alle spalle, un momento in cui si registra una pesantissima rinazionalizzazione del discorso politico in tutta Europa. Perché? Alle spalle abbiamo avuto la primavera greca, gli eventi dell’estate con l’imposizione autoritaria del memorandum, e poi il settembre dei migranti, quella che è stata definita la “crisi europea dei rifugiati”, ma che in realtà è stata la straordinaria capacità dell’iniziativa soggettiva dei migranti di abbattere barriere, di superare fisicamente e non solo i confini. E poi, ancora, abbiamo avuto l’autunno dei confini, della chiusura delle frontiere. E della crisi su questo degli assetti di potere della stessa Unione.

Tutto questo ci proietta in una dimensione che sfida chi oggi si ponga il problema non della testimonianza, non del posizionamento identitario, non dell’auto-affermazione del sé, di tutte queste forme di narcisimo che riguardano purtroppo gran parte della politica anche a sinistra.

Ma in cui chi, vice versa, si ponga il problema della trasformazione radicale dell’esistente, di come cambiare davvero le cose nel nostro Continente, deve assumere inevitabitabilmente un punto di vista che sia, al tempo stesso, multi-livello e capace d’ibridazione. In che senso?

Se si vogliono cambiare le cose, all’interno di quello spazio continentale che qui tutti riconosciamo come scala minima dell’azione sociale e politica, si tratta di costruire una sorta di “doppio movimento”: da un lato la capacità di accumulare forza, di costruire la possibilità di mettere in questione le relazioni di potere, economico, sociale e politico, date e, al tempo stesso, individuare quei momenti, quei punti di rottura in cui far valere questa capacità di accumulazione di un “potere altro”, contro-egemonico. E questi momenti, questi punti di rottura possono essere straordinari eventi di conflittualità sociale, così come momenti elettorali. Ne abbiamo visti diversi, per fortuna, in Europa negli ultimi tempi, all’interno di singoli spazi nazionali.

È chiaro che questo discorso in Italia è più complicato. Da che cosa?

Il caso italiano è complicato da diverse “anomalie”: qui siamo costretti a confrontarci con un fenomeno che si chiama Renzi e non è riconducibile a nessuna delle fattispecie politiche degli altri Paesi europei. E siamo costretti a confrontarci con un fenomeno che si chiama Grillo. E, al tempo stesso, dobbiamo fare i conti con altre due anomalie, che ci riguardano ancora più da vicino. Da un lato un panorama italiano dove non mancano sicuramente i conflitti sociali. Basta guardare alle diverse proposte referendarie che sono in campo: corrispondono ad una ricchezza di conflitti in atto, sui beni comuni, sulla scuola, sulle forme vecchie e nuove del lavoro. Ma oggi dobbiamo fare i conti col fatto che questi conflitti si presentano con un elevatissimo grado di frammentazione, e che non c’è in questo momento una chiave di possibile generalizzazione di questi conflitti. E, questa è l’ultima anomalia, nel campo largo della sinistra, siamo pure costretti a confrontarci con un elevato grado di frammentazione delle culture politiche, che corrisponde ad una ricca stratificazione di storie, linguaggi ed esperienze, che faticano però a trovare un’amalgama comune.

Credo allora che sia proprio in questa chiave, di ricerca comune, che bisogna muoversi, giacché non c’è modellistica che tenga, non c’è singolo caso internazionale a cui possiamo fare riferimento come a un “modello”. Ma tenendo presente questa contemporanea necessità di pensare e agire multi-livello. Di pensare che la costruzione della forza necessaria a innescare processi reali di cambiamento si misura inevitabilmente su più livelli. E che, al tempo stesso, si tratti di ibridare le forme del sociale e del politico, del sindacale e del partitico.

Sapendo che poi ci sono delle funzioni di efficacia che vanno fino in fondo giocate. Che un conto è organizzare dell’attivismo, un altro conto è prendere dei voti. E se ci si pone il problema del multi-level, poi un livello capace di conquistare consenso, di prendere dei voti, alla fine ci deve essere. E una forma-partito adeguata alla competizione elettorale, capace di andare a prendere i voti, perché i singoli passaggi elettorali non risolvono certo il problema complessivo del cambiamento dei rapporti di potere, ma contribuiscono in maniera importante, talvolta decisiva, alla costruzione di quegli “altri” rapporti di potere possibili.

Questo è uno dei problemi che abbiamo di fronte. E che non richiede tanto un esercizio di carattere linguistico, ma una ricerca vera di quelle forme di organizzazione adeguate al contesto sociale e politico che stiamo vivendo.  

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